domenica
24 Maggio 2026

Perseguita l’ex nonostante le denunce: arrestato dai carabinieri, scatta il “codice rosso”

Non riusciva ad accettare la fine della relazione sentimentale con l’ex fidanzata, così continuava a perseguitarla e a presentarsi sotto la sua abitazione con la pretesa di incontrarla. Nella serata di venerdì 20 i carabinieri della Stazione di Borgo Urbecco e dell’Aliquota Radiomobile di Faenza hanno arrestato un uomo per atti persecutori nei confronti dell’ ex. L’uomo, ulteriormente gravato da diversi precedenti penali, era già stato denunciato in passato per gli episodi di stalking, ma aveva completamente ignorato gli avvisi continuando negli atteggiamenti molesti.

Durante l’ultimo di questi episodi la donna ha quindi deciso di chiamare i carabinieri, che sono intervenuti con due pattuglie fermando l’aggressore in pochi minuti. L’uomo è stato quindi portato in caserma e dichiarato in arresto per il reato di atti persecutori. Per lui sono stati disposti agli arresti domiciliari, mentre a tutela della donna è stato attivato il “codice rosso”.

Nuovo tentativo di furto all’Esp: arrestata una coppia per rapina

Nuovo tentativo di furto all’interno dell’Esp, questa volta ai danni di un negozio di articoli per la casa e del supermercato interno al centro commerciale. Nella serata di sabato 21 marzo il personale dell’Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico della Questura di Ravenna è intervenuto all’interno del centro commerciale di via Bussato per arrestare due soggetti con l’accusa di furto aggravato in concorso e rapina impropria.

La segnalazione è arrivata attorno alle 18.50, quando il personale ha fermato un uomo di nazionalità moldava e una donna romena con merce rubata occultata all’interno dello zaino dell’uomo. Già dai primi accertamenti è emerso come i due agissero in concorso tra loro: in particolare, i due soggetti avrebbero prelevato e nascosto nello zaino dell’uomo alcuni articoli per la casa da un negozio della galleria, per poi spostarsi all’interno del supermercato per rubare prodotti cosmetici e alimentari per un totale di circa cento euro. Durante il passaggio in cassa si è però attivato il sistema antitaccheggio, attirando così l’attenzione dei vigilanti. Nel tentativo di sottrarsi ai controlli, l’uomo avrebbe anche strattonato più volte uno degli addetti alla sicurezza.

All’arrivo degli agenti della polizia di stato la situazione è apparsa subito più tranquilla: l’intera refurtiva è stata restituita ed i due soggetti sono stati tratti in arresto, attualmente sottoposti agli arresti domiciliari in attesa del giudizio per direttissima.

Laura Orlandini e le radici della cittadinanza attiva

Sabato 21 marzo, nella sala Spadolini della Biblioteca Oriani, si è tenuta la presentazione del libro della storica Laura Orlandini, La democrazia delle donne. I Gruppi di Difesa della Donna nella costruzione della Repubblica (1943-1945), edito l’anno scorso da Bologna University Press. L’incontro si è tenuto a chiusura della mostra Presenti al nostro tempo. Pace, lavoro, diritti negli ottant’anni dell’Udi, allestita nei chiostri della Biblioteca Oriani (qui la recensione di Serena Simoni); esposizione che, attraverso una selezione di materiali d’archivio, ha analizzato l’evoluzione delle rivendicazioni dell’Udi (Unione Donne in Italia) offrendo una chiave di lettura per interpretare gli attuali valori democratici e il principio di autodeterminazione femminile.

