La sostenibilità è ormai la sfida per ogni settore economico. Lo è in maniera ancora più marcata per il mondo della moda che deve fare i conti con la nuova strategia tessile introdotta dall’Unione europea che intende ridefinirne gli asset secondo standard ambiziosi: materie prime certificate, riuso e riciclo potenziato, progettazione sostenibile (ecodesign), gestione dei rifiuti attenta e responsabile, filiera trasparente. Cna Federmoda della provincia di Ravenna e Slow Food Ravenna organizzano un seminario divulgativo: esperti del settore, con varie competenze, saranno i relatori di un incontro aperto al pubblico in programma il 13 marzo alle 17.30 nella sede dell’associazione (viale Randi 90). Il focus è la sostenibilità della moda, dal valore della manifattura artigiana agli impatti del fast fashion, verso un modello di produzione e di consumo più consapevole, una sorta di alleanza tra imprese virtuose e consumatori.
L’evento promosso da Cna, quindi, proverà a contestualizzare la situazione attuale: «Cerchiamo di informare i nostri associati – spiega Claudia Bellini, 38 enne imprenditrice del settore e presidente provinciale di Federmoda –. Teniamo alta l’attenzione sul tema e diamo la parola a chi ha già messo in atto strategie di cambiamento». Bellini farà i saluti di apertura dell’incontro per lasciare poi la parola ai relatori: Elisa Tosi Brandi (professoressa associata al dipartimento di Beni Culturali a Ravenna dove insegna, tra i vari corsi, “Storia e patrimonio culturale della moda”), Sergio Baroni (esperto nella gestione dei rifiuti), Maria Silvia Pazzi (fondatrice di Regenesi e Regenstech) e Dario Casalini (fondatore di Slow Fiber).
Tra le declinazioni della normativa madre voluta dall’Ue, che troveranno applicazione a breve, un tema dibattuto è il passaporto digitale di prodotto. Il cosiddetto Dpp (dall’inglese digital product passport) riguarderà anche altri settori dell’economia, non solo la moda, ma solo per le merci vendute in Ue e dovrà contenere tutte le informazioni sul ciclo di vita del prodotto: la composizione, la sostenibilità, la tracciabilità, le possibilità di riciclo e tanto altro. «Le ultime notizie dicono che il passaporto potrebbe essere obbligatorio da gennaio 2027 – dice Bellini – ma in questo momento le aziende sono un po’ disorientate perché a oggi non ci sono ancora linee guida chiare su cosa succederà e sui requisiti specifici per la conformità». L’ipotesi al momento più probabile è che l’accesso al Dpp avvenga tramite un codice Qr “dinamico” che accompagna gli abiti. «Ma ancora non si sa come sarà da generare, che caratteristiche dovrà avere, se dovremo appoggiarci a qualche piattaforma. E di conseguenza non ci sono previsioni sui costi da sostenere».
L’obiettivo di tutto, almeno nei principi ispiratori, è di rendere il settore più sostenibile. Federmoda cita alcuni dati che giustificano la necessità di un’inversione di rotta: ogni anno nel mondo vengono prodotti circa 150 miliardi di capi di abbigliamento di cui oltre 40 miliardi vengono distrutti senza mai essere stati indossati. Nel 2024, gli indumenti scartati e gettati a livello globale hanno raggiunto i 120 milioni di tonnellate: l’80 percento è finito nelle discariche o negli inceneritori, solo il 12 percento è stato riutilizzato, e meno dell’uno percento è stato riciclato in nuove fibre tessili. Ogni giorno, poi, arrivano in Europa oltre 12 milioni di pacchi di importazione extra-Ue.
La ricerca della sostenibilità non spaventa Bellini, ma le scelte dell’Ue generano quantomeno delle perplessità: «Ci sono tante aziende, specie quelle artigiane, che da tempo lavorano dando priorità alla tutela ambientale e al rispetto dei principi etici e di sicurezza, ma ora anche queste dovranno sostenere dei costi per dimostrare qualcosa che in gran parte già fanno. Controlli efficaci con sanzioni a chi non rispetta le regole forse sarebbe una condotta meno pesante per le Pmi». Senza dimenticare la competizione impari giocata con le aziende extra europee: «Le regole Ue non impattano su produttori di altre aree del mondo e questo diventa un gap importante nella concorrenza».
