domenica
24 Maggio 2026

Indagine sui certificati anti-Cpr, le tre dottoresse sospese dal lavoro fanno ricorso al Riesame

Le tre dottoresse dell’ospedale di Ravenna sospese dal lavoro per dieci mesi per decisione del tribunale – nell’ambito dell’inchiesta della polizia per falso ideologico su certificati che impedivano a cittadini stranieri irregolari di essere traferiti nei centri per il rimpatrio – hanno fatto ricorso chiedendo una misura cautelare più blanda. Lo si apprende dalla lettura dell’edizione odierna, 27 marzo, del quotidiano locale Il Resto del Carlino. La sospensione era stata disposta dal giudice per le indagini preliminari (Gip) il 12 marzo e ieri scadeva il termine per il ricorso al tribunale del Riesame.

Per altri cinque colleghi sotto indagine – tutti del reparto di Malattie infettive – il giudice aveva decisa una misura più leggera: possono continuare a lavorare, ma per dieci mesi non possono certificare le idoneità per i Cpr. Loro non hanno fatto opposizione contro l’ordinanza, come riportato nei giorni scorsi dal quotidiano Il Corriere Romagna, considerato anche che già il datore di lavoro, l’Ausl Romagna, aveva dato disposizioni interne per esonerare quei medici indagati dall’attività di certificazione. Per tutti e otto i medici la procura aveva chiesto un anno di interdizione dalla professione.

Il gip aveva accolto la versione dell’accusa condividendo che gli indagati avessero agito per ragioni ideologiche, ma violando la legge. Non tutti i medici presentano lo stesso profilo di coinvolgimento nell’indagine: c’è chi ha firmato un solo certificato ritenuto e chi undici.

Incendio nella notte in una palazzina, in due all’ospedale

Incendio nella notte tra giovedì e venerdì in via Lanciani, quartiere darsena di Ravenna. Secondo le prime informazioni, le fiamme sarebbero divampate dalla cucina di un appartamento ai piani alti di un condominio. Le due persone che erano presenti all’interno dell’abitazione sono state portate al pronto soccorso, ma non sarebbero in gravi condizioni.

L’incendio è avvenuto poco prima della mezzanotte ed è stato necessario evacuare l’intera palazzina per consentire ai vigili del fuoco, giunti rapidamente sul posto, di mettere in sicurezza l’area. I condomini sono poi potuti rientrare già nell’arco della nottata. Sul posto anche i carabinieri.

Un ordigno bellico in spiaggia? Area delimitata in attesa dell’arrivo degli artificieri

Allarme bomba in spiaggia: nella zona sud di Lido Adriano è stato notato nella mattinata di oggi (27 marzo) quello che potrebbe essere un residuato bellico. Si tratta di un oggetto cilindrico lungo circa 70 centimetri e con un diametro tra i 20 e i 30 centimetri.

Come da prassi, l’area è stata delimitata e posta sotto controllo dalle forze dell’ordine, in attesa dell’arrivo degli artificieri, che dovranno stabilire l’esatta natura dell’oggetto.

Il 3 e il 4 aprile la Final Four della Coppa Italia di Serie B a Ravenna. L’Olimpia Teodora torna al Pala De André

È ufficiale il calendario e il programma delle gare della Final Four di Coppa Italia della serie B di volley, in programma il 3 e il 4 aprile a Ravenna, tra palestra Mattioli (quella della scuola media Don Minzoni di via Cicognani) e Pala De André.

L’organizzazione dell’evento è stata affidata dalla Fipav all’Olimpia Teodora Ravenna, società che sta conquistando sul campo la promozione nella nuova serie A3 del volley femminile (le ravennati sono prime nel girone B della B1 e saranno impegnate in campionato sabato 28 marzo, dalle 21, a Riccione per continuare la propria fuga in testa alla classifica).

Dodici le partite di Coppa in programma a Ravenna, con protagoniste le quattro semifinaliste dei campionati di B1 e B2 femminile e B maschile. Tra cui la stessa Olimpia Teodora, che giocherà la semifinale contro Garlasco alle 19 di venerdì 3 aprile al Pala De André e l’eventuale finale per il primo posto il giorno dopo alle 17.30 sempre al De André (in caso di sconfitta la finale per il terzo posto sarà invece alla palestra Mattioli dalle 17). Alcune ragazze della squadra sono anche le protagoniste di un video diffuso sui social in queste ore in cui invitano i ravennati ad affollare il Pala De André.