Durante l’incontro, l’autrice, dialogando con Luana Vacchi dell’Udi Ravenna, ha approfondito il ruolo dei Gruppi di difesa della donna nel percorso che condusse alla costruzione della Repubblica italiana. I Gruppi di Difesa della Donna (Gdd) hanno rappresentato un pilastro determinante per la transizione dell’Italia verso la democrazia, agendo come ponte tra la lotta di liberazione e la costruzione delle istituzioni repubblicane. Le aderenti ai Gdd furono il motore della Resistenza civile, operando come staffette, gestirono il trasporto di armi e documenti, garantendo i collegamenti tra le brigate; assicurarono assistenza materiale ai combattenti e alle famiglie, organizzarono scioperi e azioni collettive contro i rastrellamenti nazifascisti, coinvolgendo ampi strati della popolazione femminile. Esperimento di massa di alfabetizzazione politica femminile, i Gdd prepararono migliaia di donne alla vita pubblica, rendendole consapevoli del proprio ruolo di cittadine attive prima ancora del riconoscimento formale del diritto di voto. La loro esperienza confluì nei lavori dell’Assemblea Costituente. «Si tratta di tematiche che avrebbero fatto parte di decisive battaglie e mobilitazioni nella storia dell’Italia repubblicana, ma che già erano dibattute e affermate nei loro punti chiave durante i mesi dell’occupazione nazista, mentre fuori infuriava la guerra, il paese era lacerato dall’avanzare al fronte, la vita civile del tutto stravolta […] le donne dei Gruppi di Difesa imbastivano le basi per la costruzione di quella struttura sociale su cui si sarebbe dovuta fondare la civiltà futura, nella convinzione che i diritti di cittadinanza non potessero essere separati dalle garanzie di indipendenza economica degli individui e dalla tutela degli elementi più deboli» (p. 138). Come analizzato da Laura Orlandini i Gdd non furono, quindi, solo un supporto logistico alla Resistenza, ma il primo vero nucleo di cittadinanza attiva che ha poi alimentato ottant’anni di rivendicazioni dell’Udi per il lavoro e i diritti civili.

Il libro contiene anche una sezione documentaria con le illustrazioni di volantini e manifesti dei Gdd nel Ravennate, documenti conservati nell’Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea in Ravenna e provincia. «L’area ravennate, così come una parte della provincia di Ferrara e di quella di Bologna, poteva contare sull’attività di stampa di una macchina tipografica a pedali, detta pedalina, procurata dai partigiani di Conselice in contatto con gli emiliani e nascosta in diversi luoghi tra le campagne […]. L’attività tipografica clandestina, garantita a ciclo continuo per svariati mesi, permise la pubblicazione di numerosi titoli prodotti da diverse voci della Resistenza» (p. 165).

Nonostante il ruolo dei Gruppi di Difesa della Donna sia stato a lungo oscurato da una narrazione storica declinata al maschile, la storiografia recente — grazie anche al lavoro di ricerca di storiche come Laura Orlandini — restituisce loro la centralità che meritano come costruttori della democrazia italiana.

In provincia di Ravenna domenica ha votato il 53,4 percento degli aventi diritto

In provincia di Ravenna domenica 22 marzo ha votato il 53,4 percento degli aventi diritto per il referendum sulla giustizia. Una percentuale in linea con la media regionale (53,7) e superiore di oltre 7 punti rispetto alla media nazionale (46,1).

In provincia il record di affluenza è stato registrato a Bagnacavallo con il 56,7 percento, mentre il dato più basso è quello di Casola Valsenio: 46,5 percento. Il capoluogo Ravenna ha registrato un’affluenza del 53,3 percento.

Come noto, si vota anche lunedì 23 marzo, dalle 7 alle 15.

 

La Consar vince ma lascia un punto a Fano: domenica il big match contro la capolista al Pala De André

Dopo una battaglia di oltre due ore, la Consar Ravenna vince 3-2 a Fano (contro il grande ex Marco Bonitta in panchina) nella penultima giornata della stagione “regolare” del camionato di A2 di volley. I parziali rendono bene l’equilibro della gara: 28-26; 23-25; 23-25; 26-24; 10-15.

Il punto perso a Fano lascia Ravenna al quarto posto, un gradino sotto Brescia e Prata e tre punti dietro alla capolista Pineto, attesa domenica prossima al Pala De André nel big-match che chiuderà il campionato. La Consar non può più sperare nel primo posto (nel caso di arrivo a pari punti, Pineto potrà contare sul maggior numero di vittorie ottenute in campionato) ma con una vittoria potrebbe superare una o entrambe le squadre al secondo posto.

