domenica
24 Maggio 2026

Al Rasi si racconta le storie di viaggiatori a Ravenna, «una città fuori rotta»

La rassegna Storie di Ravenna, che racconta la città attraverso le voci di studiosi ed esperti in dialogo con i linguaggi teatrali, prosegue con A Ravenna non si arriva per caso. Storie di viaggiatori in una città fuori rotta, in programma lunedì 16 marzo al Teatro Rasi alle ore 18: un percorso tra memoria, letture e musica dal vivo, per riscoprire gli itinerari e gli sguardi di coloro che arrivano a Ravenna.

«Da secoli in questa città ci si arriva per scelta – si legge nella cartella stampa -, deviando dalle rotte più battute per inseguire mosaici, memorie di Dante, curiosità personali. Dai taccuini dei viaggiatori del Grand Tour ai diari di studiosi e turisti di oggi, la città appare come una meta laterale ma capace di lasciare tracce profonde in chi la incontra. Lettere, cronache e racconti contemporanei compongono un ritratto della città tra entusiasmi, incomprensioni, sorprese davanti a una città che sfugge alle cartoline più ovvie. Ne nasce il ritratto di una Ravenna fuori rotta, che non si attraversa per caso e che continua, silenziosa, a farsi cercare».

A guidare questo viaggio tra storia e narrazione saranno Verdiana Baioni, guida turistica; Paolo Cavassini, studioso; Giovanni Gardini, iconografo e direttore del Museo Diocesano Faenza-Modigliana e del Museo Lercaro di Bologna; Alex Giuzio, giornalista e autore; e Fiammetta Sabba, professoressa ordinaria di Bibliografia e Biblioteconomia all’Università di Bologna.

Certificati anti-rimpatrio, question time di Ancisi in consiglio comunale

La sospensione per dieci mesi di tre medici del reparto di Malattie Infettive dell’ospedale civile di Ravenna, nell’ambito dell’indagine sui cosiddetti “certificati anti-rimpatrio”, arriva anche in consiglio comunale. Il caso è stato sollevato con un question time da Alvaro Ancisi, decano dell’opposizione e capogruppo di Lista per Ravenna, che chiede chiarimenti al sindaco sul ruolo della dirigenza sanitaria e sulle autorizzazioni per la “manifestazione politica” svoltasi all’interno dell’area ospedaliera.

Il consigliere sottolinea come il provvedimento del Gip (che ha anche vietato agli altri 5 medici coinvolti di fare nuovamente certificazioni di idoneità agli stranieri) rappresenti, a suo avviso, una prima conferma della correttezza dell’operato di magistratura e forze di polizia, criticando le prese di posizione politiche che nelle scorse settimane avevano difeso anticipatamente i medici indagati e contestato i metodi investigativi. Nel question time Ancisi chiama in causa anche la gestione interna dell’Ausl Romagna. In particolare chiede perché l’azienda sanitaria abbia deciso solo recentemente di trasferire il rilascio delle certificazioni dal reparto di Malattie Infettive al Pronto soccorso – procedura che definisce ordinaria – nonostante le tensioni sul tema fossero note da tempo.

Infine il consigliere solleva il tema della partecipazione di personale sanitario all’evento, tra cui – afferma – anche la direttrice sanitaria dell’Ausl Romagna e numerosi medici in camice bianco, chiedendo se la temporanea uscita dal servizio di tanti operatori sia stata valutata dall’azienda sanitaria come opportuna.

QUI IL TESTO COMPLETO DELL’INTERROGAZIONE DI ANCISI

Il bobbista che viene da Barbiano: «Che emozioni alle Olimpiadi…»

Da Barbiano di Cotignola alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Lorenzo Bilotti, classe 1994, è stato l’unico atleta della provincia di Ravenna ai Giochi e ha chiuso al quinto posto nel bob a quattro con l’equipaggio azzurro guidato dal pilota Patrick Baumgartner insieme a Robert Mircea ed Eric Fantazzini. Un percorso sportivo iniziato lontano dal ghiaccio: prima il calcio da ragazzo, poi l’atletica leggera, dove si era affermato come sprinter vincendo anche il titolo italiano Allievi nei 100 metri e conquistando una medaglia di bronzo nella staffetta 4×100 agli Europei juniores. Solo nel 2016, a 22 anni, la scelta di passare al bob, disciplina in cui ha trovato una nuova strada che lo ha portato a disputare ben tre Olimpiadi in qualità di frenatore.