PROGAMMA GARE

SERIE B1 FEMMINILE: 
Venerdì 3 aprile. Semifinale 1, Palasport Mauro De Andrè, ore 17: Tonno Callipo Calabria-Banca Annia Aduna
Venerdì 3 aprile. Semifinale 2, Palasport Mauro De Andrè, ore 19: Volley 2001 Garlasco-Olimpia Teodora Ravenna
Sabato 4 aprile. Finale 3°-4° posto, Palestra Mattioli, ore 17.
Sabato 4 aprile. Finale 1°-2° posto, Palasport Mauro De Andrè, ore 17.30.

SERIE B2 FEMMINILE: 
Venerdì 3 aprile. Semifinale 1, Palasport Mauro De Andrè, ore 10: Hydroplants Soliera150- Ferraro Volley Roma
Venerdì 3 aprile. Semifinale 2, Palasport Mauro De Andrè, ore 11.30: ASD Orlandina Volley- Blu Team Pavia Udine
Sabato 4 aprile. Finale 3°-4° posto, Palestra Mattioli, ore 9.
Sabato 4 aprile. Finale 1°-2° posto, Palasport Mauro De Andrè, ore 9.30.

SERIE B MASCHILE: 
Venerdì 3 aprile. Semifinale 1, Palestra Mattioli, ore 17: Volley Veneto Bardolino-Kerakoll Sassuolo
Venerdì 3 aprile. Semifinale 2, Palestra Mattioli, ore 19: Pag Volley SSD-Maury’s Com Cavi Tuscania
Sabato 4 aprile. Finale 3°-4° posto, Palestra Mattioli, ore 15.
Sabato 4 aprile. Finale 1°-2° posto, Palasport Mauro De Andrè, ore 15.

«Agli adolescenti abbiamo trasmesso i nostri tabù sul sesso, ora ascoltiamoli per capire come li hanno rielaborati»

In una società pervasa dall’ipersessualizzazione, parlare di educazione alla sessualità e all’affettività sta diventando, nemmeno troppo paradossalmente, sempre più complicato, per quanto forse sempre più necessario. E così la biblioteca Classense di Ravenna venerdì 27 marzo, in concomitanza con l’inaugurazione di uno spazio lettura dedicato proprio a questi temi nel Consultorio di via Pola, organizza, alle 17 alla Sala Muratori, un incontro con Chiara Gregori dal titolo “Trovare le parole per una nuova educazione affettiva: un aiuto dalla scienza”. Gregori è ginecologa, sessuologa e autrice di numerosi libri per bambini e ragazzi proprio sul tema.

Dottoressa, secondo lei ai bambini bisogna parlare di sesso, fin da piccoli?
«Ai bambini bisogna parlare di corpo, di cosa è e come funziona. I bambini sono in contatto con i loro corpi, sanno riconoscere le emozioni che provano proprio attraverso il corpo, ma poi lo disimparano quando viene loro insegnato solo a razionalizzare, per esempio quando diciamo loro “copriti perché fa freddo” o usiamo il termometro per scoprire se abbiamo la febbre invece di ascoltare i sintomi. Su questo si potrebbe dire che c’è un analfabetismo di ritorno man mano che cresciamo. Il vero problema è che però così disimpariamo non solo il linguaggio del nostro corpo, ma anche quello degli altri corpi e fatichiamo sempre di più a capirli».

E quali sono le conseguenze di questo mancato ascolto?
«Per esempio gli attacchi di panico o stati d’ansia che ci bloccano completamente, è il nostro corpo che vuole proteggerci quando non ascoltiamo per troppo tempo i segnali che ci manda».

Effettivamente oggi molti dati riportano un aumento a volte esponenziale proprio di questi disturbi in particolare tra gli adolescenti…
«Come medica cerco sempre di mettere dei punti di domanda a letture troppo generali, c’è sempre da chiedersi se siano aumentati i casi o semplicemente ci siano più diagnosi con il nome giusto. Quel che è certo è che sta diminuendo sempre di più il contatto con il proprio corpo e il contatto con se stessi. Oggi arriva tutto da fuori in modo assolutamente pervasivo e in ogni ambito della vita, non c’è più uno spazio intimo in cui conoscersi e scoprirsi, magari anche attraverso la noia».