Poi sarà tempo di quarti di finale play-off (dal 12 aprile), da disputare con la formula delle due vittorie su tre.

Medici indagati, Ancarani (Forza Italia): «Se vogliono fare politica, allora non parlino di scienza»

«Sarebbe uno scenario quasi da obiezione di coscienza, che non condividerei politicamente ma potrei comprendere umanamente, se almeno di fronte alle accuse i medici avessero portato avanti la battaglia di fronte al giudice, invece hanno parlato di visite fatte “in scienza e coscienza di medico” e le chat, che non dovevano trapelare ma sono trapelate, ora sembrano smentirli». È l’analisi di Alberto Ancarani, avvocato e consigliere comunale di Forza Italia a Ravenna, sull’indagine per falso ideologico sul reparto di Malattie infettive del Santa Maria delle Croci.

Ancarani abbozza un parallelismo con gli anti abortisti: «Fino a un certo punto non esisteva la possibilità di obiezione, poi è stata fatta una battaglia politica ed è diventata una posizione permessa. Se ora c’è un medico che per la sua coscienza non si sente di poter firmare una visita che invia uno straniero in un Cpr allora lo dica davanti al magistrato che lo accusa di un reato. Lo dico in maniera forte: facciano come le Brigate Rosse che non riconoscevano lo Stato e lo contestavano apertamente. Invece si sono posti come medici che hanno agito correttamente e non come cittadini italiani con posizioni morali e politiche che confliggono con le norme».

“La cura non è reato” è il messaggio ripetuto da chi si schiera con i medici. «Ma qui dov’è la cura? – si chiede Ancarani –. Se è stata data una non idoneità alla permanenza della persona in un Cpr per ragioni di salute, non risulta che poi quella persona sia stata presa in carico dal sistema sanitario. Questa non è cura, ma addirittura il suo opposto». La critica dell’avvocato è rivolta anche al Pd: «Ha fatto peggio dei medici. Ha sostenuto un flashmob per dare una copertura politica all’azione degli indagati alimentando la linea della cura che non è reato».

Ancarani non condivide lo scenario di un medico che faccia di tutto per evitare che una persona finisca in una struttura dove l’assistenza sanitaria è carente e i rischi per la salute sono elevati: «Pur non essendolo formalmente, un Cpr è alla stregua di un carcere. E conosciamo le condizioni igieniche discutibili delle carceri italiane. Quindi dovremmo mettere tutti fuori perché sono istituti carenti? E lo dico pur ritenendo le condizioni dei carceri italiani molto al di sotto della decenza, qualunque parte politica governi il Paese».

Dal dibattito politico scatenato dalla vicenda è completamente mancata una riflessione su un buco emerso nella normativa: il migrante ha facoltà di rifiutare la visita e in quel caso viene rimesso in libertà, senza bisogno che un medico firmi una non idoneità. «È una mancanza nota che esiste da anni. I Cpr sono ampiamente perfettibili. La gestione dell’immigrazione ha dei problemi e lo dico da destra. Ma non tocca ai medici di Ravenna risolvere questo problema, almeno non fino a quando fanno gli infettivologi. Se si candidano e vengono eletti potranno fare politica nelle sedi opportune»

Una rete internet indipendente sui campi agricoli e l’errore del drone si riduce a 2,5 cm

Un margine di errore di 2,5 centimetri su una superficie di 12mila ettari (cioè circa 12mila campi da calcio). È il dato che fotografa meglio il recente investimento sostenuto dalle sette Cooperative agricole braccianti (Cab) della provincia di Ravenna nell’agricoltura di precisione che usa i droni per le attività nei campi.

Promosagri, cooperativa di servizi che raggruppa le Cab, ha realizzato una nuova rete internet indipendente “Real Time Kinematic” che copre l’intera superficie dei 12mila ettari gestiti dalle sette cooperative. L’investimento segna il passaggio da una gestione frammentata dell’agricoltura di precisione a un’infrastruttura comune. La rete di sistema, realizzata in collaborazione con una società specializzata in sistemi di precision farming, riveste un ruolo strategico nella riduzione degli errori nelle lavorazioni agronomiche.