Che emozioni ti porti dietro dopo questa Olimpiade?
«A prescindere dal risultato, che ovviamente lascia sempre un po’ di rammarico perché con una gara perfetta avremmo potuto essere lì a giocarci il podio, la cosa più grande che mi porto dietro sono le emozioni. Gareggiare in Italia, sentire la vicinanza del pubblico, avere lì tanti familiari e amici: è stato davvero fantastico. Vivere tutto ciò insieme a loro è stata la vera medaglia».

Tra voi della squadra c’è rammarico per un podio sfumato per soli 26 centesimi?
«No, rimpianti veri e propri no. Siamo convinti di aver fatto quello che potevamo e di aver dato il massimo. Il quinto posto alle Olimpiadi, per di più così vicino al podio, resta comunque un grande risultato, soprattutto considerando che è un piazzamento atteso da 50 anni. Purtroppo, a quei livelli bastano pochi centesimi: magari qualcosa si è perso tra la spinta e la guida in alcuni momenti. È normale pensarci, ma non c’è delusione: l’obiettivo era la medaglia e abbiamo dimostrato di potercela giocare».

Per te era la terza Olimpiade. Che differenze hai trovato rispetto a Pechino 2022 e PyeongChang 2018?
«Sicuramente in Italia c’è stata molta più attenzione mediatica. Questo comporta anche qualche impegno in più, tra incontri con istituzioni, organizzatori e attività legate all’evento. Non è uno stress negativo, anzi: significa che c’è attenzione verso quello che fai. Pechino è stata un’Olimpiade molto particolare: nel 2022, in Cina, il Covid era ancora gestito con restrizioni molto forti e l’atmosfera era quasi da lockdown. Questa invece è stata più simile alla Corea del 2018, ma con due differenze importanti: il fattore casa e la mia maggiore maturità sportiva. Ho vissuto tutto con più consapevolezza».

Il villaggio olimpico è sempre un luogo molto raccontato. Come lo hai vissuto nelle tue esperienze?
«Ogni Olimpiade è stata diversa. In Corea il villaggio era una vera e propria città con palazzi e grattacieli, molto simile a quelli delle Olimpiadi estive. In Cina era più simile a un grande resort di lusso. In Italia invece la soluzione è stata particolare: tante piccole abitazioni, quasi delle casette, immerse in un paesaggio incredibile come quello di Cortina. Quello che mi ha sempre colpito dei villaggi olimpici è che sono come piccole nazioni indipendenti: ci sono mense con cibo da tutto il mondo, negozi, servizi. In questa Olimpiade voglio sottolineare soprattutto il lavoro dei volontari: ci hanno davvero coccolato e supportato tantissimo.»

Hai avuto la possibilità di incontrare qualche grande campione?
«Sì, in pista è venuta anche Federica Brignone a vedere la gara del bob a due e qualche allenamento. Ci conosciamo già da anni grazie a eventi federali e posso dire che è una persona e un’atleta straordinaria. In altre Olimpiadi ho incontrato campioni come Martin Fourcade, nel biathlon. E poi ricordo momenti belli come le cerimonie di chiusura con atleti italiani straordinari come Arianna Fontana e Federico Pellegrino. Sono tutte persone con cui comunque instauri un piccolo rapporto di conoscenza, ma è sempre bello avere a che fare con dei veri e propri eroi sportivi».

Al di là delle medaglie ottenute in questa edizione, noti una crescita degli sport invernali italiani?
«Sì, ospitare una manifestazione in casa porta sempre qualcosa in più. Succede spesso che la nazione ospitante faccia risultati importanti, sia per le motivazioni sia per gli investimenti fatti negli anni precedenti. Negli ultimi cinque o sei anni la crescita è stata evidente, sia nella federazione degli sport invernali sia in quella degli sport del ghiaccio e i risultati parlano chiaro. Negli sport invernali gli sponsor sono fondamentali per garantire investimenti sui materiali (si riferisce all’insieme dell’attrezzatura tecnica utilizzata dagli atleti per praticare le varie discipline ndr) sia sulla crescita giovanile. E negli ultimi anni si è lavorato molto bene.»

A proposito di investimenti, la pista di Cortina è stata molto discussa per via degli alti costi e dell’impatto ambientale. Avendola calcata in prima persona, pensi che fosse così necessaria?
«Secondo me sì. L’Italia arrivava scottata dall’esperienza della pista di Cesana nel 2006 costruita durante le Olimpiadi di Torino, ma Cortina è una realtà diversa. Qui esiste una tradizione centenaria negli sport del ghiaccio e del budello, come bob, skeleton e slittino. Senza una pista è quasi impossibile far crescere questi sport in Italia. Inoltre, il nostro Paese ha dimostrato di saper organizzare grandi eventi e con una struttura come quella di Cortina si potranno ospitare competizioni internazionali che mancano da tanti anni in Italia».

