domenica
24 Maggio 2026

Un intervento da 460 mila euro per la riqualifica e la valorizzazione delle “Buche Gattelli”

Nascoste nel cuore della Bassa Romagna, le acque delle Buche Gattelli celano i resti di un antico villaggio neolitico, la cui esistenza è attestata dai reperti rinvenuti nel corso degli anni e oggi conservati presso il deposito archeologico lughese di via Tellarini 38. La zona rappresenta un’area di grande importanza storica e naturalistica, oggi al centro del progetto rafforzamento della rete ecologica regionale Recore.
Grazie a un investimento di 460 mila euro di fondi europei infatti, reperiti nell’ambito del programma regionale Fesr 2021-2027, da marzo partirà una serie di lavori volti alla tutela e alla valorizzazione dell’area, con chiusura dei cantieri prevista entro la fine dell’anno.

L’intervento sarà presentato alle Pescherie della Rocca di Lugo sabato 28 marzo, alle 15.30, alla presenza della sindaca Elena Zannoni, del responsabile del settore Aree protette, foreste e sviluppo zone montane della Regione Emilia-Romagna Gianni Gregorio, dell’assessora ai Lavori pubblici del comune di Lugo Veronica Valmori, oltre che di Antonio Stignani, paesaggista e direttore dei lavori dello studio Paisà, che illustrerà gli interventi di riqualificazione in programma. L’aspetto storico-archeologico sarà approfondito da Sara Morsiani (soprintendenza di Ravenna) e Giovanni Valentinotti (Comitato per lo studio e la tutela dei beni storici del Comune di Lugo); infine, Sara Lunghi della cooperativa sociale Atlantide illustrerà le attività divulgative e didattiche previste per il prossimo futuro.

Gli obiettivi principali del progetto sono due: assecondare lo sviluppo naturale degli ecosistemi presenti e favorire la fruibilità responsabile dell’area. Inoltre, per restituire al pubblico la fisionomia di questo insediamento sommerso, verrà inoltre realizzato un plastico che ne ricostruisce l’aspetto originario.

Il rafforzamento della biodiversità sarà perseguito grazie a un insieme di interventi di riqualificazione ecologica. Al centro di questa strategia vi è la creazione di una nuova area umida permanente, caratterizzata da acque basse, ottenuta tramite la riprofilazione del terreno. Questo intervento consentirà di ampliare la superficie utile all’insediamento di specie vegetali e faunistiche tipiche degli ambienti umidi, favorendo così la complessità ecologica e la capacità attrattiva dell’area.
Ai fini del successo ecologico dell’intervento, sarà fondamentale anche la mitigazione degli elementi di disturbo: il rumore prodotto dal traffico di via Quarantola costituisce una fonte significativa di inquinamento acustico; verrà quindi rafforzato il corridoio perimetrale arbustivo e arboreo esistente, per amplificarne la funzione di barriera fonoassorbente e ridurre la presenza di polveri sottili nell’area e nel quartiere adiacente. Inoltre, lungo la sponda nord, sarà piantata una fascia arbustiva densa, pensata per minimizzare l’interferenza visiva e proteggere la garzaia esistente. Saranno messi a dimora nuovi alberi per il consolidamento delle zone boschive esistenti, anche con specie igrofile (sommerse e non sommerse) lungo le sponde dell’area umida, e la semina di prati fioriti capaci di attrarre impollinatori e altri insetti.

Il secondo intervento strategico consiste nel miglioramento dei percorsi attorno al lago. Per migliorare l’accessibilità complessiva, parte della terra di risulta dalla creazione della nuova zona umida sarà destinata a rialzare il percorso pedonale nell’angolo sud-ovest dell’area, consentendo una migliore percorribilità anche in caso di acqua alta. Nel tratto a est sarà installata una passerella sopraelevata in legno, che garantirà la continuità e la percorribilità del tracciato durante tutto l’anno senza interferire con i cicli idrologici naturali e con la funzione di laminazione del lago.

«Il parco delle buche Gattelli rappresenta un’area di grande valore naturalistico, urbanistico ed educativo – sottolinea l’assessore all’Ambiente Fausto Bordini, coordinatore dell’incontro di sabato -. Tuttavia, allo stato attuale, il parco risulta per lo più chiuso al pubblico e spesso inaccessibile. Negli ultimi anni, la crescente attenzione verso la qualità ambientale e la necessità di tutelare la biodiversità hanno portato a riconoscere le buche Gattelli come un luogo strategico per interventi di rigenerazione ecologica e valorizzazione naturalistica, contribuendo alla resilienza ambientale e alla sostenibilità del territorio. Questi lavori metteranno finalmente a valore un’area che tutti potranno riscoprire e conoscere durante le aperture programmate, e contribuiranno senz’altro a migliorare la qualità della vita nella nostra città».

Daspo di un anno per quattro tifosi di calcio di categorie minori

La questura di Ravenna ha emesso quattro divieti di accesso a manifestazioni sportive (il cosiddetto Daspo) della durata di un anno per quattro tifosi di squadre di calcio di categorie minori della provincia.

