lunedì
25 Maggio 2026

Nel camerino del negozio toglie l’antitaccheggio e indossa 4 giubbotti: arrestato per furto

Indossava quattro giubbotti insieme, ma non era per proteggersi dal freddo: erano il bottino di un furto messo a segno in un negozio di abbigliamento del centro commerciale Esp nel pomeriggio del 7 marzo. I carabinieri hanno rintracciato l’autore del furto che è stato arrestato.

Due pattuglie della sezione radiomobile della compagnia di Ravenna sono intervenute dopo una segnalazione della vigilanza del centro commerciale. Individuato l’uomo, i carabinieri l’hanno perquisito: i quattro giubbotti erano ancora muniti di etichetta del negozio, mentre i resti degli antitaccheggio erano all’interno dei camerini. Ulteriore merce rubata in un altro negozio di abbigliamento stava dentro a uno zaino utilizzato dallo stesso uomo. Tutta la refurtiva veniva restituita ai responsabili dei negozi interessati.

L’uomo, di origini straniere, è stato condotto in caserma per le operazioni di identificazione, da cui emergeva all’atto del controllo aveva fornito false generalità. Dal processo per direttissima è stato disposto il divieto di dimora nella provincia di Ravenna.

Incontro sul referendum, tra i relatori l’ex pm e ministro Antonio Di Pietro (a favore del Sì)

L’ex magistrato e ex ministro Antonio Di Pietro (pm dell’inchiesta Mani pulite) è schierato a favore del Sì al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 e sarà tra i relatori di un incontro pubblico in programma a Ravenna il 14 marzo alle 17 alla sala Baldini di via Guaccimanni. L’incontro è promosso dalla sezione locale dell’associazione italiana giovani avvocati (Aiga). Per il No sarà presente l’avvocato Andrea Valentinotti, esponente del Pd. Modera l’incontro l’avvocata Viola Bravi, presidente di Aiga Ravenna.

La cosiddetta “Riforma Nordio” modifica sette articoli della Costituzione intervenendo sull’ordinamento della magistratura: separazione delle carriere tra giudici e pm, sdoppiamento del Csm, sorteggio dei componenti togati e istituzione di un’Alta Corte disciplinare.

Referendum costituzionale: il Pd organizza un incontro con Orlando, ex ministro della Giustizia

Il Partito democratico di Lugo organizza un’assemblea pubblica al salone estense della Rocca, mercoledì 11 marzo alle 20.45, dedicata al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026. Relatore principale della serata sarà Andrea Orlando, ministro della Giustizia nei governi Renzi e Gentiloni dal 2014 al 2018 e tra i maggiori esperti della materia nel centrosinistra italiano. Deputato dal 2006 al 2024, oggi è consigliere regionale della Liguria.

Al centro della serata, come detto, la cosiddetta “Riforma Nordio”, che modifica sette articoli della Costituzione intervenendo sull’ordinamento della magistratura: separazione delle carriere tra giudici e pm, sdoppiamento del Csm, sorteggio dei componenti togati e istituzione di un’Alta Corte disciplinare.

Il Pd è schierato a favore del No e quintri contro la riforma: «Votare No significa difendere l’indipendenza della magistratura dal potere politico», si legge nel comunicato che promuove l’incontro.

Con Orlando interverranno Guido Fabbri, avvocato del foro di Ravenna, e Emma Petitti, consigliera regionale e vicesegretaria del Pd Emilia-Romagna.

Porto: nei primi due mesi i traffici restano sui livelli del 2025, anno del record storico

Il mese di gennaio 2026 si chiude per il porto di Ravenna con una movimentazione complessiva di 2,13 milioni di tonnellate, in aumento del 12,5% rispetto allo stesso mese del 2025, anno in cui si è stabilito il record storico per lo scalo ravennate. Gli sbarchi hanno raggiunto 1,94 milioni di tonnellate (+16,6%), mentre gli imbarchi si sono attestati a 193 mila tonnellate (-16,9%). Le toccate nave sono state 201, due in meno rispetto a un anno fa.

Le merci secche hanno totalizzato 1,67 milioni di tonnellate (+8,3%), con una crescita delle merci in container (184 mila tonnellate, +12,5%) e un calo delle merci su rotabili (112 mila tonnellate, -9,4%). In forte aumento i prodotti liquidi, pari a 466 mila tonnellate (+30,9%).