La tua carriera è particolare. Prima di essere un bobbista, eri una promessa dell’atletica. Come è avvenuto il passaggio?
«Ho iniziato con il calcio e poi sono passato alla velocità nell’atletica, soprattutto nei 100 metri, riuscendo ad ottenere medaglie nei campionati giovanili e ottimi tempi (record di 10’ 33 ndr). Il passaggio al bob è avvenuto quasi per caso nel 2016. In un periodo in cui non stavo vivendo benissimo l’atletica, un amico di famiglia che aveva contatti nella federazione parlò di me con un allenatore. Mi proposero di provare e da lì è iniziato tutto. All’inizio era solo una curiosità, poi è diventato il mio lavoro e la mia vita».

La prima discesa su un bob a oltre 140 km/h com’è stata?
«Una confusione totale. Sembrava di essere dentro una lavatrice. Non solo la prima volta, ma anche le discese successive. Serve un po’ di tempo per adattarsi. Però allo stesso tempo è qualcosa di molto adrenalinico e difficile da spiegare. Se non fosse stato così affascinante, probabilmente non avrei continuato».

Il frenatore è colui che spinge il bob nelle fasi iniziali della gara. In cosa si differenzia l’allenamento rispetto a quello di uno sprinter dell’atletica?
«Le basi sono simili. Però nel bob si lavora molto di più su forza e potenza in palestra essendoci la necessità di essere più pesante. Anche la corsa è diversa: si privilegia lo sprint molto breve e la partenza esplosiva. In allenamento non si fanno le distanze lunghe che fa uno sprinter».

È vero che stai meditando sul ritiro? Che progetti hai in mente in futuro?
«Sto ancora riflettendo sul prossimo passo, quindi non posso ancora dire molto. Però posso dire che questa è stata la mia ultima Olimpiade. Il mio obiettivo sarebbe quello di lavorare con gli atleti, magari diventare allenatore o comunque formarmi per farlo nel modo più competente possibile. Mi prenderò ancora qualche mese per decidere, ma sono più orientato verso il post-carriera che nel continuare come atleta».

Nel derby di Imola arriva la sesta sconfitta consecutiva per l’Orasì Ravenna

Nel recupero della 30ª giornata di Serie B Nazionale l’OraSì Ravenna incappa nella sesta sconfitta consecutiva al PalaRuggi di Imola, dove l’Andrea Costa Imola prende il controllo della gara e gestisce il ritmo fino al 75-56 finale. Continuano a pesare le assenze e ora per i giallorossi sarà decisiva la prossima partita (dopo il turno di riposo, domenica 29 marzo) in Toscana contro Quarrata (terzultima a -4 da Ravenna), scontro diretto per la salvezza.

Tabellino
Primo quarto: 22-12. Secondo quarto: 20-15. Terzo quarto: 19-14. Quarto quarto: 14-15. FINALE: 75-56
UP Andrea Costa Imola: Kupstas 8, Chessari 9, Moffa 18, Gozo 5, Raucci 4, Abati Toure 6, Sanguinetti 8, Gatto 6, Thioune 8, Zedda 3.
OraSì Basket Ravenna: Feliciangeli 4, Brigato 12, Morena 8, Ghigo 0, Paolin 19, Jakstas 7, Paiano 0, Cena 4, Catenelli 2, Venturini 0, Dron (n.e).

Con una maschera e un piccone tra le villette di Lugo – VIDEO

Con una maschera bianca e un piccone in mano, è andato in giro per Lugo, spaventando diversi passanti. Un video riprende l’uomo tra alcune villette in zona Parco delle Lavandaie, nel pomeriggio di ieri (13 marzo). La polizia di Stato sta effettuando le verifiche del caso, analizzando le immagini della videosorveglianza.

Sul web circola anche la segnalazione di un cittadino che ha denunciato la presenza dell’uomo mascherato nello stesso Parco delle Lavandaie, sempre ieri, attorno alle 18, quando avrebbe inseguito due mamme con bambini piccoli al seguito, riuscite a rincasare prima di farsi avvicinare.

Nelle chat di vicinato dei lughesi il fatto è diventato virale, tra chi ipotizza una bravata a tema Halloween e chi invece parla di uno squilibrato pericoloso.

Le pagelle del Ravenna che ha pareggiato a Sassari: Fischnaller glaciale, Okaka insufficiente

Le pagelle del Ravenna che ha pareggiato contro la Torres (qui la nostra cronaca).

POLUZZI 7: tre parate importanti e un paio di situazioni ingarbugliate che gestisce molto bene. L’unico neo del pomeriggio è un’uscita a vuoto che rischia di far pareggiare con qualche minuto di anticipo la Torres.