Il Daspo è una misura di prevenzione amministrativa emessa dal questore contro persone responsabili di atteggiamenti violenti in luoghi di sport. In questo caso, però, si tratta del cosiddetto “Daspo fuori contesto”: il divieto di accesso ricade su persone che non hanno commesso fatti violenti specifici ma sono solite frequentare i contesti sportivi e hanno profili ritenuti pericolosi per reati di altra natura. La norma specifica che è un provvedimento previsto per chi risulta denunciato, o condannato anche con sentenza non definitiva, nel corso dei cinque anni precedenti per una serie di gravi reati contro l’ordine pubblico oppure perpetrati con violenza, tra i quali anche la rissa, la rapina ed il porto di armi od oggetti atti ad offendere.

La divisione Anticrimine della questura ha esaminato le posizioni dei quattro uomini gravitanti nei medesimi ambiti sportivi e collegati per frequentazioni e contesti criminali a persone già raggiunte da Daspo. In particolare le indagini della polizia sono partite dall’aggressione di un tifoso del Santerno a un giocatore del Vita Granarolo a ottobre (campionato di Seconda categoria) e dalla condotta della tifoseria del Mezzano in occasione di una gara contro il Faventia (ancora Seconda categoria). I quattro uomini destinari dei Daspo non sono riconducibili a una specifica tifoseria organizzata, ma erano soliti frequentari gli stadi della zona.

Oltre 3200 visitatori alla scoperta del patrimonio storico e culturale ravennate

Oltre 3200 visitatori in provincia per le giornate Fai di Primavera: tra sabato 21 e domenica 22 marzo il Fondo Ambiente Italiano ha aperto le porte di luoghi storici e significativi di tutta Italia, spesso chiusi al pubblico, per permettere ai visitatori di scoprire il patrimonio culturale e ambientale dei diversi territori, guidati dai giovani “ciceroni” delle scuole locali e dai volontari che hanno prestato il loro tempo e il loro entusiasmo. Lo scopo, come ogni anno, è quello di raccogliere fondi per consentire la tutela e la valorizzazione di questi e altri luoghi identitaria del Paese.

Nel Ravennate, sono oltre 200 gli allievi che si sono preparati per condurre le visite guidate tra Palazzo di Teodorico e la Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo a Ravenna (quest’ultima con visite dedicate alla comunità ucraina) il Museo del Risorgimento a Russi, l’aeroporto militare di Cervia – Pisignano, il percorso dedicato ai musei dei ceramisti faentini a Faenza e il Deposito Archeologico del territorio di Lugo. Più di 100 invece i volontari che hanno accompagnato i ragazzi, rendendo quest’attività possibile e diverse le associazioni territoriali coinvolte, tra cui l’Associazione Carabinieri Volontari, la Protezione Civile e la Croce Rossa Italiana.

Il prossimo appuntamento alla scoperta dei luoghi simbolo del territorio è fissato per le Giornate Fai d’Autunno, ma la Delegazione Fai di Ravenna organizza durante tutto l’anno iniziative e attività aperte al pubblico e annunciate sulla pagina Facebook dedicata.

A Faenza il sindaco uscente lancia la campagna elettorale in piazza con De Pascale e cita Lucio Dalla

Inizia sabato 28 marzo (ore 18.30) in piazza del Popolo la campagna elettorale del sindaco uscente di Faenza, Massimo Isola, nuovamente candidato per la coalizione di centrosinistra alle elezioni amministrative di maggio. «In questa prima fase – afferma Isola – ho scelto di non mettere la mia faccia sui manifesti: credo ci fosse il bisogno di fare un passo indietro e lasciare spazio alla città, a quello che abbiamo costruito insieme in questi anni. Raccontare la città significa riconoscere il lavoro collettivo che c’è stato dietro ogni passo avanti».

I manifesti rappresentano Faenza in frammenti di quotidianità: “Si muove la città” è lo slogan scelto, con un richiamo a Lucio Dalla, «a una dimensione culturale che appartiene a tutti, ma è anche la descrizione di un sentimento reale di una comunità che non si è mai fermata, ha continuato a fare, a rimettere insieme i pezzi, a guardare avanti. E oggi quella stessa energia diventa il punto di partenza per immaginare il futuro».

Quello di sabato sarà un appuntamento pubblico, aperto alla cittadinanza, sotto la Torre dell’Orologio, con la presenza a fianco di Isola del presidente della Regione Michele de Pascale. In occasione dell’avvio della campagna, sarà inoltre inaugurata la sede del comitato elettorale in Piazza Martiri della Libertà.

«Propongo un linguaggio sobrio e rispettoso per questa campagna, capace di costruire – termina Massimo Isola – è necessario alzare il livello del confronto, riportandolo su un piano serio e utile per i cittadini».

Il ravennate Bondioli: «Che emozione vincere a Roma. Con Sinner 4 anni di allenamento, si merita tutto»

Un ragazzo come tanti, che gira il mondo con un borsone sulle spalle e il sogno di entrare in uno Slam. È il tennista professionista Federico Bondioli, ventenne ravennate, numero 437 del mondo in singolare e 197 in doppio. Il 15 marzo ha conquistato il suo terzo torneo in carriera in singolare sul cemento di Sharm El Sheikh, nel torneo ITF da 15mila dollari, mentre in queste ore sta ben figurando nel Challenger di Napoli. Meno di un anno fa, in coppia con l’amico Carlo Alberto Caniato, ha colto un successo prestigioso battendo due totem del tennis come Bolelli e Vavassori nella terra rossa degli Internazionali di Roma. Tra un allenamento e l’esame della patente, Bondioli ci ha raccontato in questa intervista il suo percorso, le sfide mentali della vita da professionista, i ricordi della crescita a Ravenna e anche l’esperienza di allenarsi per 4 anni con Jannik Sinner.

