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Giovedì 17 Maggio 2012

l'intervista

I babbi o le mamme possono essere due
«Diciamolo che esistono famiglie diverse»

Parla la giornalista Silvia Manzani, autrice di un libro sull'omogenitorialità

di Federica Angelini

Appena il suo libro (Figli di uno stesso sesso, ed. Fernandel) è stato pubblicato, è  stata subito invitata a Roma in una presentazione con Vladimir Luxuria e Franco Grillini e a Milano con Cecchi Paone. Silvia Manzani, giornalista ravennate, ha infatti dato alle stampe un libro che in Italia mancava  e che affronta un tema quanto mai scabroso: l’omogenitorialità, ovvero le famiglie con due genitori omosessuali, citando studi (soprattutto esteri) e osservando un caso reale (di Bologna). E arrivando a mostrare come questi bambini, figli di coppie gay, hanno sì difficoltà, ma tutte dovute al mondo che li circonda, non certo all’interno del loro nucleo famigliare. «Questo è dimostrato – spiega Manzani – il problema è che la nostra pedagogia, che pure parla di apertura e accoglienza, in realtà ha sempre come punto di riferimento la famiglia tradizionale, basata sulla presenza di una madre e di un padre. Anche se nella realtà le famiglie sono sempre più diversificate, basti pensare a quante madri tirano su i figli da sole». Un pregiudizio, insomma, quello che condiziona la vita di coppie e bambini che ancora in Italia sono rarissime. «Molti omosessuali sono loro stessi convinti di non essere adeguati a diventare genitori perché sono abituati a sentirselo ripetere fin da piccoli. E questo è un peccato. Perché invece quando una coppia gay decide di avere un figlio intraprende un percorso talmente lungo e complicato, sia prima del concepimento che dopo, per affrontare la società esterna, che il loro atto non può che essere visto come un gesto di estremo amore e consapevolezza. Proprio perché a una coppia omosessuale non può capitare una gravidanza come incidente...». La situazione più frequente, infatti, può essere piuttosto quella di una persona che si scopre omosessuale dopo aver già avuto un figlio da una precedente relazione eterosessuale. «Sì, è la situazione più frequente e anche la più difficile, soprattutto se i figli non sono piccolissimi perché hanno già conosciuto un altro modello di famiglia. Per questo molti dissimulano. Ma gli studi e le ricerche in questo campo indicano chiaramente invece che prima il genitore fa coming out, meglio è per tutti, soprattutto i figli. Anche in questo, i problemi vengono dall’esterno, non dall’interno delle famiglie». È vero però che, sull’esterno, è difficile incidere, soprattutto in un paese in cui domina la cultura cattolica, da sempre molto severa nei confronti degli omosessuali. «Io ho volontariamente escluso questo elemento dal mio libro – spiega la giornalista – ma è difficile immaginare molte altre ragioni per spiegare l’arretratezza dell’Italia su questo argomento anche in termini di legislazione». Potrebbe invece contribuire un’educazione che cerchi di minimizzare, invece di accentuare, le differenze di genere? «Sicuramente sì, perché aiuta ad aprirsi. Per esempio, spesso accade che nelle famiglie omogenitoriali i bambini siano più liberi e meno vincolati ai giochi o ai colori “da femmina” o “da maschio”, il che è un bene per la loro crescita». Ma oggi, in questa società con così tanti pregiudizi, come lo si spiega a un bambino che il compagno di scuola ha due babbi o due mamme? «Ai bambini bisogna raccontare che esistono tante famiglie diverse. Per i bambini la normalità è quella che vivono. Il problema nasce sempre dagli adulti che li circondano».

20 - 11 - 2011
© riproduzione riservata

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