SCARINGI 6: non pulitissimo con la palla nei piedi, ma ha sempre la situazione abbastanza sotto controllo.

ESPOSITO 6: meriterebbe almeno mezzo voto in più per la gestione complessiva della partita, sempre a testa alta, ma la sufficienza è invece risicata per un paio di leggerezze, tra cui la respinta corta e centrale (su un cross comunque complicato che gli rimbalza a pochi centimetri di distanza) che favorisce il gran gol di Di Stefano.

SOLINI 6,5: il migliore del reparto arretrato, ci arriva sempre lui, soprattutto sulle palle alte.

DONATI 6,5: non una delle sue migliori partite (concede qualcosa di troppo a Zambataro) ma la palla recuperata che porta al gol del 2-1 poteva valere la vittoria. Comunque cresce alla distanza e questo è un ottimo segnale.

MANDORLINI 6: il primo gol di Fischnaller nasce da un suo tentativo di tiro; nel primo tempo è piuttosto pulito e sempre nella posizione giusta. Perde un po’ di lucidità nella ripresa, restando comunque dentro la partita.

LONARDI 6: non riesce a prendere le redini del centrocampo come dovrebbe, diverse chiusure importanti, qualche tentativo di ripartenza, qualche errore. Da lui ci si aspetta di più.

TENKORANG 5,5: difficile da giudicare, perché sarebbe il trequartista della squadra e la cosa peggiore è sempre l’ultimo passaggio sulla tre quarti, appunto. Si dà comunque da fare, qualche strappo, qualche recupero difensivo generoso (dal 41′ st Corsinelli sv).

BANI 6: si limita troppo spesso al compitino (dal 24′ st RRAPAJ 6: entra in partita con la solita generosità, senza però incidere).

FISCHNALLER 7,5: glaciale nelle due occasioni che potevano ridare i tre punti al Ravenna, cerca di dialogare con i compagni che spesso non parlano però la stessa “lingua”. La crescita futura del Ravenna passerà da quanto riuscirà a coinvolgere Fischnaller nella manovra palla a terra, al momento troppo poco (dal 41′ st Italeng sv).

OKAKA 5: quello di testa da pochi passi è un gol mangiato non da lui. Prima si fa notare solo per qualche palla giocata spalle alla porta, mentre sbaglia un paio di scelte sulla tre quarti che potevano creare potenziali occasioni pericolose (dal 24′ st SPINI 6,5: bello l’assist per il secondo gol di Fischnaller, qualche altra giocata positiva; è entrato bene e la coppia d’attacco leggera potrebbe essere una soluzione).

Il Ravenna si fa raggiungere nel finale dalla Torres (2-2) e rimanda ancora il ritorno alla vittoria

TORRES-RAVENNA 2-2
TORRES (3-4-2-1): Zaccagno; Baldi, Antonelli, Nunziatini; Sala, Giorico, Mastinu (37′ st Masala), Zambataro; Luciani, Di Stefano; Sorrentino. All. Greco.
RAVENNA (3-4-1-2): Poluzzi; Scaringi, Esposito, Solini; Donati, Mandorlini, Lonardi, Bani (24′ st Rrapaj); Tenkorang (41′ st Corsinelli); Fischnaller (41′ st Italeng), Okaka (24′ st Spini). All. Mandorlini.
RETI: 34′ pt e 29 ‘ st Fischnaller, 13′ st Di Stefano, 48’ st Nunziatini.
AMMONITI: Donati, Poluzzi, Mastinu, Tenkorang, Bani.
ANGOLI: 12-3
TIRI: 12 (7) – 5 (2)

A QUESTO LINK LE NOSTRE PAGELLE

Il Ravenna si fa raggiungere in pieno recupero sul difficile campo della pericolante Torres (reso ancora più complicato dal terreno di gioco irregolare) e vede svanire così una vittoria in trasferta che manca da più di cento giorni. Il 2-2 finale è però pienamente meritato dai sardi, che hanno attaccato (e tirato in porta) molto più dei giallorossi, che devono ringraziare la freddezza del grande ex Fischnaller (due gol su due occasioni) e le parate di Poluzzi.