Sei reduce dalla bella vittoria in Egitto, ci racconti com’è andata questa esperienza?
«Sono molto felice perché era un periodo in cui mi sentivo bene fuori dal campo, mi allenavo bene e facevo le cose giuste. Però in partita mi bloccavo un po’, sentivo la pressione. Dalla seconda settimana, dopo aver vinto al terzo set il primo turno, mi sono sbloccato: da lì partita dopo partita ho iniziato a trovare un livello sempre più alto fino alla finale, dove ho giocato la mia miglior partita e ho vinto 6-2 6-4 contro lo slovacco Michal Krajci».

C’è stato un momento preciso in cui è cambiato il torneo?
«Sì, durante il primo turno della seconda settimana. Ero completamente perso: avevo vinto il primo set 6-4 giocando male, poi ho perso il secondo e dentro di me volevo uscire dal campo. Al cambio campo ho avuto qualche minuto e mi sono detto: “Così non ha senso, o reagisci e ci metti carattere oppure è inutile giocarla”.
Da lì, nel terzo set, ho iniziato piano piano a mettere più intensità, più voce, più presenza su ogni palla. Ho trovato fiducia e sono arrivato sul 5-2 con il braccio sciolto, tirando vincenti. Quel set ha cambiato tutto il torneo perché mi ha dato il coraggio che prima non avevo».

Hai parlato di fatica mentale: nel tennis ogni partita è veramente una sfida prima contro se stessi e poi contro l’avversario?
«Assolutamente sì. Nell’ultimo periodo, da settembre dell’anno scorso, ero entrato in un tunnel: non mi vivevo più bene le partite, stavo male in campo. Venivo da 33 tornei in un anno, quindi sono arrivato a fine stagione molto stanco, anche perché giocavo sempre e poi tornavo a Sassuolo nel weekend per giocare la Serie A. Pensavo fosse solo stanchezza, invece è una cosa che mi sono portato dietro anche all’inizio di questa stagione».

E come ci stai lavorando?
«Sto lavorando con uno psicologo e con il mio team. Cerchiamo di trovare equilibrio anche fuori dal campo, perché il tennis ti porta a vivere il 100% della giornata solo per quello. Invece è importante avere anche altro: per esempio, ai tornei cerchiamo di staccare, magari la sera andare a fare un giro o fare qualcosa di diverso come giocare a golf. Non è un caso se in Egitto la prima settimana c’erano mio padre e la mia ragazza: oltre a giocare bene, fuori dal campo riuscivo a stare sereno, uscire, cenare. Questo mi ha aiutato tanto».

Giri tutto il mondo e sei iscritto da anni al circolo di Sassuolo. Che rapporto hai oggi con la città di Ravenna?
«Da quando ho 12 anni sono a Sassuolo, ormai è la mia seconda casa, forse la prima perché vivo lì e ho anche la mia ragazza lì. A Ravenna torno poco, però sono molto affezionato: ho preso per la prima volta la racchetta in mano allo Zavaglia, restandoci fino ai 12 anni e instaurando tanti legami d’amicizia».

Sia lo Zavaglia che Massa Lombarda sono in Serie A, c’è possibilità di un tuo ritorno?
In questo momento sto bene a Sassuolo perché hanno sempre avuto un progetto chiaro su di me, però sia a Massa Lombarda che a Ravenna sono molto legato. Per Ravenna ci gioca Caniato che è il mio miglior amico, mentre a Massa Lombarda conosco il capitano e tutti gli altri ragazzi. In futuro non si sa mai».

Tra i momenti più belli della tua giovane carriera c’è sicuramente la vittoria in doppio contro due star del tennis mondiale nella splendida cornice degli Internazionali di Roma.
«Sì, proprio con Caniato abbiamo vinto contro Simone Bolelli e Andrea Vavassori nel 2025. È stato pazzesco perchè dopo essere entrati nel tabellone principale e aver visto l’accoppiamento, abbiamo detto “che sfiga”. Però allo stesso tempo era una grande occasione: giocare un Master 1000, contro due italiani fortissimi, con tanta gente sul campo 2 di Roma. Abbiamo preparato la partita sapendo che sarebbe stata durissima, ma cercando di restare uniti in ogni momento. Anche dopo aver perso il secondo set 12-10 al tie-break, dopo quattro match point, siamo rimasti compatti e abbiamo vinto. È stata una partita incredibile, davanti a tantissima gente, e disputarla al fianco di Carlo (Caniato ndr), che è uno dei miei migliori amici, è stato indescrivibile».

A livello giovanile eri molto quotato e hai vinto anche tornei di spessore. Qual è lo step più difficile nel passare da junior a professionista?
«Bella domanda. Dal punto di vista del gioco non cambia tantissimo, ma cambia tutto il contorno. I pro sono davvero professionisti, non lo fanno per gioco. Da junior ho avuto un percorso molto bello, sono arrivato 12 al mondo, giocando tutti gli Slam da testa di serie  con tanto di finale a New York.  Da junior vivi più leggero, mentre tra i grandi ogni partita conta, giochi per punti Atp e per soldi, e la scalata è lunga. Sto lavorando molto per godermi il percorso e trovare continuità ma aver avuto quel percorso giovanile mi ha fatto capire dove voglio arrivare».

