Attiva fin dagli anni ‘80, Nataly Maier è un’artista tedesca che ha fatto del suo percorso un’indagine rigorosa nonostante l’utilizzo di vari media – dalla scultura alla tela, dall’installazione alla fotografia fino alle recenti prove pittoriche –, spesso mescolando in uno stesso lavoro uno o più linguaggi espressivi. In questo senso il suo lavoro è un buon esempio per comprendere come nello sviluppo dell’arte degli ultimi 50 anni non sia per forza importante o necessaria la fedeltà a una tecnica ma che l’idea che impronta il progetto possa esprimersi in vari modi, mantenendo solo la garanzia della qualità espressiva.
Può darsi che la formazione di Maier, laureata in Filosofia a Tübingen, abbia a che fare con la parte fondamentalmente concettuale della sua arte, una linea che si evidenzia fin dai suoi primi lavori, in esposizione a cura di Cristina Casero alla Sabe di Ravenna. Non è difficile seguire questa interpretazione attraverso le opere esposte che costituiscono più una retrospettiva dell’artista che un’esposizione della produzione recente, che sappiamo più virata verso la pittura.
Partendo dai lavori meno recenti – Pezzo di luna e Fotoscultura – datati al 1989, un anno spartiacque per l’Europa e in particolare per la Germania, si può facilmente risalire al contesto artistico dell’epoca, che predilige la scultura all’interno di allestimenti e forme geometrizzate. Per comprendere il clima, valga il riferimento alle sculture e allestimenti dello statunitense Donald Judd, che li ammorbidisce con la vivacità squillante della gamma cromatica. Per Maier si tratta di mettere in dialogo allestimento, scultura e fotografia – un bianco e nero severo – circoscrivendo il proprio interesse al rapporto fra bidimensionalità e sfondamento nella terza dimensione. Nell’indagine acquisiscono importanza soprattutto i valori di superficie e le possibili relazioni fra realtà e doppio rappresentativo, fra questo e il suo forzato rapporto con lo spazio, perduto nell’origine fotografica e riacquisito poi nella scultura.
Si delinea così la matrice fortemente concettuale dei lavori appartenenti alla prima metà degli anni ‘90, dove Maier ritorna su questi temi, evidenti in Albero girevole (1991) e in Mare in scatola (1994), in cui si segnala un omaggio al mare allestito da Pino Pascali ma rivisto attraverso la macro oggettivazione Pop di Oldenburg.
Il sovradimensionamento delle scatole di sardine e la forzata bidimensionalità del contenuto – con l’impiego del dispositivo ironico tipico nei maestri della Pop Art – rafforzano il cortocircuito fra realtà, sua rappresentazione, linguaggio e rapporto con la terza dimensione, vista come testimone più eclatante del reale.
Un passo oltre è costituito dalla Fotoscultura con rami di salice (1994), in cui l’analisi si spinge a inserire il dato di vimini reali, tangibili, che prolungano le immagini fotografiche sottostanti, approfondendo il rapporto fra reale e immagine, fra arte e possibilità spaziali. Maier prosegue i temi principi della sua ricerca ampliando il dialogo con quella necessità fisica oggettuale che è stata portata avanti da Arte Povera e allo stesso tempo segna la sua distanza dalla produzione coeva della Trans Avanguardia internazionale, sia italiana che tedesca.
Il gioco del rapporto fra rappresentazione e realtà, e fra i due campi in cui questi dati si situano nella nostra esperienza quotidiana, viene esaltata in Censimento (2001), in cui la reiterazione fotografica di un frutto di limone sfida le due dimensioni oggettive della riproduzione fotografica nel tentativo di esondare nel campo della nostra profondità percettiva.
La radice concettuale si esprime anche nel momento in cui l’artista riacquista la dimensione del colore, spesso a tinte brillanti, che squillano come un giallo limone o un arancio da spremere. Fin dal 1995, in Sonnenblumen il colore viene prosciugato nelle foto che sormontano i pilastri scultorei: dove il girasole e il suo cuore di semi vengono sintetizzati in fotografie precise, in un bianco e nero netto che scolpisce le forme, il colore del fiore diventa quasi un approdo metafisico.
Il giallo trapassa infatti dal reale e si trasforma in categoria di pensiero, confermato dalla sua uniformità e geometrizzazione. Proprio su questa linea di analisi rigorosa e complessa della relazione fra realtà – in tutte le sue declinazioni percettive – e doppio rappresentativo proseguono poi i dittici e i trittici più recenti di Maier del 2001 fino al più recente Getreidefeld di sei anni fa, in cui la fotografia in bianco e nero di un campo di grano vede di nuovo riassumere nel campo sottostante il colore che gli è proprio.
“Nataly Maier. Immagini nello spazio”
Fino al 12 aprile 2026 Ravenna, fondazione Sabe per l’arte, via Pascoli 31
Orari: gio-do 16-19 – ingresso libero



