Un festival che pone al proprio centro una parola che abbiamo imparato recentemente, una parola che non faceva parte della nostra lingua e che invece, d’ora in avanti, ne farà parte: _sumud_. Una parola che potremmo tradurre con resistenza, impegno a resistere, una parola palestinese. E il popolo palestinese è un esempio fulgido di _sumud_, di capacità di resistere all’orrore con cui lo Stato sionista lo opprime, lo tortura, lo espropria, lo mette in una condizione di apartheid, lo vorrebbe vedere sparire in quanto popolo, vorrebbe sottrargli la sua terra, in cui ha vissuto per secoli e secoli. Ed ecco che il popolo palestinese, che sta subendo un inenarrabile martirio, trova la forza di resistere nelle condizioni più inimmaginabili. Ma la resistenza del popolo palestinese, oltre ad avere gruppi di lotta che cercano di contrastare l’orrore prodotto dai criminali sionisti, si manifesta anche nei gesti della vita quotidiana. Mettere al mondo un figlio è un atto di resistenza, aprire un centro culturale è un atto di resistenza, vivere a oltranza e è un atto di resistenza, amare è un atto di resistenza, non perdere mai la propria dignità anche nelle condizioni più atroci è un atto di resistenza. Da questo punto di vista, la _sumud_ del popolo palestinese è un esempio per tutti noi. In questi tempi, tutte le persone giuste, cioè quelle che riconoscono nell’altro il proprio simile, il proprio fratello, dovrebbero sentirsi palestinesi e con i loro mezzi, nelle loro condizioni, tutti gli uomini giusti dovrebbero mettere in campo la loro _sumud_ quotidiana per liberare il popolo palestinese, per restituirlo alla sua terra, per dargli tutti i diritti, primo fra i quali il diritto all’autodeterminazione. Dobbiamo impegnarci per sentirci palestinesi e comportarci da palestinesi: non cedere mai all’indicibile brutalità del sionista che mostra in se stesso la perdita dell’umano e rivela una ferocia che sfarina completamente il senso prima dell’umanità, la solidarietà con cui soffre, la solidarietà con chi si trova in disagio, il sentimento di protezione per coloro che sono fragili e deboli. Se non questo, cos’altro è l’umanità? Allora imbracciamo tutti, come se fossi un’arma di pace e di liberazione, questa parola: _sumud_.
Moni Ovadia (Plovdiv, 1946) è un attore, musicista e autorevole uomo di cultura italiano di origini ebraico-sefardita. Dopo gli esordi nella musica popolare, dagli anni ’80 ha sviluppato un personalissimo “teatro musicale” che fonde recitazione e canto, contribuendo a far conoscere la cultura yiddish in chiave contemporanea. Consacrato al grande pubblico nel 1993 con lo spettacolo Oylem Goylem, ha all’attivo decine di opere teatrali e collaborazioni cinematografiche con maestri come Moretti, Monicelli e Faenza. Già Direttore Artistico del Mittelfest e, dal 2021, del Teatro Comunale di Ferrara, Ovadia è noto anche per il suo costante impegno civile a favore dei diritti e della pace. Nel corso della sua carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti (tra cui il Premio UBU e il Premio De Sica) e ben tre lauree honoris causa.
h. 22:30 CIUMA
In occasione di Lugocontemporanea, Ciuma incontra la danza di Giulia Frattini per un evento che travalica i confini dei generi. La musica di Ciuma è un mosaico vibrante: una miscela di stili che fonde radici popolari, suggestioni contemporanee e sperimentazione acustica.
Su questo tappeto sonoro di brani originali, l’espressione fisica di Giulia Frattini si inserisce come un ulteriore strumento, dando corpo e forma alle trame musicali del gruppo. Non una semplice esibizione, ma un dialogo interdisciplinare . Un’esperienza immersiva che celebra l’incontro tra suono e movimento, invitando il pubblico a un viaggio sensoriale unico, tra energia ritmica e poesia del gesto.