Quali sono i tuoi obiettivi a breve termine, sia dal punto di vista tecnico che dei risultati?
«A breve voglio, quando gioco i Future (nome ufficiale ITF Men’s World Tennis Tour ndr) arrivare sempre in fondo e iniziare a fare buoni risultati nei Challenger, magari quarti, semifinali. L’obiettivo è arrivare il prima possibile alle qualificazioni Slam, per le quali è necessario essere intorno alla 240ª posizione Atp. Dal punto di vista tecnico mi concentro molto sul lavoro. Voglio trovare sempre più continuità e fiducia in quello che faccio».

Adesso in Italia tanti bambini iniziano tennis, trasportati dall’onda dei successi di Sinner. Che consiglio daresti ad un giovane che gioca a tennis?
«Direi di godersi il percorso, perché è lungo. A 12-13 anni si tende a vivere ogni partita come se fosse una finale, ma in realtà sono tappe di crescita. Parlo per esperienza personale: i risultati sono importanti, ma bisogna mettere davanti il miglioramento, lavorare con i genitori per trovare equilibrio e pensare a diventare giocatori più forti nel tempo, non solo a vincere subito».

Ti sei allenato per anni con Sinner, che rapporto avevi con lui? 
«Mi sono allenato con lui a Bordighera per 4 anni, fino a quando non è entrato in top 20 a 18/19 anni. Abbiamo passato anche tanto tempo insieme, soprattutto in quarantena giocavamo tutte le sere alla Playstation. Si vedeva che aveva potenzialità incredibili ma sinceramente non pensavo arrivasse a quei livelli così in fretta. Si merita davvero tutto: è una persona umile, un grande lavoratore. Posso confermare che è esattamente come si vede dalla televisione».

Minorenne rapinato fuori dalla discoteca: il monopattino elettrico rubato è stato ritrovato grazie al Gps

È stato ritrovato grazie al Gps il monopattino elettrico che era stato rubato a un minorenne durante una rapina nei lidi ravennati. Nei giorni scorsi i carabinieri di Russi hanno denunciato l’uomo ritenuto colpevole per ricettazione.

I fatti risalgono allo scorso gennaio, quando nei pressi di un locale notturno due giovani avevano aggredito fisicamente un ragazzo, sottraendogli anche uno smartphone e un monopattino elettrico del valore di circa 800 euro.

La svolta è arrivata nei giorni scorsi quando il monopattino, dotato di un dispositivo di geolocalizzazione, è stato individuato in una frazione del forese ravennate, vicino a un’abitazione, dov’era legato con un lucchetto. Dopo la segnalazione al 112, sul posto è intervenuta una pattuglia dei carabinieri di Russi, che ha identificato l’uomo in possesso del mezzo. Per lui è scattata la denuncia alla Procura di Ravenna, mentre il monopattino è stato restituito al legittimo proprietario.

L’ex direttore contro il “nuovo” Festival delle Culture: «Sono state escluse le comunità straniere»

C’è un paradosso – secondo Tahar Lamri – al centro del Festival delle Culture di Ravenna: negli anni in cui la manifestazione è cresciuta in termini di risorse, durata e investimenti, avrebbe progressivamente perso la propria funzione originaria. Diventando di fatto «più inutile».

Lo sostiene lo stesso Lamri, intellettuale e scrittore ravennate di origini algerine, tra gli ideatori nel 2004 del festival, che lo ha diretto fino al 2012. «Allora si faceva con risorse limitate – ricorda – costruendo ogni edizione attraverso mesi di lavoro con circa 92 associazioni di comunità straniere presenti sul territorio». Il risultato, spiega, era un appuntamento concentrato in tre giorni in cui «Ravenna diventava concretamente un’altra città», con le comunità protagoniste, una forte partecipazione cittadina e un ruolo attivo delle seconde generazioni.

Secondo Lamri, quel modello avrebbe prodotto «coesione reale, protagonismo comunitario, infrastruttura sociale». Un impianto che, dopo la sua uscita, si sarebbe progressivamente trasformato. «Ho taciuto per anni – afferma – ma c’è un punto in cui il silenzio smette di essere discrezione e diventa corresponsabilità».

Nel mirino c’è l’evoluzione organizzativa del festival, che a suo giudizio sarebbe stato “occupato” da una gestione più istituzionale da parte di alcuni funzionari dell’Ufficio Immigrazione del Comune, perdendo la dimensione partecipativa originaria. «Il budget è cresciuto – sostiene – ma i risultati, in termini di reti tra associazioni, protagonismo delle comunità e coesione civica, sono crollati». Lamri parla esplicitamente di una questione politica: «Quando il denaro pubblico finanzia qualcosa che non produce più il risultato dichiarato, non siamo davanti a un problema estetico».

A suo avviso, il programma 2026 rappresenta un punto emblematico di questa trasformazione: quattro mesi di eventi, dal 13 marzo al 20 giugno, distribuiti in numerose sedi e costruiti come un “catalogo di proposte” – tra cinema, teatro, mostre e incontri internazionali – che però avrebbero perso il legame diretto con le comunità straniere del territorio. «Un catalogo non è un festival – osserva – e soprattutto non ha nulla a che fare con le comunità che vivono a Ravenna». Comunità che, secondo l’ex direttore artistico, oggi «non esistono come soggetti, ma solo come tema», diventando oggetto di narrazione più che protagoniste attive. Nel passaggio dal modello originario a quello attuale, Lamri individua una perdita netta: «Le 92 associazioni sono scomparse, i giovani di seconda generazione sono stati esclusi». La loro presenza, aggiunge, sarebbe ormai marginale e relegata agli ultimi giorni del programma.