Particolarmente positivo il comparto agroalimentare, che con 579 mila tonnellate segna un incremento del 53,6%. Spicca il forte aumento dei cereali (375 mila tonnellate, +116,7%), mentre calano le farine (-67,5%). In crescita anche i semi oleosi (+49,3%).

Segnali positivi arrivano dai materiali da costruzione (355 mila tonnellate, +2,9%), mentre risultano in calo le materie prime per la ceramica destinate al distretto di Sassuolo (-5,7%). In diminuzione anche i prodotti metallurgici (357 mila tonnellate, -20,3%).

Il traffico container ha raggiunto 15.227 Teus (+3,1%), con 38 toccate di navi portacontainer (-7,3%). Positivo anche il traffico trailer e rotabili, con 6.757 pezzi movimentati (+25,3%), sostenuto dall’arrivo di 1.601 auto dalla Cina. Sulla linea Ravenna–Brindisi–Catania i pezzi movimentati sono stati 4.582 (-5,6%).

Le prime stime sui primi due mesi del 2026 indicano una movimentazione complessiva di oltre 4 milioni di tonnellate, in lieve crescita (+0,5%) rispetto allo stesso periodo del 2025. A febbraio risultano in aumento prodotti petroliferi, chimici solidi, concimi e materiali da costruzione, mentre calano siderurgici e agroalimentari solidi, flessione legata a misure europee sull’import di acciaio, accumulo di scorte nel 2025 e fattori contingenti come traffico navale, meteo e problemi tecnici su alcune banchine. Molto positivi, infine, i dati di febbraio per trailer (+13,2%) e container, con Teus in crescita del 18,8% e merce containerizzata +16,5%.

Surgital dona una motopompa da 30mila euro alla protezione civile di Conselice

La protezione civile di Conselice può contare su una nuova motopompa idraulica carrellata che servirà per affrontare eventuali emergenze idro-geologiche future sul territorio della Bassa Romagna (con priorità a Conselice), capace di aspirare oltre 10 mila litri d’acqua al minuto e correntemente usato per travasi molto importanti. Il macchinario, dal valore di circa 30 mila euro è stato donato da Surgital: i titolari dell’azienda di Lavezzola avevano espresso già da qualche mese la volontà di aiutare concretamente i volontari della protezione civile, e la consegna del macchinario è avvenuta nella mattinata di sabato 7 marzo all’interno degli stabilimenti dell’azienda.

«Questa motopompa rappresenta per noi molto più di una donazione: è un segno concreto della nostra vicinanza e riconoscenza al territorio che da sempre è la nostra casa – Edoardo Bacchini, Ad Surgital -. La tecnologia è parte essenziale del nostro lavoro quotidiano, ma sapere che oggi può diventare anche uno strumento di aiuto e tutela per la nostra comunità ha per tutti noi un valore speciale. Come famiglia Bacchini, insieme a tutti i collaboratori di Surgital, siamo orgogliosi di poter contribuire alla sicurezza di un territorio che negli ultimi anni ha sofferto molto e che merita di essere protetto e tutelato. A questa terra, alla sua gente, forte e solidale, dobbiamo tutti molto». Anche il sindaco di Conselice Andre Sangiorgi esprime gratitudine per il gesto: «Si tratta di una donazione molto importante per il nostro comune, che arriva da un’azienda che dimostra attenzione e generosità nei confronti del territorio. Il valore di questo nuovo strumento per contrastare le calamità naturali va anche oltre quello economico, perché contribuisce a valorizzare l’impegno dei volontari, quadruplicati dopo l’alluvione del 2023».

Infine, le parole di ringraziamento da parte dei volontari: «Non si può che ringraziare Surgital per questa donazione, che va nella direzione della salvaguardia idro-geologica di un territorio che ha molto sofferto negli ultimi anni – dichiara Matteo Giacomoni, sindaco referente per la Protezione civile dell’Unione dei Comuni della Bassa Romagna -. È sempre significativo e mai scontato che dal mondo dell’imprenditoria arrivino sostegni importanti come questo. Dimostra che c’è consapevolezza diffusa dei nuovi scenari».

Chiara Ruffini è la nuova presidente dell’ordine dei Commercialisti di Ravenna

Chiara Ruffini è la nuova presidente del consiglio dell’Ordine dottori commercialisti ed esperti contabili della provincia di Ravenna. Si tratta della prima presidente donna dall’unificazione degli ordini, in carica dal 3 marzo per il quadriennio 2026-2030.

