venerdì 3 settembre 2010

 

l'intervista

Mercatali: «Non mi ricandido,
è ora di lasciare spazio ai giovani»

Il senatore difende Bersani e lancia un "appello" a Veltroni e D'Alema

di Federica Angelini

Il senatore Vidmer Mercatali con Pier Luigi Bersani

All’indomani delle elezioni e della lettera di 49 senatori al segretario del Pd Pier Luigi Bersani per chiedere un cambio di passo, il senatore ravennate Vidmer Mercatali ha quanto mai voglia di intervenire nel dibattito e prendere una posizione ben netta.

Allora, Senatore, per caso è tra i firmatari della missiva?
«Mi fa arrabbiare solo l’idea che qualcuno possa pensarlo. No, certo che non ho firmato e credo che chi l’ha fatto stia solo pensando ai propri interessi e alla propria poltrona. Quando la barca affonda, c’è sempre qualcuno a cui interessa solo dire “io non c’entro”, “io l’avevo detto”».
Ma la barca sta affondando? C’è già chi parla di un possibile successore a Bersani…
«Ma andiamo! È chiaro che le elezioni le ha vinte Berlusconi, la sua coalizione di governo. Anzi dobbiamo dire che le ha vinte Berlusconi, di nuovo. Ma il voto c'è appena stato, c’è il sospetto che in chi già oggi prende una posizione di questo tipo ci sia un pregiudizio, a prescindere. Dopodiché questo voto presenta tre aspetti su cui è fondamentale  fare un’attenta valutazione: un astensionismo cresciuto esponenzialmente in un anno, l’avanzata della Lega che anche nel nostro territorio ha praticamente raddoppiato i voti e il fenomeno dei Grillini. Tutta queste cose insieme rendono la situazione preoccupante, ma non solo per noi del Pd, per tutti. Per quanto ci riguarda, dobbiamo tornare a essere un partito capillarmente radicato sul territorio. E mi sembra che Bersani stia lavorando per questo».
Sì, questo lo ripetete spesso, eppure i Grillini e l’Idv, per esempio, conquistano voti in altri modi.
«È vero ma parliamo di forze che si fermano al 5-6%. Il Pd deve essere un partito di massa in grado di interloquire che le associazioni di categoria, i sindacati, tutti i soggetti di un territorio, dobbiamo creare una classe dirigente preparata e in grado di fare questo. Questi partiti funzionano con i media e con internet, e ancora questi mezzi non bastano per fare un partito come lo intendo io».
Ma quindi la ricetta è tornare al Pci o imitare la Lega, che va in giro nei mercati e alle sagre di paese?
«No. Dobbiamo trovare il modo di unire internet alla presenza fisica, dobbiamo metterci la faccia. Ma la cosa più importante che deve fare il Pd adesso è far crescere una nuova classe dirigente, dare spazio ai giovani. Bersani, nell’esecutivo, si è circondato di persone tra i trenta e i quarant’anni. Dobbiamo farli venir fuori. Dappertutto».
Be’, qui i segretari e gli assessori in effetti sono tutti piuttosto giovani, no?
«Sì, è vero, e io dico che noi, e con noi intendo quelli della mia generazione, a un certo punto dobbiamo ritirarci dalla politica e metterci al servizio di questi giovani. Ed è esattamente quello che intendo fare».
Sta dicendo che non si ricandiderà alle prossime politiche?
«Esatto. Non solo non mi ricandiderò, ma non andrò nemmeno a caccia di altri incarichi o nomine. Credo che dopo quarant’anni di politica, sia arrivato il momento di dedicarmi alla mia famiglia, a cui in questi anni, ho sottratto tanto tempo, proprio per fare politica».
Non è che poi cambia idea e fa come chi aveva promesso di andare in Africa e non c’è mai andato?
«Io a Ravenna ci vivo e i ravennati mi conoscono bene, non ho mai avuto motivo di abbassare lo sguardo davanti alle persone e non sarà certo questo caso a farmi iniziare. E a proposito di Veltroni, credo proprio che se andasse in Africa farebbe un bene a loro e anche all’Italia».
Non è certo tenero. Ma anche D’Alema dovrebbe farsi da parte?
«Certo. Veltroni in Africa, D’Alema in barca e io con i nipoti, il discorso è lo stesso. A un certo punto bisogna andare in pensione. E credo che noi, della nostra generazione, dovremmo imparare a essere un po’ più umili e un po’ più generosi. Dobbiamo metterci al servizio del progetto, ma senza pensare di essere indispensabili e che senza di noi possa andare tutto a rotoli. Dobbiamo dare una mano se e quando serve. Non fare come quelli della Dc, che restavano attaccati alla poltrona fino alla fine. Siamo in un’altra era geologica, ormai. Però, attenzione, la nuova classe dirigente deve partire dalla gavetta, non nascere come fenomeno da internet senza nessuna esperienza».
Come la Serracchiani, tanto per non fare nomi?
«Facciamoli pure, i nomi. Io credo che a trent’anni, se sei bravo, puoi fare l’assessore o il consigliere comunale e poi magari andare in Regione e poi, sempre se sei bravo, puoi aspirare a fare il Sindaco e, magari andare anche in Parlamento. Ma cosa potrà mai fare un trentenne senza esperienza in Parlamento? La formazione deve passare dal dibattito e dal confronto».
Però la sensazione è che oggi, a differenza di quanto accadeva quando iniziò a fare politica lei, vengano privilegiati i giovani che sposano la linea del partito o di qualche “anziano” e che non ci sia posto per chi ha posizioni magari un po’ meno “ortodosse” ma più innovative…
«Per questo dobbiamo aprirci in modo serio ai giovani che si devono formare confrontandosi con la contestazione più radicale e le posizioni più moderate, devono essere “crogiuoli” in cui si fondono i due elementi, un po’ come è accaduto a noi che stavamo tra chi difendeva il modello sovietico in tutto e per tutto e il gruppo, per esempio, del Manifesto».
A proposito di “posizioni radicali”, i partiti a sinistra del Pd hanno subìto una sonora sconfitta, anche da queste parti. Secondo lei su quel fronte della coalizione cosa succederà in futuro, hanno la possibilità di recuperare voti?
«Diciamo che la sinistra ha toccato il fondo e quando questo accade si può scomparire, ma anche trovare un nuovo slancio. Credo però che i loro voti si siano già ridistribuiti tra i grillini, moltissimi, l’Italia dei valori, la Lega Nord e qualcuno anche nel Pd. E sinceramente non vedo cosa potrebbe riportare queste persone a tornare sui propri passi».  

04 aprile 2010

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