Le Cab lavorano già da molti anni basandosi su informazioni satellitari e mappe di prescrizione per utilizzare carburanti, sementi, fertilizzanti e fitofarmaci dove effettivamente c’ è la necessità, ma evitando sprechi. Ora, grazie a questa tecnologia, le macchine agricole sono in grado di seguire traiettorie perfettamente parallele, evitando sovrapposizioni e zone non lavorate. Il campo agricolo si trasforma così da “spazio approssimativo” a griglia matematica, garantendo semine di estrema precisione e una distribuzione mirata di concimi e fitofarmaci, quindi con una significativa riduzione degli sprechi e dell’impatto ambientale. Si prevede un ulteriore risparmio medio del 5% sui prodotti, a beneficio dell’ambiente e delle produzioni. La proprietà condivisa della rete favorirà, inoltre, la raccolta dei dati, aprendo la strada all’utilizzo collettivo dell’intelligenza artificiale, anche per sviluppare modelli predittivi nel contesto dei cambiamenti climatici.

Il progresso tecnologico delle cooperative braccianti prosegue su altri fronti: si estende l’impiego dei droni nei terreni a sud del comune di Ravenna. Utilizzati per la concimazione, su circa 40 ettari l’anno scorso e su 330 quest’anno, sono preziosi per preservare la struttura dei terreni evitando la formazione di solchi e carreggiate dovuti al passaggio dei trattori.

Si tratta di strumentazioni ancora dal costo elevato, ma, in determinate condizioni di criticità agronomiche, possono rivelarsi un’opportunità tecnica sostenibile ed utile a portare a compimento il ciclo colturale al meglio, sempre nell’ottica dell’ottimizzazione dei tempi e dell’impiego dei fattori produttivi.

Pri: scontro tra il segretario regionale Fusignani e la segretaria forlivese Ascari Raccagni

Scontro aperto dentro al Partito repubblicano italiano (Pri) in Emilia-Romagna. La frattura è fra i vertici della consociazione di Forlì e il segretario regionale Eugenio Fusignani, vicesindaco di Ravenna.

La spaccatura è emersa il 19 marzo – ma stava montando da alcune settimane – dopo la riunione della direzione regionale svoltasi a Ravenna per discutere della nascita del gruppo Pri-Lega nella coalizione di maggioranza in consiglio comunale a Forlì. Alessandra Ascari Raccagni è segretaria del Pri a Forlì e consigliera comunale al centro del caso. Con 20 voti favorevoli e 3 astensioni la direzione regionale ha espresso un giudizio negativo sulla scelta di Ascari Raccagni e ha incaricato Fusignani di trasferire alla segreteria nazionale la valutazione del caso e le conseguenti deliberazioni. La diretta interessata non l’ha presa bene e accusa il ravennate di manovrare a suo vantaggio.

Per capire il senso della crisi va ricordato che il Pri è con il centrodestra a Forlì e con il centrosinistra a Ravenna (da quasi 25 anni l’Edera ricopre la poltrona di vicesindaco, 4,2 percento alle Comunali del 2025 con 2.508 voti e l’elezione di un consigliere).

All’inizio di marzo è stata annunciata la nascita del nuovo gruppo Pri-Lega a Forlì. L’asse tra Edera e Carroccio aveva generato la prima candidatura a sindaco di Gian Luca Zattini già nel 2019. Da quella collaborazione nacque l’inserimento dell’esponente repubblicana Ascari Raccagni nelle liste della Lega come autonoma. La consigliera comunale ora è passata dal gruppo della lista civica Forlì Cambia, al cui interno si era inserito il Pri nelle ultime elezioni amministrative, alla Lega. Il nuovo gruppo conta tre consiglieri (gli altri sono Albert Bentivogli e Marco Catalano).

Dalle pagine della cronaca forlivese dei quotidiani locali Resto del Carlino e Corriere Romagna arrivano le parole di Ascari Raccagni: «Siamo stati messi sotto processo, accusati di aver fatto qualcosa di sbagliato con un’arroganza inaccettabile. Fusignani non ha avuto il coraggio di dire che ci vogliono commissariare, quindi hanno votato per deferire al comitato nazionale del Pri eventuali sanzioni».