La presidente ha presentato un programma rivolto sia all’esterno che all’interno della categoria, specificando un’apertura verso le opportunità, necessità e sfide del territorio e un’interazione crescente tra professionisti, sia esperti che di nuova generazione.

La tornata elettorale ha rinnovato anche il restante corpo del consiglio, con vicepresidente Emanuela Dalmonte, segretario Davide Galli, tesoriere Valentina Valentini e consiglieri eletti Alessandro Brunelli, Gian Marco Grossi, Milena Montini, Andrea Piraccini, Silva Ricci, Antonio Santandrea, Maria Teresa Zironi.

Infine, è stato rinnovato anche il comitato pari opportunità dell’Ordine che sarà presieduto dal consigliere Valentina Valentini e formato da Alessandra Alboni, Georgia Baioni, Giulia Casadio, Alessandra Di Carlo, Giulia Ibra, Elisa Piombi Barnabè.

Tentano la truffa del “finto maresciallo” ai danni di un’anziana: bloccato un bonifico da 48mila euro

Riceve una chiamata da parte di un individuo che con voce rassicurante si presenta come un maresciallo e chiede con urgenza un bonifico da quasi 50 mila euro. Si tratta della truffa del “finto carabiniere”, tentata negli scorsi giorni ai danni di un’anziana di Solarolo e sventata dagli effettivi carabinieri della stazione locale.

La donna, contattata telefonicamente dal sedicente carabiniere e spinta dal timore e dalla fiducia nelle istituzioni, si è prontamente recata in banca per effettuare un versamento di 48 mila euro sulla prepagata del truffatore. Una volta conclusa la chiamata però, un dubbio l’avrebbe spinta a contattare la stazione locale dell’arma per chiedere conferma della ricezione del pagamento.

Comprendendo immediatamente la gravità della situazione e la natura fraudolenta della richiesta, i carabinieri si sono quindi precipitati nella filiale bancaria di Solarolo, riuscendo a bloccare l’invio del bonifico pochi istanti prima che la somma venisse definitivamente trasferita e resa irrecuperabile. Intanto, sono partite le indagini per risalire all’identità del truffatore e di eventuali complici.

«Un episodio come questo diventa l’occasione per ricordare ai cittadini che nessun carabiniere, né alcun appartenente alle forze dell’ordine o ad enti pubblici, richiede mai il versamento di denaro, la consegna di gioielli o codici di accesso a conti correnti per “chiudere pratiche” o assistere familiari in difficoltà – spiegano dal comando provinciale dei carabinieri -. In caso di dubbi, l’invito è di interrompere la conversazione e contattare immediatamente il numero di emergenza 112».

Alla Sala Ragazzini un dibattito all’americana per discutere di referendum

Il gruppo Light (Progetto di Solidarietà UE) e l’associazione Turbe Giovanili organizzano un “dibattito all’americana” per parlare del referendum costituzionale sulla giustizia del 22-23 marzo.

L’appuntamento, aperto alla cittadinanza e a ingresso libero, è venerdì 13 marzo, nella Sala Ragazzini di Largo Firenze (ore 18). Il format prevede un confronto diretto con tempi serrati e domande incrociate, e vedrà contrapporsi da un lato due relatori per il sì, l’avvocato Alberto Ancarani e l’avvocato Giuseppe Pagliani, e due relatori per il no, l’avvocato Igor Gallonetto e il Preside Gianluca Dradi.

L’iniziativa nasce dalla volontà delle due realtà organizzatrici di promuovere la partecipazione attiva delle fasce giovanili alla “cosa pubblica”, L’obiettivo è fornire alla cittadinanza, e in particolare ai più giovani, gli strumenti per sviluppare una mentalità critica autonoma su un tema tecnico e fondamentale per l’assetto istituzionale del Paese.

Arresto, custodia, pena sospesa, recidiva: una guida alle parole della giustizia

Cosa c’è di vero e di falso nei tanti luoghi comuni sulla giustizia italiana? Perché si può essere arrestati ed essere liberi il giorno dopo? Davvero i giudici rovinano il lavoro delle forze dell’ordine rimettendo in libertà i criminali? Perché si può essere condannati ma non si va in carcere? Queste e tante altre domande sul sistema giudiziario spesso accendono il dibattito, non solo quello da bar ma anche nei salotti tv o nelle sedi istituzionali. Abbiamo provato a chiarire un po’ di dubbi “della pancia” parlando con Elena Valentini, professoressa associata di Procedura penale al dipartimento di Scienze giuridiche di Ravenna.

