l'intervista
Il j'accuse di Donatino Domini, un anno dopo l'addio alla Classense:
«Trovo scandalose le consulenze offerte ai dirigenti in pensione»
È passato un anno da quando l’ex direttore della biblioteca Classense, Donatino Domini, uno dei top manager del Comune, denunciò pubblicamente quella che definì «un’insolente e sovrana derisione al merito» nelle politiche culturali della città. Lo fece in occasione dell’inaugurazione dell’ultimo stralcio della nuova Classense in quello che praticamente fu il suo discorso di commiato, dopo una sorta di pensionamento forzato.
Domini, ci racconta come andarono le cose? Lei proprio non voleva andare in pensione nonostante avesse maturato i 40 anni?
«Non è così. In realtà, con i miei più stretti collaboratori, e con la presidente dell’Istituzione, avevo parlato della mia intenzione di andare in pensione a fine giugno 2011, alla scadenza dell’incarico conferitomi dal Sindaco. Anche perché ritenevo quasi del tutto completati i progetti di ristrutturazione a cui avevo lavorato negli ultimi anni. Ma poi su un quotidiano locale uscì la notizia, mai smentita ufficialmente, del mio pensionamento in previsione dell’ingresso, al mio posto, dell’allora assessore Alberto Cassani, in scadenza di mandato».
In realtà questa ipotesi non fu mai confermata e Cassani è poi diventato coordinatore della candidatura a capitale della cultura.
«Diciamo che capii che questa era l’intenzione quando mi fu chiesto di lasciare l’incarico con le dimissioni volontarie in coincidenza, guarda caso, con le elezioni amministrative, appena un mese prima del completamento del mio rapporto di lavoro con l’Amministrazione. E, di fronte al mio rifiuto, mi giunse la lettera di risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro dal Comune. Una soluzione legittima perché avevo già maturato i quarant’anni, ma alla quale, credo, non si era mai ricorsi prima».
Quindi, la sua intenzione, è sempre stata quella di far saltare l’eventuale ipotesi di un politico al suo posto… perché?
«Perché la nomina diretta è proprio la derisione del merito di cui parlavo nel mio discorso. Credo che la mancanza di meritocrazia sia molto più pervasiva di quanto non si creda ed è diventata la causa principale del declino anche della società ravennate. Solo il concorso può garantire a tutti l’accesso e, soprattutto, il riconoscimento di effettive competenze e conoscenze, indispensabili per dirigere qualsiasi istituzione culturale. A maggior ragione quando si tratta della Classense, dove tutto il personale che oggi vi lavora è stato scelto tramite concorso pubblico. Sono sempre stato molto orgoglioso di ciò. Se la Classense è quella che è lo si deve principalmente alla professionalità accertata e valutata di chi vi lavora».
Però oggi alla guida ad interim della biblioteca non c’è un interno ma una dirigente dell’area cultura e turismo. Come se lo spiega?
«In Classense c’era sempre stata una tradizione, tipica anche delle aziende private, che affidava a una figura professionale interna la direzione nei periodi di interregno. Quella prassi non è stata seguita, nonostante la presenza nell’Istituzione di un dirigente come Claudia Giuliani, che riunisce nella sua figura professionalità bibliotecarie ed esperienze di prim’ordine, riconosciute dal mondo universitario e bibliotecario nazionale. Che il Sindaco o chi per esso – penso al Direttore generale del Comune – non ne abbiano avuto conoscenza, non mi stupisce più di tanto».
Lei critica l’incarico diretto ai dirigenti. Eppure lo spoil system ha molti vantaggi, non è giusto che un sindaco possa scegliersi i collaboratori?