«Con più soldi pubblici si è ottenuto meno protagonismo, meno reti, meno coesione», conclude. Una trasformazione che, secondo Lamri, dovrebbe essere valutata politicamente dall’amministrazione, perché riguarda non solo l’identità culturale del festival, ma l’efficacia stessa dell’investimento pubblico e il rapporto con il tessuto sociale della città.

«La politica sul palco? L’arte ha degli obblighi verso la società»

Da giovedì 26 a domenica 29 marzo arriva al teatro Alighieri di Ravenna Matteotti – Anatomia di un fascismo. Uno spettacolo figlio della collaborazione tra Stefano Massini, Ottavia Piccolo e l’Orchestra Multietnica di Arezzo, per ricordare all’Italia come sono andate le cose, agli inizi del ventennio fascista, per raccontare un uomo, il parlamentare Giacomo Matteotti, assassinato dalle camicie nere il 10 giugno 1924. Ne parliamo con la protagonista femminile, storica attrice di teatro e cinema.

Come nasce questo spettacolo? Qual è l’idea di fondo e perché è importante portarlo in scena?
«Lo spettacolo nasce da Stefano Massini, con cui lavoro da 20 anni, che mi propone l’idea per il centenario della morte di Matteotti. La sceneggiatura riesce a entrare nella storia senza “sceneggiare” i personaggi, io porto sul palco le sue parole meno conosciute, il rapporto con la moglie Velia, la dualità che si crea con il fascista Italo Balbo, suo conterraneo che però appartiene a un mondo completamente opposto, l’amore che dimostra per il Polesine, la sua terra. Matteotti era un grande amministratore, era uno che non credeva nella rivoluzione quando ampie fasce di popolazione non riuscivano a mettere insieme il pranzo con la cena, nonostante venisse da una famiglia agiata. Sono molto felice di come è venuto lo spettacolo: le visual di Raffaella Rivi, le musiche dell’orchestra multietnica come colonne portanti, il modo nuovo di muovermi che ho scoperto con la regia di Sandra Mangini».

In altri suoi lavori, come Donna non rieducabile o 7 minuti, le sue performance sono state profondamente politiche: qual è, secondo lei, il rapporto che dovrebbe esserci tra arte drammatica e politica?
«Penso che l’arte in generale abbia grandi libertà e anche obblighi verso la società. Nel caso del teatro o del cinema, che io non definirei arte ma “alto artigianato”, non si può ignorare il mondo circostante quando si sta per raccontare una storia. Oggi ci sono moltissime vie possibili, in teatro soprattutto, e se percorse con serietà si finisce sempre per parlare alla polis, per creare qualcosa che parla di unione e cultura, per applicare un antidoto. Fino a 25-30 anni fa, io sono stata un’attrice a chiamata, ricevevo le proposte dai registi e si decideva; poi ho scelto invece di prendermi più libertà e responsabilità. All’inizio, con lavori come Buenos Aires non finisce mai, che nasce da una lettura di Massimo Carlotto, e un adattamento a monologo di Terra di latte e miele, dal testo di Manuela Dviri sulla “Terra promessa”, in scena tra la prima e la seconda Intifada, poi con i testi di Stefano Massini, come Donna non rieducabile su Anna Politkovskaja e 7 minuti, su 11 operaie francesi in attesa di licenziamento, adattato poi allo schermo. Questi lavori sono importanti, le drammaturgie sono lungimiranti e occorre continuare a portare cose di questo genere sui palchi e sugli schermi di tutta Italia».

Come è cambiata, dal suo punto di vista, l’arte drammatica dagli anni sessanta fino ad oggi?
«Dal punto di vista organizzativo è cambiato tutto: i Teatri Stabili sono molto più forti, una volta c’erano compagnie primarie, c’erano grandi registi, gente come Ronconi, ma era più facile per i giovani “provarsi”. Oggi molti Stabili, molte istituzioni, sono troppo attente alle amicizie, per così dire: è più dura inserirsi attraverso un canale classico, nuovi volti stanno uscendo con i social. Nel tempo il teatro ha assorbito diversi modi di raccontare storie, tanti tipi di rappresentazione, dagli anni ‘60 e ‘70 le avanguardie hanno detto basta con le parole, poi il teatro ha preso altre forme ancora. Mancano soldi, ma di quelli anche prima non ce n’erano parecchi, e inoltre è bene sottolineare che oggi la vera critica non esiste quasi più: i critici un tempo erano riconoscibili, gli articoli erano lunghi e approfonditi, oggi sui giornali maggiori arrivano a 20 righe, fatte così non possono essere costruttive, ma del resto se non si ha più la pazienza di leggere…».

Cinema, teatro e AI: come vede l’evoluzione di queste discipline nell’epoca dell’Intelligenza artificiale?
«Partendo dal presupposto che sono un’analfabeta digitale, credo che dipenderà dall’utilizzo che decideremo di farne: un coltello può ferire o tagliare una corda. Voglio essere ottimista a riguardo, so che sarà sempre più facile produrre cinema in poco tempo e con meno idee, ma per esempio credo che il teatro possa essere immune a questa deriva: la carnalità, gli errori, il respiro dell’attore sono insostituibili. Il teatro è qui e ora, unico nella serata. Ci hanno detto che il cinema sarebbe stato la morte del teatro, poi la tv, dunque internet, eppure siamo ancora qua… Sono curiosa, ma credo sopravviveremo anche questa volta!».