Rispetto alla deludentissima prestazione di Ascoli, Mandorlini lascia in panchina Spini per inserire Scaringi e tornare al 3-5-2, con Italeng incursore dietro alla coppia d’attacco Okaka-Fischnaller. Ed è proprio l’attaccante altoatesino nel primo tempo a sfruttare l’unica occasione capitata ai giallorossi, facendosi trovare sulla traiettoria di un tiro sbagliato di Mandorlini per poi superare Zaccagno sul filo del fuorigioco. Nella ripresa i sardi partono forte e trovano il meritato pareggio con un gran gol di Di Stefano su respinta corta (e centrale) di Esposito. La seconda occasione della partita per il Ravenna arriva sulla testa di uno spento Okaka, che però mette fuori da pochi passi, prima di lasciare il campo a favore di Spini, che a un quarto d’ora dal termine serve l’assist decisivo per l’accorrente Fischnaller (ma fondamentale è il recupero palla alto di Donati). Sembra fatta, ma la Torres insiste. Poluzzi è super sull’ex Luciani ma non può nulla in pieno recupero sul colpo di testa su angolo di Nunziatini, lasciato incredibilmente solo.

Il Ravenna chiude quindi con soli 3 punti una striscia di 4 partite fondamentali ed è in procinto di staccarsi ulteriormente dai primi due posti (domani l’Arezzo ospita il Perugia e l’Ascoli è impegnato a Gubbio), mantenendo comunque saldamente il terzo posto.

Minaccia i sanitari del Pronto Soccorso e aggredisce i carabinieri: arrestato un 69enne

Un uomo di 69 anni è stato arrestato dai carabinieri nella notte tra venerdì e sabato, a Lugo, con l’accusa di resistenza e violenza a pubblico ufficiale dopo aver minacciato il personale sanitario del pronto soccorso e aggredito i militari intervenuti.

L’episodio è avvenuto intorno alle 4 del mattino. L’uomo, in evidente stato di agitazione dovuto all’abuso di alcol, era stato accompagnato in ospedale perché bisognoso di cure mediche. Dopo circa un’ora di osservazione e le prime cure ricevute, ha iniziato a inveire contro medici e infermieri arrivando a minacciarli di morte. La situazione è degenerata quando il 69enne si è rivolto con atteggiamento aggressivo verso una dottoressa e un infermiere, costringendoli a rifugiarsi nei bagni del pronto soccorso e a chiedere aiuto. Nonostante i tentativi del personale sanitario di calmarlo, l’uomo ha continuato a urlare e a creare disordini davanti agli altri pazienti.

Ii carabinieri della stazione di Lugo, supportati dal Nucleo Operativo e Radiomobile, hanno tentato di riportarlo alla calma ma sono stati costretti a immobilizzarlo. Durante l’intervento il 69enne ha colpito e morso i due carabinieri, provocando loro alcune lesioni.

L’uomo è stato arrestato e portato nella camera di sicurezza della caserma. Il giudice del tribunale di Ravenna ha convalidato l’arresto, disponendo nei suoi confronti l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria due volte alla settimana.

Patuelli e la crisi in Medio Oriente: «Il primo rischio è l’inflazione. Ripensare le regole bancarie»

«Oggi siamo in una situazione di emergenza e servono interventi di emergenza. Abbiamo una serie di rischi importanti: il primo è l’inflazione, che colpisce famiglie e aziende, di fronte alla quale le banche centrali possono essere le prime a muoversi alzando i tassi, mentre gli Stati possono fare manovre di carattere fiscale». Lo ha detto Antonio Patuelli, presidente dell’Associazione Bancaria Italiana (Abi) e del Gruppo Bancario La Cassa di Ravenna intervenendo al convegno su “Artigiani & Banche: alleanza per la crescita del paese” promosso da Confartigianato Imprese Ravenna alla Sala Cavalcoli della Camera di Commercio di Ferrara Ravenna.

«Ho avuto come professore di Diritto Romano all’Università di Firenze Giorgio La Pira – ha proseguito Patuelli – e ci ha insegnato che è molto più difficile organizzare la pace mentre è più facile organizzare la guerra. Oggi siamo di fronte al conflitto mediorientale più ampio nella storia post-bellica e coloro che nella storia del Novecento hanno ipotizzato le guerre lampo hanno sempre sbagliato le previsioni.  La prima e seconda guerra mondiale sono state più lunghe di quelle risorgimentali, quella dell’Ucraina si sta prolungando da oltre quattro anni, questa mediorientale è iniziata il 28 febbraio e non sappiamo quando finirà. I temi economici, che vengono molto dopo quelli umanitari, sono allarmanti: ci sono dichiarazioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia che confermano come sia in corso la più grave perturbazione petrolifera della storia e per i paesi del golfo la riduzione è di almeno dieci milioni di barili al giorno. I paesi del Golfo non riescono più a immagazzinare il petrolio. Tutto questo si scarica sui paesi che producono meno energia e ne importano di più, e noi siamo tra quelli».