Eppure mai come oggi i corpi di chiunque possono essere mostrati. Penso ai social, ai selfie in particolare.
«Il selfie non è affatto un contatto con il sé, semmai la sua negazione, proprio perché ignoriamo tutto ciò che non è instagrammabile e non diamo ascolto a come ci sentiamo davvero. Mettere i ragazzi in contatto con il loro sentire e ciò che li fa stare bene, li aiuta anche a riconoscere ciò che fa stare bene gli altri».

Anche il rapporto con la pornografia si è profondamente modificato, con quali effetti?
«Il fatto di poter continuamente accedere a contenuti pornografici ha un effetto di scollegamento con se stessi e la realtà, dove non serve più nessuna fantasia. Inoltre, lasciamo che bambini di otto o nove anni siano esposti alla pornografia perché la trovano su un telefono dei genitori o perché magari hanno digitato la parola “sesso”, che vedono scritta e ovunque, e cercano spiegazioni sul web trovando video che non sono adatti alla loro età».

Quanto potrebbe essere correlato questo alle tante esplosioni di violenza di genere che vediamo e registriamo tra gli adolescenti?
«Gli adolescenti arrivano a quell’età complicata dopo aver in genere ricevuto un’educazione che continua a premiare una suddivisione di genere: il maschio che non piange, la femmina dolce. Arrivati al liceo si sentono dire “sii pure fragile o confuso”, ma questo è in contrasto con ciò che hanno imparato fino a quel momento e di certo da ciò che imparano da molti contenuti online e questo crea inevitabilmente molta confusione».

Oggi per molti adolescenti, lo schermo, tramite l’IA, è diventato anche un confidente, quando non un consulente psicologico. Cosa dobbiamo pensare di questo fenomeno in apparente aumento?
«L’IA è un pericolo se diventa l’unico modo di relazione perché non problematizza, ma questo fenomeno ci fa anche capire quanto ci sia bisogno di un un ascolto non giudicante».

In questo quadro così complesso e contraddittorio, può davvero servire un’ora di educazione all’affettività a scuola per prevenire il disagio che talvolta sfocia in violenza?
«Il problema è che abbiamo bisogno di adulti centrati e che stiano bene con se stessi; è vero che non può bastare un’ora di scuola quando si è circondati da adulti inadatti che spesso tendono a minimizzare e a dire che tanto “si è sempre fatto così” o “la pornografia è sempre esistita”. Il mondo intorno è cambiato e purtroppo spesso il mondo adulto ha paura di questi argomenti, li vive male e trasmette ai più giovani disagio. Siamo noi adulti in primis che dovremmo misurarci con questo disagio, per poter fare un’educazione che sia rispettosa e insegni a capire le emozioni e modularle attraverso l’etica, spiegando che se a volte non possiamo scegliere ciò che proviamo, possiamo sempre scegliere come reagire a quell’impulso o a quell’emozione. Bisognerebbe innanzitutto imparare a usare i nomi giusti per descrivere il nostro corpo. Siamo tutti in grado di dire “piede”, ma molti non riescono a dire “pene”. E in vece bisogna trasmettere l’idea che ci siano zone intime, da proteggere da attenzioni che non vanno bene, e che fanno parte di noi. E questo fin da piccolissimi, perché anche da qui passa il consenso. Non possiamo aspettare che i ragazzi arrivino ai 17 anni e lo scoprano da soli».

Ma quindi, cosa fare per gli adolescenti di oggi?
«Sugli adolescenti c’è da lavorare tantissimo, perché abbiamo trasmesso loro i nostri tabù e quindi dobbiamo stare in ascolto per capire come li hanno rielaborati. Ogni volta che accade un fatto grave di cronaca che li riguarda, invece del minuto di silenzio, proviamo a chiedere loro come si sentono, se riescono a capire il comportamento violento attraverso un ascolto guidato, ma autentico».