Il nuovo gruppo forlivese sarebbe, secondo Ascari Raccagni, solo un pretesto per colpirla per altre ragioni: «Quando nel 2023 abbiamo svolto il congresso regionale, io ero nel gruppo della Lega, presidente del consiglio comunale a Forlì su proposta della Lega: è ovvio che il mio attuale passaggio, sempre all’interno del centrodestra a sostegno del sindaco Zattini, dalla lista civica al nuovo gruppo Pri-Lega sia solo una scusa per nascondere altre cose». Le altre cose sarebbero la sua candidatura alla segreteria nazionale (congresso previsto entro la fine della primavera).

L’esponente forlivese punta il dito anche contro i modi usati da Fusignani, definiti dispregiativi e offensivi: «Fusignani ci tratta e ci appella come “le ragazze”, in modo dispregiativo – si legge sul Carlino –. Io per lui non ero la presidente del consiglio comunale di Forlì, ma quella che accompagnava Rivizzigno, non la segretaria della consociazione, ma una sorta di badante e, una volta venuto a mancare Marcello, ha pensato di liberarsi delle ragazze».

Nella contesa interviene anche il deputato forlivese Jacopo Morrone, segretario della Lega Romagna. «Eugenio Fusignani sta perdendo credibilità come segretario regionale del glorioso Pri ogni volta che apre bocca. Stupiscono certe sue dichiarazioni astiose, per non dire minacciose, nei confronti di Alessandra Ascari Raccagni. Fusignani sa benissimo che il Pri a livello nazionale lascia ampia libertà alle segreterie locali di allearsi sulla base del contesto politico specifico di un territorio. È forse il partito ravennate che è sceso a compromessi tali da chiedersi se, a livello regionale, Fusignani possa ancora rappresentare l’anima vera del Pri».

Morrone non perde l’occasione per sottolineare la figuraccia politica di Fusignani a fine 2024: «Quando Michele De Pascale lasciò l’incarico di sindaco per assumere la presidenza della Regione, Fusignani, allora vice-sindaco, avrebbe dovuto essere nominato sindaco ad interim, vista la fedeltà mostrata. Al contrario, il Pd ravennate lo declassò a semplice assessore per far posto al dem Fabio Sbaraglia. Uno schiaffo che Fusignani incassò senza profferire verbo forse in cambio del posto nell’attuale giunta».

E poi c’è il caso referendum per cui si vota oggi e domani, 22 e 23 marzo: «Il Pri nazionale ha sancito all’unanimità di votare Sì. Fusignani ha espressamente sostenuto le ragioni del No. Se dunque si parla di commissariare qualche segreteria locale del Pri, la prima sarebbe quella di Ravenna che da anni si muove sulla scia ideologica del campo largo, rinnegando i pilastri politici dell’Edera».

Vita da avvocato: quando il difensore d’ufficio riceve offese (o peggio) dal suo assistito

La giustizia italiana prevede che ogni accusato abbia un avvocato difensore. Al momento del bisogno, a chi non ne ha uno di fiducia, cioè scelto di propria iniziativa, ne viene assegnato uno d’ufficio. Lo nomina l’autorità giudiziaria attingendo in modo casuale da un elenco dove si iscrivono gli avvocati che hanno superato un corso di due anni tenuto dalla camera penale con esame finale (per restare in lista servono almeno dieci udienze all’anno).

Gli elenchi sono due: per le urgenze e per i non urgenti. «Nel primo caso si tratta quasi sempre di persone arrestate – spiega l’avvocato Andrea Valentinotti di Lugo –. Chi è in quell’elenco riceve un calendario ogni tre mesi con le reperibilità. In media oggi capita una volta ogni venti giorni, tempo fa era anche una volta ogni dieci. Ogni giorno in provincia di Ravenna sono reperibili tre avvocati».