«Nessuno spoil system può funzionare se prescinde dal merito. Il problema, poi, è che a Ravenna non c’è nulla di più definitivo del temporaneo. Quasi mai vengono messe in atto procedure concorsuali o comparative di selezione pubblica, pur previste da leggi e regolamenti. Così accade che, pezzo per pezzo, si smonta la pubblica amministrazione per trasformarla sempre più in un'amministrazione di partito. Assistiamo a nomine che lasciano un cumulo di discriminazioni e di sfiducia verso la politica. La sostituzione dell’obbedienza alla competenza ha santificato la promozione del protetto politico il più delle volte non meritevole».
Poi esistono i consulenti esterni. Al suo collega del Mar, andato in pensione, è stato di recente offerta una consulenza dal Comune per affiancare la nuova dirigenza. A lei questa proposta è stata fatta?
«Sì, inizialmente questa fu la proposta fattami. Ti dimetti, vai in pensione e poi la consulenza sui progetti da portare a termine. Non ho accettato. Perché il punto della questione non era garantire il mio futuro, ma quello dalla biblioteca, un patrimonio di questa città e di questo Paese. E poi trovo sinceramente scandaloso che una persona al termine della propria carriera all’interno dell’amministrazione pubblica continui poi, da pensionato, a lavorare sempre nel pubblico, portando via occupazione ai giovani meritevoli. Quello dei pensionati riciclati è un fenomeno reso possibile da una burocrazia politicizzata e tentacolare che comporta costi esorbitanti per la collettività. Per questo ho apprezzato, per esempio, il passaggio alla direzione che si è di recente svolto alla Fondazione Oriani. Questo non è avvenuto in Classense, né mi è mai stato chiesto anche solo dal cda di mantenere un ruolo gratuito come quello di Dante Bolognesi».
Con il suo cda condivise l’intero percorso?
«Sì, io li ho sempre messi al corrente di ogni mia intenzione e dei pericoli legati a una nomina fiduciaria di natura politica. Da parte dei singoli componenti ho sempre trovato partecipazione e consenso. Ma non posso sottacere che la presidente dell'Istituzione è ugualmente corresponsabile con quanto è avvenuto con la scelta del sindaco di affidare l’incarico a interim all’esterno della biblioteca. A quella nomina ha dato il suo assenso preventivo. Senza quell’assenso la nomina dell’attuale direttore ad interim non avrebbe avuto effetto amministrativo o giuridico ».
Oggi si parla di un riassetto delle istituzioni e delle fondazioni culturali. Cosa ne pensa?
«In realtà se ne parla da molto ma non è chiaro cosa accadrà davvero. Allo stato attuale, per esempio, Oriani e Classense, rispettivamente Fondazione ed Istituzione, non possono in alcun modo essere accorpate, a meno che la prima, avendo personalità giuridica, non inglobi la seconda, ipotesi che mi sembra giuridicamente e amministrativamente impraticabile. La Classense, comunque, problemi secondo me non ne ha, potrebbe esistere come semplice area o servizio comunale. Il fatto è che ormai gli incarichi di presidenza delle Istituzioni non possono più essere retribuiti e quindi interessano meno. Ma in generale, è innegabile che nel Comune manchi totalmente un policy-maker in grado di fornire idee, spunti, approcci risolutivi ai problemi, che si rincorrono da molti anni ma non si risolvono».
Le piace la candidatura a capitale della cultura?
«Mi piaceva. L’ho anche condivisa e continuerò a condividerla e ho grande rispetto per le tante persone che ci lavorano con passione. Ma ora mi appare sempre più come una cortina fumogena di grande effetto mediatico a livello locale finalizzata a coprire l’incapacità che ha la politica nel pensare e costruire il nuovo in tutti gli ambiti. Credo che invece di grandi progetti utopici che non fanno i conti con la realtà, servano nuove forze politiche e nuovi talenti intellettuali. Tuttavia spero davvero che Ravenna ce la faccia. Perché questa città se lo merita, se non per la storia più recente, almeno per quella passata».
Qui sotto tra gli allegati la nota di Francesca Santarella del Movimento 5 Stelle a commento dell'intervista, pubblicata sul nostro settimanale del 2 febbraio.
04 - 02 - 2012
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