Per Bellini il concetto di sostenibilità fa rima, prima di tutto, con durabilità: «Usare materiali di qualità consente a un abito di reggere nel tempo». Lo spreco si riduce anche evitando gli accumuli di magazzino lavorando sul venduto: «Se la boutique finisce la fornitura e ha bisogno di un nuovo capo deve sapere che il produttore può realizzarlo. Un’impresa artigiana in poco tempo riuscirà a realizzare il capo richiesto e a fine stagione non c’è materiale in eccesso».
Tutte accortezze che Bellini mette in atto nella sua azienda, fondata dalla madre Doriana Montalti a Castel Bolognese nel 1974 (dal 1976 associata Cna): «L’attività è partita come contoterzista, cioè svolgendo lavori per altri brand della moda, potendo fare ogni fase della produzione, dal disegno al capo imbustato. E tutt’oggi ancora siamo contoterzisti, per qualcuno ci occupiamo solo di un passaggio della lavorazione, per altri eseguiamo l’intera attività. È un sistema consolidato nella moda. Però un po’ alla volta l’azienda ha anche cominciato a realizzare le sue creazioni. Nel 1987 sono nata io e i miei genitori hanno creato il marchio Claudia B che poi è diventato Clò by Claudia B. Dopo l’istituto d’arte a Faenza sono cresciuta in azienda, all’inizio affiancando la stilista e occupandomi della scelta dei materiali e dal 2022, dopo la morte di mia madre, seguendo tutte le fasi dell’azienda».
Fare moda da Castel Bolognese, realtà di circa diecimila abitanti, non è facile: «Siamo distanti dai grandi centri e questo a volte penalizza, ma questo è un settore dove spesso le imprese sono piccoli artigiani che fanno cose esclusive. Più attenzione a queste realtà è quello che chiediamo da tempo alle istituzioni».
A luglio 2025 e febbraio 2026 Bellini ha portato la sua linea in Giappone alla fiera “Moda Italia Tokyo” organizzata da Ice, l’agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane per la presentazione delle collezioni primavera-estate 2026 e autunno-inverno 2026-2027. Dalla provincia ravennate erano presenti anche la pelletteria Miviu di Ravenna e il calzaturificio Moda Italia di Bagnacavallo. «La Regione Emilia-Romagna e la Cna regionale hanno fornito un aiuto importante per le imprese con un bando che metteva a disposizione fondi. È stato piacevole scoprire un mercato che apprezza la qualità del prodotto. Lavorare bene e seriamente è nel dna dell’artigiano della moda».
Il libro, dopo un’introduzione di Giancarlo Ciani, Presidente del Circolo dei Cooperatori APS alla data del convegno, ospita l’intervento Andate e ritorni: appunti per la ricostruzione di una “bildung” di Elda Guerra, studiosa di Storia contemporanea, già docente presso l’Università di Bologna. Con rigore metodologico il contributo di Elda ricostruisce la vita di Mario attraverso «quell’indugiare ricorrente sul luogo della sua origine perché tutti quei momenti mi sono sembrati scorci di paesaggio». Una biografia che, a vent’anni, s’intreccia con le aspettative del dopoguerra italiano, «dopo gli anni soffocanti del fascismo», e che verrà scandita dai passaggi del lavoro, della militanza, fino all’entrata nel sindacato. A metà degli anni Cinquanta, Mario diventa responsabile dell’INCA – Istituto nazionale confederale di assistenza nato nel 1945 durante il primo congresso della CGL; nel 1962, assume la responsabilità di vice presidente dell’Associazione delle cooperative di produzione e lavoro della Lega delle cooperative, diventando «uno dei protagonisti del difficile processo di trasformazione tra vecchio e nuovo che caratterizzò la storia locale, in uno stretto intreccio con la dimensione nazionale e internazionale, nel corso degli anni Sessanta e Settanta».