In conclusione, un consiglio che darebbe a un o una giovane che vorrebbe fare dell’arte drammatica la propria vita?
«Io sono stata fortunata, la prima volta in scena avevo 11 anni, era il 1960, il mondo adesso è cambiato completamente, ma credo che studiare sia fondamentale, che sia necessario conoscere ogni forma d’arte, andare a mostre, musei, spettacoli, film, leggere di tutto, da sceneggiature a romanzi. Si faccia esperienza il più possibile, si pratichino le arti e che si studi, si studi e si studi!».

Alla biblioteca Manfrediana ora c’è un “Urban Hub”, nuovo spazio dedicato ai giovani

A Faenza è nato un nuovo spazio dedicato ai giovani: si chiama Urban Hub ed è stato realizzato all’interno della biblioteca Manfrediana, al posto di un vecchio deposito. Pensato come luogo di incontro e produzione, si configura come un ambiente aperto e dinamico: al suo interno troveranno spazio laboratori, workshop, eventi e attività di produzione multimediale, con l’obiettivo di offrire ai giovani opportunità concrete di espressione anche grazie alla collaborazione con associazioni e realtà del territorio.

Il progetto si inserisce nel percorso di ripartenza successivo all’alluvione del maggio 2023 ed è uno degli interventi del bando regionale dedicato alla riqualificazione degli spazi per i giovani. La realizzazione è stata possibile grazie a un finanziamento della Regione Emilia-Romagna di 135mila euro, a cui si aggiunge un cofinanziamento di 15 mila euro del Comune di Faenza. Una successiva rimodulazione progettuale approvata dalla Regione ha inoltre consentito di destinare ulteriori 50mila euro agli allestimenti interni, permettendo  di dotare lo spazio di arredi e attrezzature tecniche adeguate. A questi si aggiungono altri 21mila euro di fondi regionali per la gestione della comunicazione territoriale degli eventi.

Un ruolo centrale è affidato all’associazione Fare Spazio Aps, nata da un percorso partecipativo promosso dall’amministrazione comunale e oggi composta da una trentina di giovani, che si occupa dell’animazione dello spazio e dello sviluppo delle attività. Da questa esperienza è nato anche Yourfae, il canale social attivo su Instagram e Tik Tok e sito web, ideato per promuovere e valorizzare le iniziative rivolte alle nuove generazioni. Tra queste rientra anche il festival Urban F.A.I.R. che coinvolge scuole, associazioni e giovani creativi con concerti, contest, attività artistiche e sportive.

L’inaugurazione dello spazio dei giorni scorsi segna quindi l’avvio di una nuova fase per le politiche giovanili del territorio, fondata su partecipazione, collaborazione e valorizzazione delle energie delle nuove generazioni. Come sottolinea Manuela Rontini, sottosegretaria alla Presidenza della Regione Emilia-Romagna in una nota inviata alla stampa: «Inauguriamo uno spazio che rappresenta più di un luogo fisico: è un segno concreto di rinascita per la nostra comunità». L’assessore Davide Agresti aggiunge: «Siamo orgogliosi di inaugurare un luogo pensato per accogliere idee, talenti e aspirazioni delle nuove generazioni. Il nostro obiettivo è costruire una città sempre più attenta alle esigenze dei ragazzi e delle ragazze, capace di ascoltarli e di accompagnarli nel loro percorso».

Immigrazione e ideologia: i dettagli dell’inchiesta sui medici di Malattie infettive

La polizia di Stato ha indagato per quasi otto mesi, a partire da luglio 2025, sul reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna. L’ipotesi investigativa era che alcuni medici ostacolassero le decisioni delle autorità locali a proposito dei trasferimenti di persone straniere ai centri di permanenza per il rimpatrio (i cosiddetti Cpr), il primo passo verso l’espulsione dall’Italia. I certificati che attestavano la non compatibilità dei soggetti con il trattenimento nelle strutture erano, secondo gli inquirenti, falsi e i dottori ne erano consapevoli. Per chi è destinato all’espulsione, ma non può permanere nei centri, la norma stabilisce il ritorno in libertà.

L’accusa per i medici è di falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio. I reati di falso sono ritenuti offensivi della fede pubblica intesa come la fiducia che la collettività ripone nell’autenticità dei documenti – soprattutto quelli pubblici – e l’aspettativa che i contenuti di un atto che liberamente circola corrispondano alla verità. Un falso materiale è un atto non genuino perché contraffatto. Il falso ideologico, invece, consiste in un documento che contiene dichiarazioni mendaci: a differenza del falso materiale, non è stato oggetto né di contraffazione né di alterazione, in quanto viene tendenzialmente predisposto da un soggetto legittimato a farlo e che, tuttavia, documenta fatti (o condizioni) non corrispondenti al vero.

Il 13 marzo scorso uno snodo significativo nell’inchiesta: il giudice per le indagini preliminari (Gip) ha disposto delle misure cautelari per gli otto medici indagati (gli altri tre occupati nel reparto non sono coinvolti). Sospensione dalla professione per dieci mesi per tre dottoresse e per lo stesso intervallo di tempo gli altri cinque (di cui una nel frattempo si è trasferita in ospedale a Forlì) potranno lavorare, ma non occuparsi dei certificati per i trasferimenti ai Cpr.