L’avvocato iscritto alle difese d’ufficio non può rinunciare all’incarico: «Un difensore di fiducia può tirarsi indietro in qualunque momento, ma per chi è d’ufficio è diverso. Questo significa anche dover assistere persone da cui vieni sminuito e offeso o anche peggio». Valentinotti ricorda un caso personale: «Un mio assistito mi disse di starmi a casa dal tribunale perché si riteneva innocente e non voleva la mia difesa. Io feci il mio dovere, andai in aula e ricordo lo stupore di quella persona quando si rese conto che avevo studiato le carte sebbene lui mi avesse trattato tutt’altro che bene».

Se il rapporto prende una china pericolosa (per esempio nel caso di minacce o molestie) allora si chiede al giudice di approvare la sostituzione con un altro avvocato: «Credo che sarebbe ormai opportuno che si creasse un rapporto tra autorità e istituzione forense per facilitare quei casi in cui il legale vive davvero un rapporto complicato».

Uno dei momenti più frequenti in cui interviene l’avvocato d’ufficio è il processo direttissimo che – nella maggior parte dei casi – si affronta all’indomani di un arresto in flagranza: «Spesso si può vedere il fascicolo solo quando si arriva in aula e il tempo per studiare il caso non è molto. Di solito il giudice è disponibile a concedere qualche minuto. Nei casi più complessi si chiede il termine a difesa con il rinvio dell’udienza per dare tempo di approfondire la strategia».

È bene sottolineare che la difesa d’ufficio è cosa diversa dal gratuito patrocinio: l’avvocato d’ufficio va pagato così come quello di fiducia. Il gratuito patrocinio è invece la copertura delle spese da parte dello Stato per chi ha un reddito annuale familiare di poco inferiore ai 14mila euro.

«La storia umana è storia di migrazioni che creano civiltà e le cambiano»

«Abbiamo paura del diverso perché c’è sempre un’insicurezza identitaria, la paura alberga nei deboli, che spesso sono anche violenti. La cultura è il grimaldello, solo lei può salvarci». Parole di Silvia Ronchey, scrittrice e studiosa di storia, oggi ordinaria di Civiltà bizantina nel dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Roma Tre. Ronchey sarà a Ravenna lunedì 23 marzo, alle 16 nella sala Dantesca della Biblioteca Classense (ingresso libero), relatrice di “Società interculturali nel Medioevo”, un confronto con il professor Franco Cardini per meglio comprendere un’epoca spesso raccontata attraverso stereotipi di chiusura e scontri tra culture-monolite.

La tavola rotonda, moderata dalla giornalista Silvia Manzani, fa parte degli eventi della Settimana contro il Razzismo e intende ricostruire come commerci, viaggi, migrazioni e scambi culturali fossero elementi strutturali della società medievale, dando vita a prolifiche contaminazioni.

Professoressa Ronchey, perché oggi è importante ricordare le migrazioni del passato?
«Non si può non ricordare che la storia umana è storia di migrazioni. Dall’Africa ai Micenei, dai popoli del mare ai barbari, sono sempre state protagoniste, i tedeschi coniano il termine Völkerwanderungen, ovvero “spostamento di popoli”, per definire quelle migrazioni che noi chiamiamo invasioni, ma da ovest a est tutte le terre a un certo punto hanno visto movimenti di popolazioni, dall’Impero Romano in poi sono divenute la norma. Le migrazioni creano, cambiano le civiltà, le rinvigoriscono, e la società medievale è costituzionalmente multietnica, erede di Roma che già fu in grado di esserlo. La nostra idea eurocentrica nasce con gli Stati nazione (Westfalia 1648), e si prolunga fino all’800, le correnti storiche di allora cercavano una legittimazione politica che fosse funzionale alla struttura di potere, così la multiculturalità è diventata qualcosa di estraneo; non lo è in realtà mai stato».