Cosa risponde alle preoccupazioni di alcune associazioni e forze politiche di destra per il timore che un’educazione all’affettività possa in realtà creare confusione sui ruoli uomo/donna e “normalizzare” se non incoraggiare la disforia di genere?
«Il punto è che noi conteniamo moltitudini, i ruoli maschili e femminili non sono innati, ma trasmessi culturalmente e questo può diventare una gabbia. Sul tema della disforia, le cui diagnosi sono in vertiginoso aumento, penso serva molta attenzione perché può anche accadere che, proprio perché la dicotomia maschile/femminile è così radicata, alcuni comportamenti di bambini o bambine che non rientrano nelle aspettative dei ruoli uomo/donna vengano eccessivamente medicalizzati. Tutti abbiamo bisogno di sperimentare liberamente. Davanti a diagnosi di disforia, ho visto il sollievo di genitori preoccupati per l’ambivalenza dei comportamenti dei figli: meglio poterli definire trans che vivere in un’incertezza di genere, sembrano pensare. Credo che, parallelamente a tutte le lotte per il diritto di poter accedere alla transizione, la battaglia più importante sia quella per un cambio di paradigma della società, per renderla più accogliente rispetto a identità in mutamento».

Ritrovato senza testa il cadavere di Pamela Genini: nuova indagine della procura dopo il femminicidio

Nuovi sviluppi inquietanti nel caso di Pamela Genini, la 29enne uccisa a Milano lo scorso ottobre dall’ex compagno, il cervese Gianluca Soncin (qui il nostro articolo sul perché non fosse scattato il codice rosso, ai tempi). Il cadavere della giovane è stato trovato decapitato nel cimitero di Strozza, nel Bergamasco, dove era stato sepolto. La scoperta è avvenuta al momento dell’apertura della bara per il trasferimento della salma nella cappella di famiglia.

La notizia, anticipata dalla trasmissione televisiva “Quarto Grado” e rilanciata dall’Ansa, ha aperto un nuovo fronte investigativo: la Procura di Bergamo indaga per vilipendio di cadavere e per chiarire come sia stato possibile trafugare la testa senza lasciare tracce evidenti.

Pamela Genini era stata uccisa con numerose coltellate al culmine di una relazione segnata da violenze, anche nella casa di lui a Cervia. Ora gli inquirenti cercano di fare luce su questo ultimo, macabro episodio.

Accoltellamento in via Carducci: un 24enne in carcere per tentato omicidio

È finito in carcere il 24enne tunisino ritenuto responsabile dell’accoltellamento di un coetaneo egiziano avvenuto nel pomeriggio del 21 febbraio in via Carducci. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Ravenna ha disposto la misura cautelare accogliendo le risultanze investigative della Polizia locale, coordinate dalla Procura. Il giovane dovrà rispondere di tentato omicidio aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l’aggressione sarebbe maturata in un contesto legato allo spaccio di droga. Nonostante fosse già destinatario di un foglio di via con divieto di ritorno a Ravenna per tre anni, l’indagato avrebbe rintracciato la vittima e l’avrebbe colpita più volte con un coltello. Il giovane egiziano ha riportato gravi ferite al dorso, alla mano e al braccio sinistro. Lesioni che, secondo gli inquirenti, avrebbero potuto avere conseguenze letali se la vittima non fosse riuscita a schivare parte dei fendenti.

Inizialmente sottoposto a misura cautelare nel proprio domicilio, il presunto aggressore si è reso irreperibile per alcuni giorni. Dopo la fuga, il provvedimento è stato aggravato con la custodia in carcere, dove si trova attualmente.

È il giorno della posa dei cassonetti interrati di Milano Marittima, chiusa la strada

Durante la giornata di oggi, venerdì 27 marzo, viale Milano a Milano Marittima sarà interessata dalla posa della struttura principale della nuova isola ecologica interrata (proprio nei giorni in cui Hera ha annunciato la dismissione di quelle di Ravenna). Sarà pertanto prevista la chiusura nel corso della giornata, del tratto di Viale Milano interessato dai lavori, per consentire il posizionamento dei mezzi d’opera e la posa della struttura.

I lavori comporteranno alcune modifiche temporanee alla viabilità locale, come indicato nella planimetria, che verranno indicate sul posto con adeguata cartellonistica.