Secondo la procura, che aveva chiesto un anno di interdizione per tutti per il rischio di reiterazione del reato, l’approccio ideologico dei sanitari era sconfinato in un comportamento che andava oltre il legittimo svolgimento della professione medica. Una visione che è stata sostanzialmente condivisa dal Gip che ha accordato, in parte, le misure cautelari. Il punto, specifica l’ordinanza, non è l’adesione ideologica, ma che questa abbia ceduto il passo a «comportamenti antigiuridici» e contrari alle regole deontologiche. Insomma, potevano certo esprimere il proprio dissenso, ma sarebbero andati oltre alla deontologia e al legittimo diritto di manifestare il proprio pensiero contro il sistema di gestione dell’immigrazione.

Gli indizi raccolti dai poliziotti evidenzierebbero anche tre casi in cui i medici di Malattie infettive avrebbero descritto problematiche di natura psichiatria per ribaltare un parere di idoneità arrivato proprio dal reparto di Psichiatria. Le difese degli indagati, in una nota congiunta inviata alla stampa il 24 febbraio, hanno assicurato la veridicità dei pareri medici espressi nei certificati. Una posizione poi ribadita davanti al giudice in occasione dell’interrogatorio di garanzia del 12 marzo, quando gli avvocati hanno chiesto il rigetto delle misure cautelari facendo leva su una disposizione interna dell’Ausl di pochi giorni prima che esonerava gli indagati dalle mansioni dei certificati. Il giudice ha criticato il provvedimento dell’azienda sanitaria: la misura adottata sarebbe stata imprecisa e indeterminata. Non risultava chiaro se l’esonero costituisse un provvedimento disciplinare, o se riguardasse invece solo ragioni di organizzazione. E nemmeno era specificata la durata della disposizione. In astratto l’esonero sarebbe potuto essere revocato anche il giorno successivo alla sua adozione.

Il Gip però ha anche accolto una richiesta delle difese: l’applicazione di un criterio di proporzionalità. Non tutti i medici hanno firmato lo stesso numeri di certificati: si va da chi è chiamato a rispondere per undici certificazioni e chi solo per una o due. Da qui deriva la diversa gravità dei provvedimenti.

L’indagine è partita quando alla questura di Ravenna è arrivato un certificato che attestava la non idoneità di un migrante al trattenimento in un Cpr, ma si trattava di un modulo precompilato che è parso un modello preparato ad hoc senza una effettiva presa in carico del paziente. A quel punto gli inquirenti hanno voluto analizzare meglio e hanno preso in esame il periodo a partire da settembre 2024. Fino a gennaio 2026 sono stati 64 i migranti passati dagli ambulatori di Malattie infettive: 20 valutati idonei per i Cpr, 34 non idonei e dieci hanno rifiutato di sottoporsi alla visita e sono stati rimessi in libertà, come previsto dalla legge. Dallo scorso settembre la frequenza delle non idoneità era diventata pressoché totale. Nessuno dei 34 ritenuti non idonei è stato preso in carico del servizio sanitario. Gli elementi a sostegno dell’accusa vengono soprattutto dalle intercettazioni ambientali negli ambulatori del reparto e dalle chat tra indagati acquisite il 12 febbraio con una perquisizione.

Delle conversazioni scritte sui telefonini sono stati riportati ampi stralci dai quotidiani locali, Resto del Carlino e Corriere Romagna. È il 10 luglio del 2025 e a parlare è una delle tre dottoresse poi sospese per 10 mesi: si rammarica del fatto di essere stata convocata dalla polizia circa un certificato di non idoneità. E lì, ammette di averlo scritto per evitare al giovane il trasferimento al Cpr: «la polizia mi vuole fare un verbale… perché non ho fornito l’idoneità a uno che vogliono espellere dall’Italia…ma è una questione etica per me…visto cosa sono i cpr…è in corso una campagna di (…) al riguardo che alcuni di noi abbracciano». Una dottoressa indagata scriveva a luglio del 2024: «Ho dato la non idoneità per un Cpr e il ragazzo è tornato a ringraziarmi».

Altri messaggi sembrano manifestare più esplicitamente la linea: «Ormai ci siamo dentro da così tanto… è una rottura ma la scelta è puramente etica. Noi avremo dato più di 20 non idoneità e non è successo niente. La cosa importante è essere uniti e non succede nulla». È dalle chat che emerge anche il rapporto tra i medici ravennati e la Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), apertamente contraria ai Cpr. Nel settembre del 2024 una dottoressa scrive a un portavoce della Simm: “Ciao! Qui a Ravenna almeno altre 4 non idoneità”.  La replica è l’emoticon del bicipite, in segno di incoraggiamento. Scambio di messaggi simile dopo due mesi con l’esponente della Simm che aggiunge: “Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura”. Circostanza che è costata poi un richiamo del giudice a una possibile violazione della privacy.

Caso certificati anti-Cpr, nessun medico indagato ha fatto ricorso contro i provvedimenti del giudice

[Aggiornamento del 27 marzo]: Tre dottoresse hanno fatto ricorso.