Il presidente Patuelli ha poi analizzato, dati alla mano, le conseguenze, già oggi misurabili, della guerra. «Fino alla primavera del 2022 – ha detto – la Bce per nove anni e mezzo ha tenuto i tassi vicini allo zero, nella storia costituzionale italiana dal 1948 non c’era stata mai una situazione simile e dal 1948 fino al 2013 circa l’Italia non aveva mai avuto un tasso di sconto inferiore al 3,5%. Ma chi è meno giovane può anche ricordare che con le crisi petrolifere il tasso di sconto era arrivato al 19,5%. Cosa è successo ieri sui mercati finanziari? I mercati finanziari vedono i titoli di stato italiani a dieci anni che sono andati venerdì al 3,78% rispetto al 3.52% di giovedì con un aumento di 26 punti base, ovvero 26 centesimi, in un solo giorno. Tutti i paesi dell’euro hanno visto aumentare il costo dei titoli a dieci anni, il Regno Unito ha avuto un aumento di 26 punti base passando al 4,82. Gli Stati Uniti ieri quotavano il titolo a dieci anni al 4,28%, una cinquantina di punti base di più dell’Italia. La Bce ha oggi di fronte non l’interrogativo di qualche settimana fa, che era quanto e quando ridurre il tasso di sconto: oggi la Bce si interroga se, quando e quanto aumentare il tasso di sconto. Peraltro l’aumento del costo dell’energia è stato già nel 2022 un fenomeno che ha scatenato l’inflazione e sui mercati internazionali. Ed infatti Il mercato di Chicago, riferimento nel mondo per le commodities e per i mercati alimentari, ha visto i prezzi dei cereali schizzare in alto senza ancora rimbalzare».

Dall’analisi della situazione attuale Patuelli è poi passato alle possibili soluzioni. «Nell’emergenza le regole bancarie devono essere ripensate: noi abbiamo innanzi tutto le regole internazionali di Basilea, che riguardano tutto l’Occidente, ma gli Stati Uniti hanno scelto una strada diversa, di minore applicazione, sviluppando una concorrenza impropria agli altri sottoscrittori dell’accordo. Noi non dobbiamo seguire l’America nelle logiche di deregulation, perché questa ha portato ad effetti nefasti come il caso Lehmann sui mercati internazionali. Dobbiamo pensare a procedure di semplificazione che servono alle banche e alle imprese, e quindi l’appello che oggi insieme alle imprese artigiane possiamo fare alle istituzioni europee e nazionali è di accelerare in misura emergenziale le iniziative di semplificazione che sono da mesi all’esame delle istituzioni europee. In secondo luogo, le imprese artigiane sono 1.225.000 con oltre due milioni di occupati. Il finanziamento bancario alle imprese artigiane ammontava a 21,7 miliardi nel 2025 e, per i depositi, a novembre 2025 il rapporto depositi/impieghi per le imprese artigiane era di 123%, dato che dà la dimensione della solidità, della prudenza e della liquidità delle imprese artigiane. Le imprese sono al tempo stesso importanti depositanti e importanti fruitori di prestiti. Importante è anche il ruolo del fondo di garanzia per le piccole e medie imprese. Nell’poca dell’emergenza Covid, la legge incoraggiò il ricorso agli interventi delle garanzie pubbliche e dobbiamo constatare con soddisfazione che le imprese in generale e le banche si sono comportate con più correttezza di quella che le istituzioni dello Stato avevano previsto, prevedendo più insolvenze e più costi ai danni dello Stato di quello che invece è stato. L’alleanza è sempre stata nella trasparenza e nella correttezza. Anche nel 2025 – ha concluso Patuelli – le garanzie hanno svolto un ruolo molto importante anche per il mondo artigiano, con 23 mila domande accolte con qualche miliardo di garanzie rilasciate. È un quadro che è in atto e che ha bisogno oggi, in tempi straordinari, di un dinamismo e di provvedimenti straordinari che siano, non di deroga, ma di maggiore flessibilità rispetto alle regole di Basilea che sono state pensate per i tempi di pace e non per quelli come oggi».

Giardini Speyer, una “stazione mobile” dei carabinieri «per aumentare la sicurezza percepita»

Il comando provinciale dei carabinieri ha ulteriormente intensificato i controlli del territorio con l’impiego di una cosiddetta “Stazione Mobile”, posizionata strategicamente nei pressi dei giardini Speyer e della stazione ferroviaria di Ravenna. Il quadrilatero della stazione rappresenta un nodo nevralgico per il passaggio quotidiano di pendolari, turisti e studenti, ma è anche, come noto, una zona costantemente sotto i riflettori delle forze dell’ordine per fenomeni di degrado sociale e spaccio di sostanze stupefacenti.

