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Giovedì 17 Maggio 2012

raccontare ravenna

Come nasce un libro collettivo

Intervista a Giorgio Pozzi di Fernandel

Ravenna, finalmente! (ed Fernandel) è un libro collettivo, scritto a più mani e nato dal laboratorio “Raccontare Ravenna” condotto da Giorgio Pozzi, mente e cuore della casa editrice Fernandel. La sfida era quella di raccontare Ravenna nel 2019, l’anno in cui la città potrebbe essere capitale europea della cultura. A incrociarsi sono le penne di Silvia Banzola, Luca Ciavatta, Enrico Cirelli, Filippo Papetti, Sara Ciet e Pierpaolo Zoffoli, giovani appassionati di scrittura, con biografie molto diverse tra loro. C’è chi è nato a Ravenna e chi la città bizantina l’ha conosciuta solo dopo molto tempo.

«L’esperienza della scrittura di gruppo è breve e intensa. – racconta Giorgio Pozzi –. Si comincia prima dell’estate che si è tutti sconosciuti gli uni agli altri. Si impara a conoscersi e in breve si inizia a raccontare delle idee e mettersi in gioco».

Da dove si comincia?

«Si parte dal proprio vissuto. Da quello che si è visto, da come si è giunti a Ravenna e di lì, rielaborando si inizia a costruire. L’idea comune viene ipotizzata subito nei primi incontri, secondo quello che ognuno dice, portando le sue visioni. Da qui parte una storia di finzione, che va oltre i singoli vissuti e che è un incontro di vedute».

È un percorso che presenta insidie?

«Ogni volta si creano delle tensioni tra persone del gruppo. O per antipatia individuale, o per divergenze sulla visione nella stesura della storia. Ma col tempo impari ad appianarle. Sono tensioni dovute al narcisismo individuale, c’è chi vuole primeggiare, ma non è una caratteristica di tutti. Altri hanno un atteggiamento più di servizio. Per riuscire a smorzare queste divergenze ci vuole un po’ di umiltà. L’umiltà per scrivere è una virtù utile almeno quanto la capacità di scrittura. Superate le tensioni nel gruppo si crea un affiatamento forte, che dura fino alla primavera successiva, poi ci si perde di vista. Capita ogni volta, non so bene il perché. Quando però si ottengono risultati danno una grande soddisfazione a tutto il gruppo».

Come si diventa direttori di una orchestra di penne?

«Ho imparato a dirigerla col tempo. Il primo anno il laboratorio era stato condotto da Morozzi, ma aveva lasciato troppa mano libera ai singoli e ci furono difficoltà nell'integrare storie. È importante avere la capacità di percepire qual è il vissuto utile al laboratorio. Riuscire a legare insieme l’esperienza del vissuto umano e quella del vissuto narrativo di finzione è una sfida interessante. Metterli insieme, trovare i raccordi, e riuscire a scrivere una storia unitaria è la cosa più complessa. Quest’anno abbiamo seguito la strada dei racconti e utilizzato personaggi che ritornano nella storia».

Come si arriva al momento della scrittura di un testo a più mani?

«La stesura è il momento conclusivo. Ognuno scrive in casa per conto proprio e ci si confronta con un fitto scambio di posta tramite una mailing list. Ci si manda brani, e un giorno alla settimana, il giovedì, ci si incontra per pianificare le fasi successive. Partire bene è fondamentale. Prima di chiudersi nella propria stanza, infatti, è importante essersi confrontati a lungo e avere uno stile uniforme. L’omogeneità della scrittura non è da sottovalutare. Questa volta dal laboratorio è emersa una serie di racconti, formano però un tutto unitario e non è raccolta di testi. Per questo si è deciso di non firmare i singoli episodi, tutto il lavoro è firmato collettivamente».

Perché un romanzo collettivo?

«La tipologia del romanzo collettivo l’ho incontrata con il libro Piovono storie che pubblicammo nel 2003. Era scritto e coordinato a Torino da associazioni che si occupano di disagio giovanile. Fu scritto insieme da settantina persone che per vari motivi erano legate da problemi di integrazione. Fu un percorso molto interessante che è rimasto dentro di me. Facevamo un concorso con il Comune per raccontare Ravenna e nei primi anni chi aveva un romanzo nel cassetto che parlava di Ravenna lo aveva già mandato, e arrivavano pochi scritti. Allora pensai di utilizzare la forma del romanzo collettivo».

A marzo sarà pubblicato sul sito di Fernandel il nuovo bando per “raccontare Ravenna” da cui partirà un nuovo laboratorio di scrittura collettiva.

Matteo Cavezzali

29 - 12 - 2011
© riproduzione riservata

commenti

peterstillman 29 Dicembre 2011
Sembrerebbe un'esperienza che appiattisce e uniforma le individualità, il cui risultato è il prodotto della riduzione del proprio narcisismo (sempre che sia tale, e non semplicemente la propria visione della scrittura che, legittimamente, non si adegua a quella degli altri membri) a misura del gruppo. La lettura si alimenta anche del dialogo sotterraneo con l'autore, reale o implicito, o, almeno, ci piace crederlo. In questo caso come funziona ? Ognuno degli scrittori ha lasciato qualcosa di sé e quindi il lettore si misura con un surrogato, qualcuno che non è autentico, che ha smussato le proprie idiosincrasie e la propria specificità ? Il testo finale esiste, ma manca qualcosa. Certo, dipende dal tipo di letteratura che uno preferisce. No, non leggo i libri di Wu Ming :-) E' però un esperimento interessante per indagare le dinamiche di relazione e di potere che s'instaurano nel gruppo. Mi viene da dire che un testo espressivo non è una mozione politica, ognuno respira con i suoi polmoni. Qui parrebbe un polmone artificiale, il cui compito è erogare la stessa quantità d'aria per tutti. Alla fine forse il vero autore è chi è alla testa del gruppo, che orienta e dirige, appunto, come un direttore o un regista; un ottimizzatore delle potenzialità espressive, o al limite, un editor totalizzante e perfino severo. Qual è la dose di rischio tollerata, quella che sempre si accompagna in qualsiasi prassi creativa ? Sono solo considerazioni, così a naso... Ho esperienze simili, ma non con adulti... Segnalo un'esperienza analoga di scrittura collettiva (del resto non nuova nella scuola e neanche nel teatro) portata avanti dal Teatro Testoni-Ragazzi di Bologna, con i ragazzi delle scuole medie, da diversi decenni. Poi c'è da dire che il metodo si usa anche tra chi scrive serie o sit-com in Tv, specie negli Usa, in parte nel cinema dei bei tempi andati, con le sedute di sceneggiatura. Qual è il grado di soddisfazione dei singoli ? Alla fine uno si sente rappresentato dal prodotto finale o al contrario lo si sente come qualcosa di distante ? Mi piacerebbe, anche se fuori-quota, essere presente, e filmare tutte le fasi. Sì, molto interessante... :-) PS Lo leggerò!

SilviaKate 03 Gennaio 2012
Il libro è un masaico di storie e personaggi che si intrecciano con Ravenna come cornice in tutti i suoi molteplici aspetti. Non è una città perfetta, ma realistica. Ogni autore ha messo qualcosa di sè, ma in modo sottile, il libro si legge quasi come scritto da un'unica mano. In molti si sono ritrovati in uno dei personaggi, o hanno sorriso sentendo vicini alcuni aspetti della città o del ravennate medio. Buona lettura e quando l'avrà finito di leggere, aspettiamo un commento.

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