Nessuno degli otto medici dell’ospedale di Ravenna indagati per presunti falsi certificati di non idoneità ai centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) ha presentato istanza al tribunale del Riesame contro la decisione del giudice per le indagini preliminari di sospenderne tre per dieci mesi e interdire i restanti cinque all’attività di certificazione. La notizia è riportata dal quotidiano Il Corriere Romagna in edicola oggi, 24 marzo.

L’inchiesta della procura di Ravenna è partita a luglio 2025 e contesta l’emissione di certificati compilati in maniera arbitraria nei confronti di 34 stranieri irregolari su 64 destinatari di decreto di espulsione (nel periodo da settembre 2024 a gennaio 2026) e portati in ospedale per la visita medica propedeutica al trasferimento nei Cpr (20 sono stati dichiarati idonei e 10 hanno rifiutato di sottoporsi alla visita tornando quindi in libertà come previsto dalla legge, anche per chi non è idoneo).

A giudizio del giudice, sulla base delle chat estrapolate dai cellulari dopo la perquisizione in reparto effettuata dalla polizia di Stato il 12 febbraio, gli otto sanitari sarebbero stati uniti da un «forte coinvolgimento ideologico ed emotivo», animato dal considerare la prassi della detenzione amministrativa in attesa dell’espulsione alla stregua di un “lager” e con carenze notevoli dal punto di vista della salute per le persone.

È di nuovo “Dantedì”: incontri e percorsi guidati nei luoghi danteschi di Ravenna

Il 25 marzo Ravenna celebra il Dantedì, la giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri, istituita nel 2020 per onorare l’inizio del viaggio narrato nella Divina Commedia. Per il sesto anno consecutivo, la città rende omaggio al sommo poeta con un programma ricco di eventi, incontri e attività didattiche, coinvolgendo scuole, cittadini e appassionati. L’offerta culturale spazia dalle letture dantesche ai percorsi guidati nei luoghi simbolo della città.

Tutte le scuole di ogni ordine e grado potranno beneficiare dell’ingresso gratuito al Museo e casa Dante da martedì 24 a domenica 29 marzo, mentre gli altri visitatori potranno entrare gratuitamente mercoledì 25 marzo. Nella stessa settimana, le scuole avranno inoltre la possibilità di partecipare a viste guidate all’interno della zona dantesca – che comprende la Tomba di Dante, i Chiostri francescani, il Quadrarco di Braccioforte, il Museo e Casa Dante. Prenotazione obbligatoria (tel. 0544 36136, dal lunedì al giovedì dalle 9 alle 16 e venerdì dalle 9 alle 14, oppure email didattica@ravennantica.org).

L’apertura ufficiale del Dantedì è prevista alle 9 di mercoledì 25 marzo, con un’introduzione musicale a cura di Haolong Chen, del liceo artistico musicale Nervi–Severini, seguita dalla lettura del canto XIII dell’Inferno davanti alla Tomba di Dante. Alle 10 è in programma un incontro riservato alle scuole nella sala dantesca della biblioteca Classense, che verterà sui temi della libertà e della giustizia. Carlo Giannelli Garavini, referente di Libera Ravenna, interverrà con un contributo dal titolo Le legi son, ma chi pon mano ad esse? (Purgatorio XVI, V 97).

Sempre il 25 marzo dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 16, sono previste visite guidate gratuite alla biblioteca del centro dantesco, alla basilica e alla mostra Dante a Ravenna (prenotazione consigliata: 3209750842). Alle 16, appuntamento alla basilica con Riccardo Starnotti che leggerà e commenterà il canto V dell’Inferno dedicato a Paolo e Francesca, accompagnato con l’organo da Giuliano Amadei. Alle 11 è prevista inoltre una visita dedicata a Il culto e i luoghi di Dante,  a cura della Fondazione RavennAntica (prenotazione consigliata: tel. 0544 215676; costo 5 euro a partecipante).

Alle 17 l’appuntamento torna davanti alla Tomba di Dante con la lettura perpetua della Commedia, dedicata al canto XIII dell’Inferno a cura del liceo artistico musicale Nervi Severini. Alle 17.30, a Casa Dante, si terrà la visita guidata Il lungo studio e ‘l grande amore: Ravenna città di Dante: un viaggio tra le collezioni dantesche del museo e di casa Dante, all’insegna dell’impegno e della devozione che da 700 anni Ravenna riserva al Poeta (prenotazione obbligatoria: tel. 0544 482112 o email museodante@comune.ravenna.it). Infine, alle 18.30, su prenotazione, si svolgeranno visite guidate dedicate a Dante e alla figura di San Francesco e al tema della pace, con una performance finale presso la basilica. (prenotazione obbligatoria, costo 12 euro a persona; info: cell. 339.3852304 –guideilcamminodidante@gmail.com).

«Con il Dantedì – dichiara l’assessore alle Politiche culturali Fabio Sbaraglia – Ravenna rinnova un legame intimo e profondo con il Poeta. Attraverso un programma ampio e partecipato che anche quest’anno punta in primis sul coinvolgimento delle scuole e con un’attenzione particolare ai più giovani, lo sguardo e le parole di Dante diventano strumenti di indagine del nostro tempo e del mondo di ciascuno di noi».

Sarà possibile seguire alcune iniziative in streaming sul sito www.vivadante.it e sulla pagina Facebook Ravenna per Dante.
Per consultare tutti gli eventi, avere maggiori informazioni e aggiornamenti sul programma è possibile visitare il sito www.vivadante.it e seguire le pagine Facebook e Instagram Ravenna per Dante.

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