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Giovedì 17 Maggio 2012

Nobodaddy

Tanti pezzi di un'unica realtà

Accademia degli Artefatti al Rasi

di Lorenzo Donati

È uno degli spettacoli più attesi del Nobodaddy, Spara/Trova il tesoro/Ripeti - Nascita di una nazione, che la compagnia Accademia degli Artefatti porta in scena al teatro Rasi venerdì 13 gennaio (ore 21).

Nel 2007 l'Edinburgh International Festival commissiona al drammaturgo inglese Mark Ravenhill la scrittura di diciassette pièce teatrali, una al giorno per tutta la durata del festival. Lo scrittore viene colto da attacco epilettico e quando si riprende non ricorda quali fossero i termini dell'impegno sottoscritto. In ascolto delle domande della più stretta attualità, il drammaturgo crea Spara/Trova il tesoro/Ripeti, nel quale riecheggiano gli echi delle guerre del presente, dall'Iraq al terrorismo.
È del 2009, invece, l'imponente messa in scena dell'Accademia degli Artefatti di Fabrizio Arcuri: dodici spettacoli in cui le biografie dei personaggi sono la chiave d'accesso per illuminare i conflitti delle nostre società. A Ravenna vedremo il primo episodio del ciclo, Nascita di una nazione, in cui un gruppo di persone visita le macerie di una città, distrutta dai nativi per preservarne la cultura. Ne parliamo con Fabrizio Arcuri, regista e fondatore del gruppo romano nato all'inizio degli anni '90.
Ci racconta il percorso che ha portato alla nascita di Spara/ Trova il tesoro/Ripeti?
«Abbiamo incontrato il testo di Mark Ravenhil mentre stavamo lavorando a One Day, uno spettacolo che sarebbe dovuto durare 24 ore. Eravamo partiti dal presupposto che ogni ora potesse essere fruita come un'opera a sé stante, così che lo spettatore non fosse costretto a vedere tutte le 24 ore. Un po' alla maniera dei serial americani, come Lost, o delle grandi narrazioni epiche a cui i serial s'ispirano, come l'Odissea o l'Iliade. Ci siamo imbattuti quindi nel testo di Ravenhill, in cui ogni pièce è autonoma, ha la durata media di un'ora e ha un titolo ispirato a film e romanzi del Novecento».
Tuttavia un filo sottile le unisce...
«Considerate insieme le pièce del ciclo costituiscono un mosaico che fotografa il momento storico che stiamo vivendo su più livelli, da un punto di vista tematico e per quanto concerne un'idea di racconto. Si parla di madri con figli in guerra, di coppie in crisi, di famiglie tormentate. Ogni pezzo mette in campo le medesime questioni ma ne ribalta il punto di vista, proponendo diverse sfaccettature della stessa realtà. La realtà è poliedrica, ha tante possibili letture, che sono tutte vere e false allo stesso tempo, o meglio, sono “parzialmente vere”: ogni verità perde di efficacia nel momento in cui non contempla l'esistenza delle altre».
Dal punto di vista registico, ha lavorato avendo in mente l'intero ciclo o cercando un filo di frammento in frammento?
«Inizialmente abbiamo lavorato sui singoli pezzi, ma gradualmente siamo dovuti tornare indietro, rivedendo il lavoro precedente. Ogni frammento contiene sfumature e deviazioni che illuminano tutto il ciclo: è stato un andare avanti e indietro continuo, man mano che il quadro complessivo emergeva».
Nascita di una nazione presenta un’idea di cultura come consumo, speculazione. Qualcosa che assomiglia molto alle tante feste paratelevisive che ci circondano...
«Mark Ravenhill interpreta la logica con la quale si sta creando una sorta di post-colonialismo. Ai tempi del colonialismo, fra Settecento e Ottocento, la battaglia rendeva feroce ma in un qualche modo reale la lotta per il dominio: c'era un territorio comune da conquistare, in una logica darwiniana. Dalla Seconda Guerra in avanti i termini delle dominazioni sono diventati subdoli, non c'è più nessuna battaglia da vincere perché la menzogna è al centro di ogni dinamica. La cultura può essere uno di questi canali subdoli, Ravenhill ce lo fa notare».
Lei è rispettoso dei testi che sceglie, solitamente non li riscrive.
«La drammaturgia contemporanea richiede di essere messa in scena nella sua integrità, perché parla del presente. Non si tratta di Shakespeare, in cui si presuppone un orizzonte comune che può essere interpretato e riletto. I testi che scegliamo non sono dei classici, contengono un'idea di teatro forte, che va messa a confronto con lo spettatore per quella che è: “interpretarla” sarebbe ridondante. Mi interessa quello che dice un testo, non l'idea che rappresenta».
Cosa chiede ai suoi attori?
«É una domanda a cui non è facile dare risposte, perché le cose che dirò possono sembrare scontate.
Per noi, da un certo momento in avanti, è diventato importante tornare a definire le questioni fondamentali della scena. Ripartire dall'attore, dall'atto di salire su un palco e dire pubblicamente un testo. Chiedo agli attori di essere aperti, di avere attenzione scenica, di indagare il testo, cercando di capire quale sia il processo di lavoro che richiede un preciso nodo drammaturgico. La scrittura pretende un percorso diverso a seconda che si metta in scena Cechov o Tim Crouch. Se l'autore, al posto del nome e cognome del personaggio, deposita sulla pagina un semplice trattino, sta evidentemente pensando che non ci sia un soggetto sulla scena, ma un oggetto all'interno di una dinamica relazionale.
La drammaturgia contemporanea è spesso attraversata da tali tensioni oggettive, sgombra il campo dalla psicologia, dalla giustificazione interiore».
In che teatro credono gli Arfefatti, oggi?
«In un teatro che sappia fornire una base di riflessione per quello che accade. Se fallisce questa missione il teatro diventa decorativo o superfluo, e come tale soggetto alle medesime crisi di un negozio di abbigliamento o di un ristorante. Il teatro, detto in altri termini, deve restare ancorato alla società».

12 - 01 - 2012
© riproduzione riservata

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