La “Stazione Mobile” viene descritta dai carabinieri – in una nota inviata alla stampa in cui non vengono specificato però giorni e orari – «un vero e proprio avamposto di legalità immediatamente pronto a raccogliere le segnalazioni». Non si tratta di una semplice pattuglia di passaggio – viene spiegato -, ma di un “presidio temporaneo” che garantisce una permanenza fissa e continuativa nel luogo assegnato. Una sorta di “ufficio su ruote” che vuole essere un punto di ascolto e di riferimento diretto: chiunque può avvicinarsi per presentare denunce, chiedere informazioni o, semplicemente, trovare supporto e presenza rassicurante. Un servizio che ha l’obiettivo non solo di prevenire i reati, ma anche di «accrescere in modo significativo la sicurezza percepita».

Studenti canadesi a Villanova per ricordare il soldato Kenneth Adair caduto nel 1944

Venerdì 20 marzo Villanova di Bagnacavallo accoglierà un gruppo di studenti provenienti dal Canada per un momento di memoria e incontro legato alla storia della Seconda guerra mondiale. Una delegazione della Strathroy High School dell’Ontario, composta da 27 studentesse, 12 studenti, 7 insegnanti e alcuni accompagnatori, arriverà in paese per rendere omaggio alla tomba del soldato canadese Kenneth Alexander Adair, loro concittadino, caduto in combattimento il 20 dicembre 1944 e sepolto nel Cimitero di Guerra canadese di Villanova.

La visita rappresenta un’occasione significativa di incontro tra giovani di due Paesi uniti da una pagina di storia comune. Gli studenti canadesi saranno accolti dalla classe seconda della scuola media di Villanova, che prenderà parte alla cerimonia al cimitero e al momento conviviale previsto al termine dell’incontro. Il programma della giornata prevede l’arrivo del gruppo canadese intorno alle 10.30, la cerimonia di commemorazione al Cimitero di Guerra canadese e, a seguire, un momento di incontro e pranzo al Circolo Casablanca. Durante la pausa verrà proiettato anche il video della cerimonia svoltasi il 14 dicembre 2024 in occasione dell’ottantesimo anniversario della liberazione di Villanova.

Kenneth Alexander Adair nacque nel 1922 in Ontario e si arruolò nelle forze armate canadesi nel 1941. Dopo l’addestramento nel Regno Unito fu inviato in Italia con il Perth Regiment. Morì a ventidue anni durante i combattimenti sul Fosso Munio, il 20 dicembre 1944, uno degli scontri più duri affrontati dal reparto in quella fase della campagna d’Italia. La sua vicenda personale è segnata da una tragedia familiare straordinaria: nell’arco di soli sette mesi anche due suoi fratelli morirono in guerra, uno in Italia e uno in Francia.

L’iniziativa è promossa dall’associazione Wartime Friends in collaborazione con il Comune, il Comitato Permanente Antifascista e l’Anpi di Bagnacavallo, il Consiglio di Zona e il Circolo Arci Casablanca di Villanova.

«Un’altra guerra di cui l’Europa subisce gli effetti anche se scatenata da altri»

«La nuova guerra del Golfo sembra profilarsi come l’ennesimo conflitto da cui l’Europa subirà conseguenze anche se è stato scatenato da altri». È la sintesi del pensiero del professor Michele Marchi, coordinatore del corso di laurea triennale in “Storia, società e culture del Mediterraneo” al dipartimento di Beni culturali di Ravenna dell’Università di Bologna.

Le principali ricadute per il Vecchio Continente, secondo il professore di Storia contemporanea, sono di due tipi: «Sul piano economico già lo vediamo con l’aumento dei prezzi dell’energia. Sul piano umanitario è plausibile aspettarsi una nuova crisi migratoria che porterà profughi alle porte della Turchia e potrebbe avere a sua volta effetti socio-politici come avvenne un decennio fa ai tempi delle Primavere arabe con l’affermazione di nuovi movimenti di destra contrari all’immigrazione».

Quindi ancora una volta l’Europa nella parte di chi resta a guardare?
«Voglio essere “ultracategorico” e dire che non possiamo pretendere che l’Europa abbia un ruolo per cui servirebbero strumenti che non le abbiamo dato. Non abbiamo fatto nulla di quello che era necessario fare per renderla autonoma una volta finito il mondo bipolare. Penso a una politica estera comune e a un esercito europeo. In una situazione in cui lo spazio per le diplomazie è purtroppo sempre più esiguo, ma parlano le armi, serve una potenza dissuasiva dal punto di vista militare che l’Europa come soggetto unitario non ha».