Il sistema sarà composto da cinque contenitori a scomparsa, con l’obiettivo di ridurre ingombri, rumori e migliorare decoro e sicurezza urbana. L’intervento, che secondo gli annunci dovrà essere completato prima della stagione estiva, ha un costo complessivo di circa 437mila euro, di cui 250mila finanziati con fondi europei del programma Next Generation EU, mentre la restante parte sarà coperta dai piani economici-finanziari di Atersir.

 

«Non ci libereremo mai dei social network»

Passiamo ore a scegliere la foto migliore, a scrivere la caption giusta, qualcuno abbozza ancora un hashtag esplicativo, sperando che l’algoritmo abbia pietà di noi e ci faccia raggiungere un numero di like socialmente accettabile. Nel frattempo, rubiamo stralci di vite lussuose che non ci appartengono (e forse mai ci apparteranno), sbirciamo quelle delle persone che non frequentiamo più, ci informiamo sul Medio Oriente tra un video di cucina e un gatto generato dall’Ai che corre sul tapis roulant. I social network sono parte integrante delle vite di tutti noi, anche dei più riluttanti. Lo sa bene Bruno Mastroianni, esperto di comunicazione digitale oltre che giornalista, filosofo e docente di 24Ore Business School. Venerdì 27 marzo sarà a Faenza (ore 21, Faventia Sales) in occasione della XXVI Settimana scientifica e tecnologica. In dialogo con Paolo Magliocco, affronterà una domanda tanto semplice quanto inevitabile: “Riusciremo a liberarci dei social network?”. Noi gliel’abbiamo chiesto in anteprima.

Mastroianni, partendo proprio dal tema dell’incontro, arrivati a questo punto, ce la faremo?
«No, non ci riusciremo. Ormai possiamo definirli una dimensione “naturale”, anche se sono tutto tranne che naturali. Ma sono uno spazio abituale in cui continueremo a muoverci. Sicuramente però cambieranno, come hanno già fatto in questi anni, e anche noi dovremo cambiare di conseguenza, imparando a ritrovare una certa libertà al loro interno, senza restarne intrappolati».

Quali sono stati i cambiamenti più evidenti dalla nascita di Facebook nel 2004 a oggi?
«Un esempio chiaro è l’ascesa del mondo dei creator, e il cambio di paradigma che porta con sé: oggi la creazione dei contenuti è diventata più importante rispetto al “fare rete”, che era uno degli aspetti fondamentali della prima era dei social. Inoltre, oggi i social hanno molte più sfaccettature rispetto a un tempo, in futuro forse conieremo nuovi termini per definirli meglio. Non parlo solo della moltitudine di canali, da Facebook e Instagram a Whatsapp, ma delle diverse potenzialità e dimensioni all’interno di una sola app. Oggi con la parola “social” mettiamo tutto in un unico calderone, forse perché abituati ai vecchi media, anche se, tra piattaforme streaming e nuovi modalità di fruizione, anche quelli sono cambiati».

E noi siamo cambiati?
«Si, anche se a mio avviso le generazioni più attempate non hanno ancora messo a fuoco la propria presenza sui social. I più giovani invece sono pienamente consapevoli della dimensione pubblica estesa che si è creata, dove ognuno è a tutti gli effetti un piccolo personaggio pubblico. Sanno anche che qualsiasi cosa si mette nel digitale circola oltre le nostre previsioni, e non mi riferisco solo a crimini come la diffusione di immagini private, ma del funzionamento stesso delle piattaforme. Anche solo la scelta della foto profilo di WhatsApp racconta tanto su di noi».

Proprio sui più giovani le opinioni si dividono: c’è chi li indica come totalmente dipendenti dal mondo social e chi invece nota un progressivo allontanamento. Quale delle due versioni crede più concreta?
«Credo che siano entrambe vere: i dati dimostrano che i giovani sono sempre più dipendenti dai social e che l’utilizzo smodato ne stia rovinando le capacità di attenzione e pensiero critico. In generale, i social possono creare una certa dipendenza soprattutto su personalità già predisposte, dove trovano ambiente fertile. È altrettanto vero, però, che la consapevolezza dei più giovani della sovraesposizione di questi canali porta a una mancanza di intervento sui social per paura del commento o del giudizio altrui. Non a caso la piattaforma da “boomer” per eccellenza è Facebook, dove sotto i post si generano intere discussioni, mentre i più giovani preferiscono l’intimità delle storie Instagram, con visualizzazioni limitate ai follower e interazioni private. Non si tratta di un declino delle piattaforme, ma di un adattamento della fruizione».