Professoressa, l’opinione pubblica resta particolarmente colpita quando la cronaca nera riporta episodi in cui gli autori erano già stati arrestati. La reazione più comune è il convincimento che le forze dell’ordine facciano il loro dovere e i giudici rimettano in libertà i delinquenti.
«La questione è oltremodo attuale, poiché esprime un luogo comune molto diffuso sui giudici: talmente diffuso e talmente in grado di fare presa sull’opinione pubblica da essere stato utilizzato dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in una conferenza stampa rilasciata all’inizio dell’anno.
Il punto di partenza deve essere la distinzione tra pena, custodia cautelare e arresto.
La pena è quella che si applica solo all’esito del processo, e dunque solo dopo che la sentenza di condanna è diventata irrevocabile, una volta esauriti i tre gradi di giudizio previsti dall’ordinamento.
L’arresto opera invece all’inizio del procedimento, quando la polizia coglie una persona in flagranza, e cioè nell’atto di compiere un delitto di una certa gravità, o comunque subito dopo, mentre si sta dando alla fuga. L’arresto viene comunemente definito come misura precautelare: la pronta cattura dell’indagato da parte della polizia serve infatti a consentire l’applicazione della custodia in carcere, che potrà essere disposta dal giudice su richiesta del pubblico ministero. Tuttavia, non è detto che un arresto operato dalla polizia sia sempre seguito dall’applicazione della custodia in carcere, le cui condizioni applicative non coincidono con quelle che legittimano l’arresto.
Le misure cautelari presuppongono infatti la sussistenza non solo di gravi indizi di colpevolezza, ma anche di almeno una fra queste esigenze cautelari: il pericolo di inquinamento delle prove, il rischio di fuga, il pericolo di commissione di reati dellastessa specie e con un certo grado di gravità.
In mancanza di uno di questi tre rischi, le misure cautelari non possono trovare applicazione. Ciò spiega come talvolta l’arresto possa non essere seguito dalla custodia in carcere. Non solo: tale specifica misura cautelare può essere applicata solo se si procede per un delitto punito con una pena massima non inferiore a cinque anni».

Che valutazioni fa il giudice per applicare o meno una misura cautelare?
«Può accadere che il giudice escluda la sussistenza delle tre esigenze cautelari, o comunque non ne ravvisi un’intensità tale da giustificare l’applicazione della custodia in carcere. Le ragioni possono essere le più varie. Nel momento in cui valuta i rischi cautelari, il giudice ancora non applica una pena, ma svolge una prognosi sul futuro comportamento della persona. Tale tipo di valutazione è di per sé altamente discrezionale, si svolge in condizioni di urgenza e sulla base di elementi probatori non ancora vagliate nel processo. In generale, non si dovrebbe mai dimenticare che l’imputato è considerato innocente fino alla sentenza definitiva di condanna, e che la custodia in carcere dovrebbe costituire l’eccezione.
Nonostante ciò, in Italia sono molti gli indagati a finire dietro le sbarre. Ma i media tendono a stigmatizzare il fenomeno opposto: infatti, fanno notizia e finiscono sui giornali quasi solo i casi in cui la prognosi del giudice si è rivelata ex post erronea e troppo generosa rispetto alla capacità di auto-contenimento dell’indagato».

La necessità di uno dei tre rischi per applicare il carcere prima della sentenza definitiva vale anche nei casi in cui in appello arriva una condanna che ribalta un’assoluzione in primo grado?
«Vale sempre lo stesso principio: la pena può essere scontata solo una volta che la sentenza di condanna sia divenuta irrevocabile. E dunque una volta definito non solo il primo grado di giudizio, ma anche quelli, eventuali, dell’appello e della cassazione. Quando l’imputato è ristretto in carcere o anche solo agli arresti domiciliari prima che la condanna sia definitiva, lo è perché il giudice ha ritenuto sussistenti i presupposti per applicare la custodia».

Gli accusati di omicidio molto spesso trascorrono il tempo delle indagini e del processo in custodia. Per loro esiste sempre almeno una di quelle tre condizioni?
«Come abbiamo detto, l’opinione pubblica tende erroneamente a sovrapporre la custodia cautelare alla pena. Questo fenomeno, e le connesse aspettative della collettività, finiscono inevitabilmente per condizionare il giudice nella valutazione delle esigenze cautelari, in particolare per quanto riguarda la verifica del rischio di reiterazione del reato. Per i delitti meno esposti mediaticamente, la pressione è senz’altro meno incisiva. Quanto al rischio di fuga, nel caso di delitti molto gravi esso tende ad essere considerato più concreto man mano che ci si avvicina alla definitività della sentenza».

