l'intervista
Nato nel 1971 a Ravenna – città che ha lasciato poco più che ventenne – il fotografo Alex Majoli è tra i vincitori del World Press Photo, il premio del settore più noto e prestigioso del mondo al quale quest’anno hanno partecipato 5.247 professionisti provenienti da 124 differenti paesi. Il ravennate, associato Magnum, si è aggiudicato la sezione general news con un’immagine che ritrae le proteste simbolo di piazza Tahrir in Egitto. Contattato via mail, ha risposto alle nostre domande da New York, dove vive con moglie e figli dal 2000.
Cosa può dirci della foto vincitrice e come ha reagito alla notizia? Questo premio è in grado di cambiare una carriera?
«Vincere un World Press Photo è come vincere la lotteria senza denaro. Senza togliere nulla alla competenza della giuria non si possono giudicare seimila fotografi e centomila fotografie in una settimana se non setacciando qua e là. Ci sono premi ben più importanti del World Press che in italia non vengono considerati o, per qualche strano motivo, l’Italia e i giornali italiani non seguono. Se un premio può cambiare la carriera di un fotografo allora significa che le sue fotografie non sono così buone da sostenersi senza premio. Spero proprio di aver costruito la mia carriera su foto anche orfane di premi».
Tra i suoi numerosi reportage ce n’è uno che ricorda con particolare emozione? O uno nel corso del quale si è sentito davvero in pericolo?
«Li considero tutti alla stessa stregua e posso dire di sentirmi sempre in pericolo, anche quando fotografo la mia famiglia».
Quali sono stati i suoi modelli?
«Daniele Casadio, Ettore Malanca (entrambi ravennati, ndr), Gilles Peress, August Sander»
Torna mai a Ravenna? Che ricordo ha della nostra città, anche culturalmente parlando?
«Vengo ormai pochissimo a Ravenna. È una città come paralizzata, anche se culturalmente con del potenziale».
Lo sa che siamo candidati a capitale europea della cultura? Cosa ne pensa? Le piacerebbe partecipare in qualche modo ai progetti che si stanno cercando di mettere in campo per vincere questa sfida?
«Non lo sapevo e quindi non so proprio cosa pensare. Collaborare? Dipende da quale progetto si intenda costruire e da chi lo propone».
Sono diversi i fotografi ravennati che si sono fatti apprezzare in tutto il mondo. C’è un motivo secondo lei? Proprio sull'ultimo numero del nostro settimanale (vedi approfondimenti) parliamo dell’idea di Luigi Tazzari che mira a coinvolgere i più importanti, tra cui lei, in un progetto comune...
«Non so il motivo per cui Ravenna sia produttrice di fotografi o di buoni fotografi, io so che ho avuto la fortuna di avere dei buoni maestri, che erano di Ravenna. Del progetto di Luigi ne so ovviamente qualcosa, ma negli ultimi vent’anni ne ho sentiti tantissimi di progetti che sono poi precipitati nelle sabbie mobili di istituzioni, politiche e inimicizie».
19 - 02 - 2012
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