Quanto il confronto costante e diretto con le vite degli altri influenza la nostra quotidianità e le nostre scelte?
«Forse più di quanto ci rendiamo conto. Siamo in sovraccarico di contenuti e informazioni, opinioni, sulle quali ci basiamo prima di compiere una scelta. Preferiamo un ristorante a un altro in base al numero di “stelline”, leggiamo decine di recensioni prima di fare un acquisto… E spesso ci succede anche con le persone. Sbirciamo i loro profili per farci un’idea dell’opinione che gli altri hanno su di loro. Il tema è particolarmente delicato nel momento della crescita, ma non solo. Oggi l’adolescenza è estesa, non si smette di formare la propria identità dopo una certa età. Il pericolo che si nasconde dietro al confronto costante dei social deriva dal cortocircuito tra distanza fisica e vicinanza emotiva che nasce dal vedere persone lontanissime da noi dal punto di vista essenziale dentro al nostro smartphone, creando un punto di contatto con la nostra intimità. In questo contesto, comparazione e invidia si ampliano, soprattutto sui social, dove si tende a mostrare solo la foto migliore o il viaggio più bello. L’accettazione di noi stessi è un aspetto molto importante su cui dobbiamo, e dovremo, lavorare».

Parlare invece di attualità sui social, soprattutto in un contesto geopolitico complesso come quello che stiamo vivendo, è necessario o pericoloso?
«Anche in questo caso, credo che sia entrambe le cose. Il pericolo nasce da un algoritmo che alterna contenuti leggeri e attualità senza una politica editoriale. La necessità diventa quindi quella di riuscire a fare informazione corretta in modo adeguato. I social sono un canale molto frequentato e l’informazione deve essere rilanciata anche al loro interno, quindi è sempre più importante realizzare contenuti informativi validi e al tempo stesso riuscire a confezionarli per la fruizione contemporanea. Questo tipo di informazione non è sufficiente, ma può essere un primo aggancio per approfondire l’argomento tramite articoli, libri, podcast».

Il proliferare di contenuti generati con l’intelligenza artificiale è una bolla destinata a scoppiare o un nuovo linguaggio a cui dovremmo abituarci?
«In parte si tratta di una bolla, soprattutto per quanto riguarda quel genere di contenuti volutamente scadenti, detti “slop” che si stanno diffondendo a macchia d’olio in questo periodo. Se questa parte è destinata a scomparire, è altrettanto vero che la sfida “del futuro”, ma già valida nel presente, è quella di diventare sempre più abili nel capire cosa è costruito artificialmente e cosa no. Diventerà una vera e propria competenza. Forse si arriverà al livello in cui ognuno di noi dovrà dotarsi di un bot che lo aiuti a scindere quel che è reale da quel che non lo è».

Oltre a favorire la disinformazione, c’è il rischio che questo tipo di contenuto porti a una progressiva perdita della fiducia generale?
«Non è un rischio: sta succedendo, e succedeva anche prima degli “slop”. L’erosione della fiducia è tangibile, e credo che sia fondamentale per chiunque voglia lavorare sui social per creare contenuti, sia informativi che non, ricostruire passo passo questa fiducia».

C’è qualche insidia nascosta dietro all’utilizzo quotidiano che tutti facciamo dei social?
«Tante. Per me una delle peggiori è quella di vivere intere giornate dove i contenuti che dovrebbero arricchire la nostra mente ci vengono sottoposti “per scoperta” e non per ricerca. Limitarsi ad aprire le schermate iniziali e lasciarci meravigliare da ciò che propone la piattaforma presuppone l’assenza di domande, di ricerca di contenuti specifici perché si vuole seguire un filone. Passare l’80 percento del tempo di fruizione lasciandoci imboccare dall’algoritmo non fa bene al nostro cervello. Dovremmo dedicarci alla ricerca attiva, preferire il contenuto approfondito all’intrattenimento leggero».