Quando l’arrestato o imputato è straniero, magari da poco in Italia, non è inevitabile che ci sia un pericolo di fuga?
«La precarietà abitativa e la situazione di irregolarità sul territorio non possono, da soli, fondare una valutazione di sussistenza del rischio di fuga. Lo stesso vale per la presenza di legami familiari nel Paese d’origine, che potrebbe agevolare una fuga all’estero. Tuttavia, è innegabile come tutti questi elementi possano incidere, e anche molto significativamente, sulla valutazione del pericolo di fuga. Le condizioni di vita in cui spesso versa uno straniero irregolare possono poi assumere rilevanza anche per considerare il pericolo di reiterazione del reato, specie quando allo stato di clandestino corrisponde l’impossibilità di dimostrare di avere un lavoro regolare (e non in nero). Una persona che non è in grado di documentare un lavoro regolare non riesce neppure ad esibire di avere mezzi leciti di sussistenza: proprio per questo, essa viene spesso considerata più incline a delinquere».

Un reato commesso da qualcuno che era già stato arrestato e non trattenuto in carcere lascia la sensazione di un sistema che gira a vuoto…
«Tale fenomeno si verifica solo per reati di gravità medio-bassa. In generale, non si può sottovalutare l’effetto criminogeno del carcere, che vale per tutti: per chi entra in cella per la prima volta a 50 anni, ma ancora di più per i giovani. Bisogna assolutamente scongiurare il rischio che il carcere diventi il vivaio della criminalità. Anche per questo, è doveroso che il giudice mostri una certa fiducia nei confronti di un giovane. È lo stesso motivo per cui in casi di pene non particolarmente elevate si dovrebbe privilegiare l’espiazione fuori dal carcere con le cosiddette misure alternative. Purtroppo, fa notizia solo colui che torna a delinquere, ma non colui che, dopo essere stato rimesso in libertà, si astiene da ulteriori reati».

In caso di condanna, dalla pena viene sottratto il tempo eventualmente passato in custodia cautelare?
«Sì, tale meccanismo viene chiamato “scomputo del presofferto”. Per questo non sono così rari i casi in cui una persona viene condannata ma non entra in carcere se ha già trascorso un periodo in custodia».

Ci sono poi i casi in cui la condanna arriva, ma non viene eseguita perché a intervenire è la sospensione condizionale. E il cittadino si infuria…
«Nel caso di una condanna non superiore a due anni, e se la persona condannata non ha precedenti ostativi o appare meritevole di fiducia, il giudice può decidere di sospendere l’esecuzione della pena per un certo periodo, in cui il condannato non deve commettere altri reati. Non è un automatismo, è una decisione del giudice sul singolo caso. La decisione si basa su una valutazione complessiva del caso e della personalità del condannato. Se durante il periodo di prova il condannato si comporta correttamente, la pena non viene eseguita; in caso contrario, la sospensione verrà revocata.
Se il giudice lo ritiene, le pene sospese possono essere cumulate, e, fino a quando il cumulo non raggiunge i due anni, non si esegue la pena. Il principio, anche qui, è quello di cercare di portare meno gente possibile a vivere un’esperienza traumatica come il carcere».

Cos’è la recidiva e quando interviene?
«La recidiva è una circostanza aggravante che incide sulla quantificazione della pena: al momento della sentenza la pena è più alta se il condannato ha già commesso altri reati, anche a prescindere dall’intervallo di tempo trascorso. Esistono varie ipotesi di recidiva. Quella semplice si ha quando viene commesso un reato che non ha attinenza con quello precedente e l’aumento è fino a un terzo della pena. Quella reiterata, che subentra dal terzo reato, può comportare un aumento di pena fino a due terzi. Cioè una pena di un anno può trasformarsi in un anno e otto mesi».

C’è la convinzione che in carcere si vada poco perché si possa facilmente beneficiare di misure alternative.
«È provato che le misure alternative alla detenzione costituiscono uno degli strumenti più efficaci per scongiurare il rischio di recidiva. La loro applicazione, dunque, non solo risponde a un principio di umanità, ma ha ricadute assolutamente positive in primis per la società.
L’affidamento in prova ai servizi sociali è forse la misura più rilevante sul piano empirico, e di regola può essere concessa in relazione alle condanne fino a quattro anni. La decisione di concedere l’affidamento in prova spetta al tribunale di sorveglianza. Nel caso di processi con forte esposizione mediatica, al momento di decidere se accordare tale misura non si può escludere che i giudici possano risentire del giustizialismo diffuso nell’opinione pubblica».