Indossando le lenti del Medioevo, come il nostro mondo assomiglia a quell’era durata mille anni?
«La storia è ciclica, lo sappiamo da molto tempo, e le similitudini cominciano dall’incontro tra Oriente e Occidente. L’apertura a Oriente che si ebbe secoli fa la stiamo rivivendo da capo, notiamo uno spostamento del baricentro, una circolazione di idee, arti, scienze. Il concetto di Occidente valido dalla scoperta delle Americhe in poi, atlantista, che guarda da quel lato, non è quello che permeava l’Europa prima della presa di Costantinopoli del 1453. Oggi credo che si possa notare un’alterazione ciclica, sviluppata nei secoli, verso il Mediterraneo, verso Oriente, come fu durante il medioevo. Vorrei poi anche sottolineare un’altra somiglianza: l’attesa millenaristica, la paura della fine del mondo. Oggi Peter Thiel, tecnoligarca fondatore di PayPal e Palantir, verrà in tour per l’Italia a parlare della venuta dell’anticristo sotto forma di ecologia e multiculturalismo. Non aggiungo altro».

Ormai si sa che il Medioevo non è più l’epoca buia che si credeva fosse. Fino a che punto non lo è? Quali sono i grandi momenti di quel periodo che hanno portato al mondo di oggi?
«Penso certamente all’università, ma prima ancora a Ravenna in età gota e longobarda il Mare Adriatico diventa una porta verso Oriente come mai prima. Si sviluppa un’identità italica mercantile, che spesso non teniamo in considerazione quando parliamo di noi italiani, che si sposterà poi verso Venezia e che produrrà grandi ricchezze e cambiamenti per la penisola. Penso poi a San Francesco d’Assisi, protagonista di una circolazione tra Oriente e Occidente: ha portato in Italia la filosofia orientale con la predicazione francescana, sono tanti i paragoni col buddhismo. Un altro grande elemento infine è l’attitudine allo studio, l’ora et labora dei monasteri di tutta Europa che tiene in vita, durante il Medioevo, il focolare che porterà all’umanesimo».

Perché dopo Darwin, Lévi-Strauss, Malinovsky, dopo tutti questi anni, abbiamo ancora paura del diverso?
«Perché c’è sempre un’insicurezza identitaria, la paura alberga nei deboli, che spesso sono anche violenti. Credo sia chiaro che la cultura è il grimaldello, solo lei può salvarci. Quando il sistema culturale e educativo viene meno si perde la capacità di comprendere l’altro. Siamo in un’epoca senza spirito critico, senza memoria, con uno stile di consumo vuoto e nullo, che distrae, che crea illusioni, che a loro volta portano a frustrazione e violenza. Senza etica non si va da nessuna parte, e il sistema oggi lascia che sia tutto nella buona volontà, nelle possibilità di partenza dell’individuo, non aiuta in nessun modo ad affrancarsi dall’ottusità e dall’ignoranza, a cambiare le proprie condizioni di nascita».

Cicerone, Machiavelli, la storia è magistra vitae, e allora come mai “impariamo dalla storia che non impariamo dalla storia”? Che si ripete nella guerra e nel massacro?
«Nella selezione della classe politica e dirigente non c’è meritocrazia. Non ci sentiamo mai realmente rappresentati da gente che emerge dalle rovine di un’istruzione scarsa, parziale. Forse oggi Mark Carney o Pedro Sanchez, primi ministri di Canada e Spagna, sanno quello che stanno facendo, ma in tutta Europa non vedo nessun’altro. Non sono mai stata una grande fan di Churchill, ma quella era gente che la storia la conosceva, oggi i tedeschi, gli inglesi, gli americani, nessuno sa più nulla, e se smettiamo di conoscere il passato siamo condannati a ripeterlo».

Se la parliamo di movimenti di popoli, l’attualità parla di tante difficoltà nella gestione delle migrazioni. La cronaca più recente è la vicenda dei certificati anti-Cpr a Ravenna. Cosa ne pensa?
«A livello etico non condanno nessuno che cerca di dare una mano in buona fede a individui perseguitati e che rappresentano la nostra grande speranza. Parlo di un ricambio antropologico, un ringiovanimento della forza lavoro e delle nuove generazioni, una lezione che la storia medievale e bizantina ci hanno impartito tempo fa».