Alcuni Stati europei stanno muovendo le proprie flotte verso il teatro del conflitto.
«Non è un caso che lo faccia soprattutto Parigi, in sintonia con Roma, Berlino, Atene (e Londra), in quelle che chiamiamo coalizioni a geometria variabile. Ma sarebbe sbagliato leggerlo come la voglia di protagonismo di Macron alla fine del mandato presidenziale: dal punto di vista militare la Francia è l’unico Paese che può mettere in campo un dispositivo all’altezza della sfida, oltre a poter contrare sulla dissuasione del nucleare».

L’Europa rischia di essere colpita militarmente sul proprio suolo?
«Al momento più che un rischio di attacchi militari, è più plausibile l’azione di qualche cellula terroristica rimasta dormiente. Credo che sia questo l’aspetto che tiene più impegnati i servizi segreti in Europa».

Sono passati più di dieci giorni (l’intervista è stata realizzata il 10 marzo, ndr) dall’inizio della guerra. Si riesce a delineare i realistici obbiettivi raggiungibili dalle parti in causa?
«Per Israele è abbastanza semplice da dire: Netanyahu considera questa operazione come la continuazione della risposta agli attacchi del 7 ottobre 2023. L’Iran sosteneva Hamas e quindi Israele ha l’ambizione di chiudere i conti con lo sponsor di Hamas. Invece è meno chiaro quale obiettivo possano raggiungere gli Stati Uniti. Dalle notizie che emergono, come il fatto che sia stato il Mossad a raccogliere le informazioni per colpire Khamenei, sembrerebbe quasi che Trump si sia fatto trascinare da Netanyahu in un nuovo intervento dopo la guerra dei dodici giorni di giugno 2025 che pareva avesse risolto il rischio che Teheran si potesse dotare dell’arma nucleare. Ora Israele e Usa sono protagonisti di un intervento che avviene fuori da qualsiasi cornice istituzionale. Anche nel 2003 in Iraq non ci fu un intervento con una approvazione internazionale, ma almeno ci fu un animato dibattito sulla presunta minaccia delle armi di distruzione di massa in sede Onu».

Non le sembra che la mossa Usa-Israele fuori da ogni cornice convenzionale abbia ottenuto meno biasimo dall’opinione pubblica di quanto accaduto con l’invasione russa in Ucraina nel 2022?
«A memoria non ricordo gente che si fosse stracciata le vesti per gli ucraini. E credo proprio che l’Ucraina sia stato lo spartiacque in questo senso: oggi ci scandalizziamo ancora meno perché l’abbiamo già visto succedere, lo scardinamento del diritto internazionale purtroppo sta diventando un’abitudine. In più pesa il fatto che per l’Iran parliamo comunque di uno dei regimi dittatoriali più feroci al mondo. È una situazione simile al Venezuela dove è stato colpito un regime antidemocratico».

La morte di Ali Khamenei può essere un risultato sufficiente per Trump?
«Ne dubito, anche perché è arrivata nel primo giorno di combattimenti, ma questo non ha dato segnali di sgretolamento nel regime. Anzi, la nomina del figlio Mojtaba come guida suprema è un messaggio chiaro di un Paese che resta nel solco dell’integralismo e non intende scendere a patti».

L’America sta mandando messaggi alla Cina?
«La competizione con la Cina è l’ossessione trumpiana che emerge sullo sfondo di tutte le mosse del presidente in politica estera: Venezuela e Groenlandia per citare i casi recenti più lampanti. Sappiamo che l’Iran viveva in questi anni soprattutto esportando idrocarburi alla Cina».

Pechino non si è fatta sentire.
«Con l’approccio tipico della sua diplomazia ha condannato a mezza voce, senza azioni eclatanti come poteva essere il richiamo della questione davanti al consiglio di sicurezza dell’Onu. Possono essere due i motivi. La Cina ha anche altri interessi nel Golfo e non vuole dare l’impressione di avere legami solo con l’Iran ora che questo sta colpendo altri Stati nell’area. E in più c’è un parallelismo con uno scenario cinese: Pechino potrebbe pensare di lasciar agire l’America aspettandosi una sorta di “restituzione del favore” qualora decidesse per un intervento preventivo a Taiwan».

Quanto andrà avanti il conflitto in Iran?
«Per Israele la guerra è una sorta di identità statutaria sin dalla nascita nel 1948, ne ha fatto la sua ragione d’essere. Per l’America è diverso, a novembre ci sono le elezioni di mid term e l’opinione pubblica è largamente contraria a questa guerra, ancora di più se i prezzi dei carburanti si alzeranno. Per l’Iran la strategia sembra quella di compattarsi e resistere, colpendo altri Paesi nel Golfo nel tentativo di far nascere un movimento che faccia pressioni sull’America per evitare di subire ferite. Ma il rischio è di creare un fronte compatto avverso tra Paesi che non erano marcatamente anti iraniani».

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