Una condanna all’ergastolo equivale davvero a restare in carcere tutta la vita? Più in generale, come sono regolate la semilibertà e la libertà condizionale?
«In Italia l’ergastolo non è una pena fittizia: abbiamo circa 1.800-2.000 ergastolani su 60mila detenuti, con un trend delle sentenze che applicano il “fine pena mai” in leggero aumento (di circa l’1 percento all’anno). In generale, dire che chi prende l’ergastolo esce dopo pochi anni è falso: nel sistema italiano molti ergastolani restano in carcere anche più di cinquant’anni.
La semilibertà, che prevede la possibilità di uscire dal carcere ogni giorno per recarsi al lavoro (o per svolgere altre attività rieducative), si può ottenere una volta espiata metà della pena. Per l’ergastolo la soglia da raggiungere è indicata convenzionalmente in 20 anni.
La libertà condizionale è invece un istituto che consente al condannato, dopo aver scontato una cospicua parte della pena e dato prova di sicuro ravvedimento, di essere ammesso alla libertà prima della fine della pena, subordinatamente al rispetto di determinate condizioni per un periodo di prova. Se le condizioni vengono rispettate, la pena si considera estinta; in caso contrario, il beneficio è revocato.
Infine, la libertà anticipata è legata alla partecipazione all’opera di rieducazione: si può beneficiare di uno sconto di pena di 45 giorni ogni 6 mesi espiati».

È vero che le pene del nostro sistema giudiziario sono stroppo leggere?
«In generale, la tendenza da parte della legge è piuttosto quella di aumentare le pene, e certamente non di diminuirle. In particolare, ad ogni emergenza securitaria il legislatore interviene ampliando l’area del penalmente rilevante istituendo nuovi reati, oppure aumentando il quantum di pena applicabile rispetto a reati già previsti dall’ordinamento. Si tratta di un fenomeno ampiamente denunciato, e che può essere osservato anche solo considerando la grande frequenza con la quale vengono varati i cosiddetti decreti o pacchetti sicurezza. In proposito, bisogna anche specificare che questo estremo rigore punitivo è più facilmente riservato alla criminalità di strada; quantomeno nell’ultimo periodo, esso non viene viceversa riservato anche alla criminalità dei cosiddetti colletti bianchi».

Come valuta il recente pacchetto sicurezza approvato dal centrodestra?
«Il “decreto sicurezza” appena varato sposta in modo sensibile l’asse del sistema verso la prevenzione e l’ampliamento dei poteri di intervento, incidendo su diritti fondamentali come la libertà personale e la libertà di manifestazione. Tra le novità c’è il fermo preventivo fino a dodici ore, cioè la possibilità da parte delle forze dell’ordine di trattenere le persone sospette nelle ore precedenti alle manifestazioni ritenute a rischio, così da evitare in via preventiva che ci siano scontri. Invece, l’idea originaria di introdurre il cosiddetto “scudo penale” per le forze dell’ordine è stata opportunamente rivisitata. Tuttavia, per quanto la sua fisionomia sia stata edulcorata rispetto al progetto iniziale, la previsione di una disciplina differenziata per la trattazione delle notizie di reato a carico degli agenti di polizia rischia comunque di incrinare il principio di eguaglianza davanti alla legge».

Aumentare reati e pene è il modo giusto di affrontare la necessità di sicurezza?
«Mi ricollego a quanto detto prima rispetto all’importanza delle pene alternative, come pure delle misure risocializzanti in carcere, che tuttavia riescono a raggiungere solo una modesta porzione dei detenuti a causa delle condizioni di sovraffollamento degli istituti penitenziari. Il diritto al lavoro e il diritto allo studio, come pure il diritto all’affettività, dovrebbero essere tutelati in modo molto più robusto. Non solo per il benessere dei detenuti, ma anche per quello della società che dovrà riaccoglierli una volta che questi abbiano scontato la pena».

L’inasprimento delle pene non ha un effetto deterrente?
«L’efficacia deterrente è limitata se non è accompagnata da un aumento della certezza e della rapidità della sanzione; è semmai la probabilità di essere puniti, più che la gravità della pena, a incidere sui comportamenti».