C’è qualcosa che possiamo fare per invertire la rotta?
«Leggere, guardare un film o una serie tv. Anche la televisione, un tempo tanto criticata, può funzionare perché richiede una concentrazione più approfondita e un luogo proprio di fruizione. Ci sono persone che non riescono più a guardare un film per intero senza tirare fuori il cellulare e scrollare un po’».

Eppure se ci intrattengono tanto è anche perché offrono anche un certo tipo di valore. Quali sono gli aspetti migliori dei social?
«Nonostante tutti gli aspetti citati, resto un entusiasta dei social. Aprono continue finestre sul mondo, permettendoci di scoprire cose che non avremmo mai immaginato. Inoltre, ci danno un’opportunità gigantesca, quella di raccontare noi stessi in modo adeguato. Basta pensare a quanti giovani hanno avuto la possibilità dai social per trasformare le loro passioni in un lavoro. Ad esempio, io sono appassionato di giovani creator che si occupano di filosofia: li vedo comunicare sui social, trasformare la comunicazione in scambio e poi riempire i teatri. C’è anche chi ha aperto la sua accademia di studi. Tutto questo è incredibile. Anche nel nostro piccolo, ci danno modo di esporre temi e problematiche a un pubblico molto più vasto di quello che avremmo al di fuori, raccogliendo una grande varietà di pareri con uno scambio diretto. I social sono una struttura, sta a noi farne il giusto utilizzo».

L’impegno della Provincia: entro fine 2026 una rotatoria all’incrocio di via Dismano a Osteria

La Provincia di Ravenna prevede di realizzare entro la fine del 2026 una nuova rotataria a Osteria, frazione del capoluogo nel forese sud, all’incrocio tra via Dismano e la strada provinciale 101. Si tratta di una rotatoria di 30 metri di diametro esterno, simile a quella realizzata a San Zaccaria, a quattro braccia, con un ramo riservato esclusivamente alla Standiana e un’isola centrale insormontabile. L’attuazione del progetto avrà un costo di circa 250 mila euro.

È in via di ultimazione il progetto esecutivo: sarà la Provincia – nella veste di soggetto attuatore dell’opera – a seguire la progettazione, la direzione lavori e l’assegnazione dell’intervento. Si considera che i lavori effettivi impiegheranno 180 giorni per essere realizzati e si svolgeranno senza interruzione della circolazione stradale nei tratti interessati.

«Si tratta – spiegano la presidente della Provincia, Valentina Palli, e il sindaco di Ravenna, Alessandro Barattoni – di un intervento atteso da tempo, che nasce dall’ascolto del territorio e che si propone di migliorare il livello di servizio su un tratto stradale molto trafficato. L’obiettivo è quello di favorire la viabilità agricola, locale e turistica garantendo sicurezza e maggiore vivibilità all’intera comunità».

Reti antigradine crollate per vento e peso della neve: centinaia di migliaia di euro di danni nei frutteti

L’agricoltura ravennate comincia a fare la conta dei danni causati dal maltempo di oggi, 26 marzo, che ha portato vento e neve fino in pianura. Secondo Coldiretti i danni più pesanti si registrano nel Faentino con il cedimento di numerose reti antigrandine stese sui frutteti per proteggere le piante e soprattutto per contenere le temperature tra i filari. Le strutture sono collassate sotto il peso della neve impregnata d’acqua causando danni a impianti e frutteti, in particolare kiwi, con perdite stimate, dalla pianura alla collina, in centinaia di migliaia di euro.

Ora, con le temperature già crollate vicino allo zero e il cielo sereno previsto nei prossimi giorni, c’è grande apprensione per le possibili gelate notturne. Questo, spiega Coldiretti, anche perché il vento sferzante abbattutosi sui frutteti in piena fioritura ha già indebolito le piante aumentandone la vulnerabilità in una delle fasi più delicate del ciclo produttivo.

La principale preoccupazione degli agricoltori, dunque, è ora legata al previsto e ulteriore abbassamento delle temperature: le gelate potrebbero infatti danneggiare i fiori e le prime fasi di formazione dei frutti. Le piante, infatti, sono già fortemente bagnate per via della tanta pioggia e della neve caduta e quindi più esposte al rischio di danni da gelo e ghiaccio.