Medici indagati, la collega del flashmob: «Il medico non ha compiti sulla colpevolezza»

Nell’ordinanza del tribunale di Ravenna che dispone provvedimenti cautelari per alcuni infettivologi, accusati di falso ideologico per alcuni certificati che impedivano l’accesso di stranieri ai Cpr, è entrato anche il flashmob del 16 febbraio davanti alle porte dell’ospedale per solidarizzare con i medici indagati. Secondo il giudice per le indagini preliminari la manifestazione con circa trecento partecipanti, personale sanitario ma anche semplici cittadini, avrebbe creato un contesto potenzialmente favorevole alla reiterazione dei reati da parte degli accusati.

La dottoressa Federica Giannotti, 48enne cardiologa in ospedale a Ravenna dal 2009, è stata una dei tre organizzatori del flashmob insieme all’oncologo Marco Montanari e alla coordinatrice infermieristica Petia Di Lorenzo. Dopo averci messo la faccia in pubblico e sui social network, Giannotti non si sottrae alle nostre domande: «In senso generale non capisco come si possa arrivare a dire che qualcuno sia più o meno colpevole di un’accusa in base al clima creato da chi lo sostiene o lo critica. A mio parere si va a mettere in discussione il diritto di manifestare. Chi ha partecipato potrebbe trattenersi da altre uscite per non gravare sulla situazione degli indagati». Anche alla luce di queste riflessioni, al momento non sono previste nuove iniziative pubbliche: «Stiamo riflettendo su cosa fare».

Giannotti, che parla a titolo personale, prova a descrivere meglio i contorni di quella manifestazione. La prima precisazione è sulla genesi: «Gli altri due organizzatori sono anche esponenti del Pd, ma l’iniziativa non avuto origini dal partito, è stata una scelta nostra senza coinvolgere politici». Queste le intenzioni: «Solidarietà a colleghi che conosco, ma con i quali non ho parlato dell’inchiesta, soprattutto per le modalità molto invasive dell’indagine, come l’irruzione all’alba in reparto, che mi aspetterei riservate a reati più gravi». Va detto, per dovere di cronaca, che svolgere all’alba le perquisizioni è prassi consolidata anche per altri reati, più o meno gravi.

Dal giorno del flashmob, diversi passaggi delle trascrizioni delle chat di gruppo fra medici, uno degli elementi principali a supporto dell’accusa, sono trapelati sui giornali. La cardiologa li ha letti, ma non ha cambiato opinione: «Mi sembra ci sia stata la volontà di montare un clima d’odio contro i miei colleghi, gli stessi chiamati “eroi” al tempo del Covid, che si estende un po’ verso tutti i medici e danneggia il rapporto con i pazienti. I fatti di Ravenna vanno contestualizzati con quel che sta accadendo a livello nazionale: una interferenza preoccupante sull’autonomia decisionale del medico. Si induce il cittadino a pensare che questi medici abbiano avuto il potere di mettere in circolazione persone che commettono reati. Dovremmo invece capire che anche una persona che ha commesso dei reati può non essere nelle condizioni di salute per essere trattenuta in un centro per il rimpatrio. Il medico si deve pronunciare sullo stato di salute del paziente, non ha invece voce in capitolo sulla sua colpevolezza o meno in eventi illeciti, che compete alla giustizia, o su dove deve scontare eventuali pene».

Tra quanto finora riportato dalla stampa a proposito del materiale a sostegno dell’accusa, Giannotti fa notare che non sono riportate perizie mediche in merito ai fatti contestati. Non tutte le carte in mano alla procura sono state disvelate, nemmeno alle difese, ma tra i casi sotto indagine ci sarebbe quello di un migrante per cui sono state diagnosticate problematiche respiratorie pure a fronte di una radiografica toracica che non evidenzia alterazioni: «In linea teorica è uno scenario possibile, possono essere vere entrambe le cose. L’atto medico può essere messo in discussione solo da un perito che analizzi la documentazione con le competenze necessarie, e non sulla base di conversazioni telefoniche o deduzioni tratte da fatti di per sé incompleti». Il giudice, nell’ordinanza, afferma che il legittimo approccio ideologico in questo caso avrebbe travalicato i confini della legalità: «Avere idee politiche credo sia positivo, ma questo non cambia il modo in cui si tratta un paziente».

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