Ha parlato di sovraffollamento. Eppure si sente dire “in carcere hanno anche la tv, è come stare in albergo”.
«Quello da lei così efficacemente sintetizzato è uno dei luoghi comuni più odiosi in materia di giustizia penale. Le condizioni in cui versano le carceri italiane sono allarmanti, e sono state più volte stigmatizzate da importanti organismi internazionali. Basti pensare, tra le altre cose, che nel 2013 la Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la violazione sistematica dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che punisce la tortura e i trattamenti inumani e degradanti, a causa delle condizioni degli istituti di pena del nostro Paese e delle condizioni di sovraffollamento in cui i nostri detenuti sono costretti a trascorrere il loro tempo in carcere.
A distanza di 13 anni da quella storica sentenza, la situazione non è affatto migliorata. Così come è tragicamente dimostrato anche dall’elevato numero di persone che si tolgono la vita in carcere. Questa dovrebbe essere la reale emergenza, mentre purtroppo il dibattito in materia di giustizia penale è allo stato monopolizzato dal referendum sulla cosiddetta separazione delle carriere».

Quando un reato vede protagonista uno straniero, c’è la convinzione che avvenga perché in Italia le pene sono più lievi rispetto al Paese di origine. “Se lo facessimo noi al loro Paese…”
«Rispetto all’Italia e agli ordinamenti europei, in cui ad esempio la pena di morte è abolita e il sistema penale è fondato su codici moderni di ispirazione liberale, in numerosi Paesi la pena capitale è ancora prevista e applicata, e in alcuni casi è affiancata da punizioni corporali. Ciò detto, le ragioni che spingono persone provenienti da aree in cui le condizioni di vita sono più precarie rispetto a quelle del nostro Paese non possono certamente essere ricondotte alla volontà di queste persone di venire in Italia e in Europa per delinquere con maggior tranquillità. Le ragioni alla base delle alte percentuali di stranieri in carcere sono evidentemente altre. In tal senso, rileva non solo la loro condizione di marginalità sociale ed economica, che può più facilmente spingerli a commettere reati, ma soprattutto il fatto che gli stranieri irregolari riescono ad accedere a misure come gli arresti o la detenzione domiciliari molto più difficilmente, perché spesso non dispongono di un’abitazione. Da questo punto di vista, la legislazione in materia di immigrazione andrebbe modificata in senso meno punitivo, in particolare (anche se non solo) rispetto a persone che non è possibile rimpatriare. Queste persone sono spesso condannate a vivere sul nostro territorio in condizioni di clandestinità che le portano a sostenere un’ampia economia in nero e a divenire preda della criminalità organizzata, o, comunque, a vivere di espedienti oltre la legalità. Su questi fenomeni incide sicuramente anche la miope restrizione delle misure di accoglienza dei richiedenti asilo».

E arriviamo alla questione annosa della giustizia: com’è possibile che ci vogliano così tanti anni per arrivare a un verdetto definitivo?
«Rispetto agli altri Paesi, l’Italia è uno dei fanalini di coda quanto a durata media dei processi penali. L’irragionevole durata dei processi affligge infatti tanto la giustizia civile quanto quella penale. La questione nasce dalla impietosa sproporzione tra risorse e processi da celebrare. Sicuramente, la tendenza ad ampliare l’area del penalmente rilevante, e dunque a inserire nuovi reati, finisce per aumentare la mole dei processi da trattare. È un circolo vizioso. Negli anni, il legislatore ha cercato di introdurre strumenti deflattivi, ampliando l’ambito operativo di procedimenti speciali come patteggiamento, giudizio abbreviato, decreto penale di condanna, e introducendo altresì la sospensione del procedimento con messa alla prova (confinato a procedimenti per reati non particolarmente gravi).
Questi riti speciali hanno tutti natura premiale, poiché lo Stato concede benefici all’imputato che li sceglie in alternativa al giudizio ordinario, prevedendo una sorta di ricompensa in termini di sconto sulla pena per chi rinuncia al dibattimento. Tuttavia, la prospettiva della possibilità di lucrare la prescrizione del reato ha per lunghi anni impedito a queste procedure speciali di decollare pienamente sul piano empirico: l’imputato può infatti trovarli poco allettanti se pensa di poter ottenere un proscioglimento per prescrizione grazie ai tempi lunghi del giudizio ordinario.
Nell’ultimo periodo, soprattutto grazie alla sospensione del procedimento con messa alla prova, lo scenario è parzialmente cambiato: questo rito ha infatti dato buona prova di sé, contribuendo a ridurre il numero complessivo dei processi ordinari. Negli anni, soprattutto negli ultimi dieci, svariate riforme hanno anche circoscritto la possibilità di proporre appello, quantomeno in relazione a sentenze concernenti i reati meno gravi. Queste riforme, come pure altri interventi, cominciano a mostrare i propri risultati, sia pure in modo non omogeneo sul territorio nazionale. Ad oggi, il giudizio di cassazione ha visto i propri tempi medi ridursi in modo significativo. L’arretrato delle corti d’appello rimane invece tuttora molto consistente».

