la cerimonia
Quasi il doppio le coppie che scelgono il rito civile
rispetto a quello religioso
Il signor Chang e la futura signora Chang sabato mattina hanno tirato giù la serranda del negozio in anticipo. A passi rapidi hanno raggiunto il Comune, indossando la tuta da ginnastica, e si sono sposati. Dopo la cerimonia dovevano tornare in negozio, i Chang sono molto ligi al dovere e poco ai festeggiamenti, e non avevano molto tempo da dedicare alle cerimonie. Al matrimonio dei Chang c’erano solo cinque persone: i due sposi, due testimoni e un traduttore. A svolgere la funzione è stata l’assessore Valentina Morigi, che ha iniziato leggendo il giuramento come da prassi. Mentre l’interprete lo traduceva i presenti sono scoppiati a ridere. Lo humour cinese è molto particolare. Durante la cerimonia, nonostante l’esiguo numero degli invitati, è suonato un cellulare. Era quello del testimone. Che figuraccia, pensa la Morigi, invece per lui non pare affatto un problema, ha tirato fuori il telefonino, ha risposto tranquillamente «nihao», e ha iniziato a conversare in mandarino. La Morigi, per alleviare i presenti dall’imbarazzo, che sicuramente tenevano ben celato, ha deciso allora di proseguire nella cerimonia «Vuoi tu..», l’uomo al telefono però, un po’ seccato, le fa un segno come a dire «non lo vedi che sono al telefono, aspetta un attimo». Finita la telefonata si conclude la cerimonia tra le risate suscitate dalla traduzione di “vi dichiaro marito e moglie” (colpa del traduttore o del giuramento?). Prima di andarsene però il secondo testimone si avvicina all’assessore e gli allunga un biglietto da visita, ha una tintoria poco lontano e vorrebbe l’assessore come cliente «facciamo anche piccole riparazioni e orli ai jeans». Dopo quindici minuti si riapre la serranda e il negozio riapre con alla cassa il signore e la signora Chang.
Sposarsi è per alcuni una formalità legale, i riti faraonici in stile “il padrino” sono ormai passati di moda. I matrimoni in Comune a Ravenna sono diventati quest’anno il doppio di quelli celebrati in chiesa. Nel 2011 si sono sposati con cerimonia civile 305 coppie, mentre hanno scelto il rito religioso solo 169. I matrimoni di coppie straniere sono stati 20, mentre quelli tra un italiano e uno straniero sono stati 42.
Massimo Cameliani, assessore con delega ai Servizi Demografici spiega: «Sono molte le coppie che oggi preferiscono sposarsi in Comune. Questo perché ci sono molte coppie al secondo matrimonio e anche numerosi matrimoni tra stranieri non sono cristiani. Questo si aggiunge alla realtà romagnola, che è sempre stata una terra molto laica». Il numero dei matrimoni è dimezzato dagli anni Settanta e l’età media degli sposi si è alzata di un anno dal 2005 a oggi ed è circa 33 anni per il ragazzo e 31 per la ragazza, mentre al secondo matrimonio l’età media è 48 per lo sposo e 42 per la sposa. Il matrimonio civile è molto più diffuso di quello religioso a Ravenna, ma in media con le altre città del nord Italia. L’Italia è uno dei pochi stati d’Europa, assieme a Grecia, Polonia, Albania, Bosnia, Serbia, Slovacchia e Romania, in cui non esiste alcun riconoscimento giuridico alle coppie di fatto.
«Il matrimonio – spiega Cameliani – è un contratto con valore legale in cui i due sposi si impegnano, secondo gli articoli 143, 144 e 147 del Codice Civile a rispettare una serie di obblighi come la fedeltà e l’assistenza morale ed economica del congiunto. Quindi un coniuge è tenuto per legge ad aiutare il marito o la moglie in caso di malattia o sostenerlo economicamente se perde il lavoro». Con il matrimonio i doveri sono anche verso i figli. Lo stesso termine “matrimonio” deriva dal latino mater monus ovvero il “compito della madre”, per i romani infatti il matrimonio era il riconoscimento da parte del padre dei figli di quella donna come figli propri. «Il genitore è tenuto per legge all’assistenza dei figli e a provvedere alla loro educazione, che va fatta secondo il codice “tenendo conto delle loro aspirazioni individuali”. Il matrimonio dà inoltre alcuni riconoscimenti da parte dello Stato come la reversibilità della pensione in caso di decesso di uno dei coniugi e il riconoscimento nella successione ereditaria. Mi è capitato di recente di unire in matrimonio due persone di cui una gravemente malata. Hanno deciso di sposarsi in punto di morte. Stavano insieme da anni, ma senza il matrimonio la loro unione non sarebbe stata riconosciuta dalla legge italiana».
Ha soli 22 anni, ma ha già alle spalle quasi venti matrimoni. Martina Monti, la giovane assessore alla Sicurezza è molto gettonata per celebrare nozze civili. «Spesso non mi riconoscono e mi chiedono “dov’è l’assessore?” Altri invece dicono “ma sei sicura di saper fare? Non è che poi il matrimonio non vale?”». Ma, nonostante tutto, per Martina celebrare matrimoni è divertente perché si respira un’aria di gioia. «Soprattutto della sposa, lo sposo un po’ meno. Alcuni hanno la faccia da “mi ha incastrato”. Non ho mai sposato nessuno che conoscessi però, i miei amici sono ancora troppo giovani per pensare a queste cose».
Valentina Morigi invece, nella sua lunga esperienza, ne ha viste di tutti i colori. «Il vestito bianco è tipico della cerimonia in chiesa, perché è simbolo di castità. In Comune invece se ne vedono davvero di tutti i colori. Chi viene con vestiti rosso fuoco, chi rosa shocking, chi nero, altre con abiti molto… diciamo “appariscenti”. Mi ricordo il mio primo matrimonio, ero consigliere da poco e avevo ventidue anni. Avevo una gran paura di dire “in nome della legge vi dichiaro … in arresto”, al posto di “in nome della legge vi dichiaro marito e moglie”. Adesso spero, prima di concludere la mia esperienza da assessore, di poter celebrare un matrimonio di una coppia omosessuale. Significherebbe che siamo diventati un paese civile».
10 - 02 - 2012
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