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Giovedì 17 Maggio 2012

L'intervista

«Grande Fratello, idiozia contagiosa»
Bergonzoni scuote il pubblico con Urge

L'attore bolognese porterà il suo lavoro al teatro Alighieri
E promette una prova fisica per lo spettatore: «Deve sudare»

di Andrea Alberizia

Alla fine dello spettacolo vi alzerete sudati dalla poltroncina del teatro. «Sudati dentro», dice esattamente Alessandro Bergonzoni. Perché non è più tempo di farsi due risate. E Bergonzoni vuole essere chiaro: «Non voglio più far ridere per rilassare, non voglio più essere intrattenuto quando vado a vedere un artista. Non credo più nella pacca sulle spalle. Per lo spettatore deve essere una prova fisica». Il 53enne bolognese sarà al teatro Alighieri di Ravenna l'11 gennaio, appuntamenti di spicco del cartellone Comico d'autore di Accademia perduta.

Le intenzioni sono quanto mai esplicite: «C'è bisogno di una metamorfosi. E l'artista, di qualunque artista si tratti, non può più limitarsi al compitino. L'artista non può restare confinato nel suo campo e non accorgersi che fuori ci sono altri mondi. È in quelli che deve entrare per raggiungere la gente. L'artista deve lavorare con il suo pubblico. C'è bisogno di nuova conoscenza, di altro». È un bisogno quello che sente l'attore. Da qui il titolo dello spettacolo: “Urge”.

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Bergonzoni, viene spontaneo cominciare chiedendo che cosa urge.
«Urge un cambio di canoni e di linguaggi. Urge non accontentarsi più. Urge un voto di vastità. Urge un nuovo prodotto interiore lordo nelle menti. Urge una nuova aspettativa nello spettatore che va a teatro».

Ma sarà pronto per tutto questo chi va a teatro?
«È pronto per reazione perché non ce la fa più ormai arrivato in una triste fase disperazione. Avrei però preferito fosse pronto per rivelazione».

Allora che compito tocca a chi sale sul palco?
«Creare le condizioni per la conoscenza. Un artista inteso con un concetto politico, civile, antropologico. È un compito grave. Io non guardo a cosa tira in quel momento e cosa vuole il pubblico. C'è una metà che vuole le oscenità trasmesse dalla televisione a pomeriggio e una metà che non ne può più di sangue e delitti ed è pronto ad accogliere altri velivoli nel suo aeroporto».

Diventa una gara tra il teatro e la tv?
«Io non faccio nessuna competizione con le oscenità. Quelle le lascio alla Pellegrini, ai suoi amorazzi, alle banalità. La competizione viene a prescindere. Io preferisco la parola scelta. In questo senso forse è una competizione perché è ora di scegliere tra due cose che non possono convivere. È un aut aut».

Tra cosa?
«Non regge più chi dice che guarda il Grande Fratello ma va anche a teatro. Non regge più chi va allo stadio e poi ascolta Paolo Rossi. Ora si fa una scelta. Non si può più stare ad ascoltare quattro calciatori stronzi che parlano per ore. E mi scuso per la parola calciatori che non mi piace».

Serve coerenza?
«Non basta più. Serve una metamorfosi. Non puoi fregartene delle oscenità. Abbiamo imparato che un ubriaco in auto a cento all'ora è un pericolo per tutti. Le letture idiote non sono pacificanti, producono infezioni. Ma cosa me ne frega se una trasmissione fa un happening dedicato a Fabrizio De Andrè e poi nel resto della programmazione usa linguaggi contrari a quelli di De Andrè?».

Una lotta contro certi programmi...
«Con un cambio di conoscenza fra una o due generazioni arriveremo a liberarci di certe trasmissioni».

Ottimista.
«Ho detto una o due? Ha ragione, facciamo quattro o cinque».

E come cambia la conoscenza?
«Cambiamo linguaggio, cambiamo il concetto di idolo, mito, eroe. I genitori cambino i codici e usino quelli della dignità che c'è nella paura, nel dolore, nella malattia. Vado nelle scuole elementari a raccontare questo ai bambini. E come me lo fanno anche altri. Perché il pericolo è il vacuo, il semplice, il cazzeggio della radio, dei giornali e delle tv. La prima rivoluzione deve essere interiore».

Non riusciamo a comunicare queste cose a chi ci sta intorno?
«Siamo malati di comunicazione. Abbiamo i telefonini più evoluti del mondo ma sbagliamo i contenuti nelle conversazioni. Lascio la comunicazione alla pubblicità. A me interessa la conoscenza. E ora basta con la modestia. Umiltà sì ma non modestia. Perché dobbiamo essere modesti?».

Ma c'è qualcosa che non urge? Cioè qualcosa di cui almeno sentirsi soddisfatti?
«Abbiamo le coscienze. Abbiamo la possibilità di cambiare il governo personale che è dentro ognuno di noi. Noi abbiamo le coscienze ma non basta più il fatto di averle».

03 - 01 - 2012
© riproduzione riservata

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