I cittadini di Porto Corsini lanciano una raccolta firme per il rifacimento di via Baiona e via Canale Magni

Cittadini, lavoratori e turisti di Porto Corsini lanciano una raccolta firme per la sistemazione delle vie Baiona e Via Canale Magni, con moduli disponibili in negozi e bar della frazione e, prossimamente, l’idea è quella di estendere la distribuzione anche nelle attività lavorative lungo il canale Candiano.

Nel 2027 è già in programma il rifacimento del tratto camionabile della Baiona e a breve dovrebbero iniziare i lavori per il tratto di via Canale Magni che si congiunge con la Romea, ma il gruppo cittadino chiede un intervento completo, che interessi anche i segmenti di strada non previsti dal piano originale.

«Siamo consapevoli dei progetti in partenza – scrivono in una nota diffusa alla stampa -. ma siamo anche consapevoli del fatto che ogni giorno su queste vie transitano mille camion e che con l’avvio della stagione il traffico aumenterà esponenzialmente. Chiediamo quindi all’Amministrazione Comunale di Ravenna che la Baiona venga sistemata sia nel tratto camionabile e non camionabile e che il rifacimento di via Canale Magni interessi tutta la strada, comprese tutte le rotonde fra le vie. Inoltre, chiediamo di date certe di fine lavori nei tratti interessati dai sensi unici alternati e un controllo regolare e rigoroso sui mezzi pesanti che transitano sul tratto di strada a loro precluso».

Fratelli d’Italia promuove un incontro a Cervia per parlare di sicurezza e referendum

Fratelli d’Italia promuove un incontro a Cervia per parlare di sicurezza della città e referendum del prossimo 22 e 23 marzo. L’appuntamento è giovedì 12 marzo (ore 18) in piazza XXV aprile e l’invito è aperto a tutta la cittadinanza.

Nel corso della serata interverranno Alberto Ferrero (Consigliere regionale FdI), Annalisa Pittalis (Segretaria comunale FdI) mentre la discussione dei temi principali sarà affidata all’esperto di sicurezza urbana Eros Zalambani e all’avvocato Patrizia Zaffagnini con le “Pillole di referendum”.

Ruba un monopattino e cinque cellulari ma viene fermato dai carabinieri mentre tenta la fuga in treno

Arriva a Faenza in treno e commette una serie di furti in centro cercando di dileguarsi a fine serata, ma viene fermato dai carabinieri della Stazione di Borgo Urbecco ancora sui binari.

Nella serata di domenica 8, i militari hanno arrestato un giovane di origini straniere, già noto alle Forze dell’Ordine, con l’accusa di furto. Appena arrivato in città, il ragazzo avrebbe messo a punto il primo colpo appena fuori dalla stazione, rubando un monopattino elettrico a un passante. Nonostante il tentativo di inseguimento da parte della vittima, il malvivente è riuscito a dileguarsi a bordo del mezzo, raggiungendo un noto centro polisportivo della zona.

Una volta dentro la struttura, si è introdotto negli spogliatoi e approfittando dell’assenza degli atleti ha sottratto cinque cellulari dai borsoni. Terminato il colpo ha fatto ritorno in stazione, attendendo il primo treno utile per allontanarsi dalla città. La sua fuga è stata però interrotta dal tempestivo intervento dei carabinieri che, grazie al dispositivo di localizzazione installato sul monopattino, hanno potuto individuare con precisione la posizione del ladro proprio mentre si trovava ancora nei pressi dei binari.

L’intera refurtiva è stata interamente recuperata e restituita ai legittimi proprietari. L’arrestato, dopo aver trascorso la notte nelle camere di sicurezza, verrà giudicato con rito direttissimo dal Tribunale di Ravenna.

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