Il maltempo ha inoltre provocato danni alle strutture aziendali, con tetti danneggiati, interruzioni di energia elettrica e problemi logistici nelle aziende agricole per via, sempre nel faentino, di allagamenti nella viabilità di servizio a causa delle rete di scolo secondaria andata presto in crisi per via delle abbondanti e continue precipitazioni.

Ad aggravare la situazione – sottolinea Coldiretti – è anche l’impennata dei costi, soprattutto per le serre e per gli impianti di protezione delle colture, spinti dai rincari del gasolio legati allo scenario internazionale.

In un anno in carcere 7 aggressioni alla polizia penitenziaria, denunciati 20 detenuti

Nel carcere di Ravenna nel 2025 si sono verificati sette episodi di aggressione al personale della polizia penitenziaria con venti detenuti denunciati. Sono numeri forniti dal commissario Gabriele Celli, comandante della Polpen provinciale, nel discorso pronunciato oggi, 26 marzo, nella chiesetta dell’istituto penitenziario di via Port’Aurea che ha ospitato la cerimonia per il 209esimo anniversario della fondazione del corpo di polizia.

A Port’Aurea, aperto nel 1909 e abitualmente occupato da una ottantina di detenuti a fronte di una capienza di 49 posti, l’anno scorso sono entrate 286 persone e ne sono uscite 281. Come noto, infatti, si tratta di una casa circondariale e cioè in funzione per ospitare detenuti con pene fino a 5 anni o in attesa di giudizio.

Davanti alle principali autorità civili e militari della provincia, Celli ha voluto ringraziare tutti coloro che indossano la divisa per l’attività quotidiana svolta tra le mura dell’istituto. Nel 2025 gli agenti si sono occupati del trasferimento di 572 persone: 292 per motivi sanitari, 133 per partecipare a udienze in tribunale, 142 per trasferimenti. E poi l’attività di polizia giudiziaria: 141 su delega della procura e 38 di iniziativa.

Il comandante ha colto l’occasione della ricorrenza – negli anni diventata ormai una sorta di momento di riconoscimento per tutto il personale in servizio come educatori, psicologi e volontari – per ricordare che la carenza di organico è una criticità concreta: «Si aggiungono le assenze per malattie di lunga durata, spesso conseguenza diretta dello stress e della complessità del servizio».

Nell’edificio oggi sono in servizio 64 agenti di polizia penitenziaria, ma la pianta organica ne prevede una quindicina in più. Anche per questo arriva una richiesta che Celli definisce chiara e giusta: «Abbiamo bisogno di rinforzi, abbiamo bisogno di nuove unità, abbiamo bisogno di condizioni di lavoro sostenibili. È una questione di sicurezza e di dignità professionale. Rafforzare il personale significa rafforzare l’intero sistema penitenziario».

Alla cerimonia ha preso la parola anche il direttore del carcere, Stefano Di Lena, che ha voluto ricordare le due finalità tra cui si muove il personale in servizio: «Da una parte mantenere l’ordine e la sicurezza, dall’altra garantire l’attività trattamentale prevista dalla Costituzione per la rieducazione e il reinserimento sociale del detenuto».

L’idea di un carcere che tiene rapporti con il contesto sociale in cui è inserito è stata efficacemente rappresentata dal prefetto Raffaele Ricciardi con una citazione che pesca dalla personale passione musicale mai nascosta: «Il muro è l’elemento che più di altri associamo al carcere, ma sarebbe bello immaginare questo muro come il wall dei Pink Floyd con una breccia di collegamento umano verso l’esterno».

Un esempio in questo senso forse arriva, guarda caso, proprio dalla musica. La cerimonia odierna è stata intervallata dall’esecuzione di alcuni canti, a partire dall’inno italiano, da parte del coro della classe terza C della scuola media Guido Novello di Ravenna. È il secondo anno che questo avviene: una collaborazione nata tramite il regista Eugenio Sideri che a Port’Aurea ha tenuto un corso di teatro per i detenuti (qui ci aveva raccontato l’esperienza).

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