Sabato scorso si è spento Franco Quadri, fondatore e direttore della casa editrice Ubulibri, critico e saggista, animatore di mille iniziative legate al teatro degli ultimi cinquanta anni. Senza di lui questo teatro non sarebbe stato raccontato, o sarebbe stato diverso, minore.
La sua scomparsa è una perdita di sostanza, è un valore che viene meno alla scena intera, un po' come è accaduto per altri pochissimi "uomini-teatro" quali Carmelo Bene, Leo de Berardinis, Claudio Meldolesi. Quadri è riuscito a rendere la sua stessa biografia coincidente con quella del teatro italiano, spendendosi per portare il suo amore per la scena nella società intera. Aveva cominciato giovanissimo, scrivendo per la rivista "Sipario", che grazie a lui divenne nota in tutta Europa. In ogni snodo della storia del teatro del secondo novecento lui era lì, e non si limitava solo a guardare ma organizzava incontri, sollecitava discussioni, testimoniava, archiviava per il futuro. Dalla nascita del Nuovo Teatro al teatro degli anni 70 (Peter Stein, Luca Ronconi, Robert Wilson e altri, fotografati in un libro in due volumi) fino all'accompagnamento dei gruppi nati dagli anni 80 a oggi. Quadri ha sempre avuto un rapporto stretto anche con la città di Ravenna, seguendo da vicino il Teatro delle Albe e Fanny & Alexander, pubblicando libri sulle loro poetiche, onorandoli con i Premi Ubu. Non si può poi tacere del sostegno alla drammaturgia italiana e internazionale attraverso la pubblicazione di miriadi di testi e la presidenza al Premio Riccione, dello sprone agli attori con la fondazione della scuola internazionale Ecole des Maîtres, delle sue cronache su "La Repubblica" e di cento altri percorsi. Io conobbi Franco a Napoli, nel 2008, alla fine di uno spettacolo. Da poco ero stato chiamato a votare per i suoi Premi Ubu. Mi disse che ero molto giovane: io non riuscii a proferire mezza parola, quella volta come altre di fronte a lui. Ci rincontrammo nei festival lungo la penisola, mi guardava sorridendo, in attesa che fossi io ad attaccare discorso, come a non voler fare la prima mossa. Con i Fanny e le Albe lo invitammo a Ravenna l'anno scorso, al Rasi, per una puntata di radio dal vivo. Si parlò di attori, in particolare di Carmelo Bene e Marisa Fabbri, sua attrice prediletta, e dei quadernetti che fin da adolescente riempiva di note sul teatro che vedeva. Qualche mese dopo, nel chiostro di Castrovillari in Calabria, mi si avvicinò a gran passo, pur col suo incedere tranquillo. Ci teneva a dirmi che era uscito un libro sulla Fabbri, voleva sapere se l'avessi preso, e indirettamente mi spronava a farlo. A Ravenna gli chiedemmo un pensiero per chi desiderasse iniziare a scrivere di teatro oggi. «Le cose non sono facili» - ci disse dietro alla sua barba bianchissima - «ma guardare da vicino è ancora possibile. Si può ancora guardare il teatro, non da fuori, ma instaurando un rapporto con attori e registi». Quel rapporto di cui parla, così semplice in apparenza, è stato per lui un continuo rovello, un modo di condividere la sua persuasione inventando nuovi strumenti quando quelli che già esistevano gli stavano stretti. Ci proveremo, Franco, anche se senza di te sarà più difficile.
01 - 04 - 2011
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