Enrico Gabrielli, dal liscio romagnolo al tour con  PJ Harvey: «E ora un romanzo…»

Il fondatore dei Calibro 35 atteso a Savignano. ««Da musicista italiano all’estero nessun problema: smettiamola con il disfattismo da manuale»

800px Enrico Gabrielli Der MaurerNome probabilmente sconosciuto al grande pubblico, il toscano Enrico Gabrielli, 42 anni in ottobre, è una delle figure più importanti della scena musicale italiana, rock o contemporanea che sia.

Polistrumentista (suona in particolare clarinetti, flauti, sassofoni, tastiere e percussioni) e compositore, dieci anni fa ha fondato i Calibro 35, tra i gruppi italiani più internazionali di sempre, e nel corso della sua carriera ha partecipato a svariati progetti e collaborazioni, anche con mostri sacri come Damo Suzuki dei Can, Mike Patton dei Faith No More o Steve Wynn dei Dream Syndicate, ha collaborato con Vinicio Capossela, ha suonato con i Gong, è stato uno degli Afterhours, ha fatto parte delle band di Daniel Johnston e, più recentemente, PJ Harvey ma anche tanto, davvero tanto altro. Per esempio, sarà in Romagna in veste di scrittore, ospite dell’ultimo appuntamento di “Lettori musicali”, il 5 aprile (dalle 21.30) alla Vecchia Pescheria di Savignano, rassegna di “musicisti che leggono ad alta voce”. Nel suo caso, leggerà (oltre a proiettare video che ha creato appositamente) il suo primo vero e proprio libro, Le piscine termali, una raccolta di diciassette racconti fantascientifici supportata dallo staff del magazine “Parallaxis” e pubblicato da EKT – Edikit, «tutte cose piccole ma fatte con anima, testa ed entusiasmo».
Come è nato il libro? Quali sono i tuoi riferimenti letterari e quanto ti ha influenzato il fatto di essere un musicista?
«Il lavoro a Le Piscine Terminali è stato lungo circa un anno e mezzo durante il quale ho collezionato una ventina di racconti di durata breve, in alcuni casi brevissima. Li ho chiamati con la qualifica di “fantascienza nera e dell’imprevisto” che assieme alla quarta di copertina di Valerio Evangelisti (che lo ha spronato a pubblicare, ndr) danno una chiara idea di cosa stiamo parlando. Scrivo da molto tempo, soprattutto per appuntare elementi narrativi durante i lunghi periodi di tour degli scorsi anni, e forse è proprio in questo che si vede il mio essere musicista. Scrivere per me non è un diletto, ma si pone al centro della mia vita privata, ovvero la fucina di tutte le mie intenzioni creative esterne. Attualmente sto lavorando a un primo romanzo e ad alcuni racconti lunghi. Ne ho già un bel po’. Le Piscine Terminali è nata dopo un periodo di ritorno alla mia forte passione per la narrativa paradossale, come quella di Dino Buzzati e di Roal Dahl».
Passando alla musica, l’ultimo album dei tuoi Calibro 35, Decade, uscito in febbraio a dieci anni dalla nascita, pare una sorta di manifesto del vostro lavoro. Nonostante la grande varietà, credi che la formula dei Calibro possa iniziare a farsi ripetitiva, come dice qualcuno? Credi ci saranno cambi di rotta dal punto di vista musicale in futuro?
«I Calibro 35 non sono band da fare manifesti e non sono un progetto che ha bisogno di cristallizzare qualcosa: sono una grande equipe di lavoro che fa al meglio quello che c’è da fare “ora”. Un approccio molto concreto, poco concettuale ed elucubrativo. Non ho idea del futuro. Soprattutto perchè il presente, essendo Decade uscito da pochissimo, è già abbastanza futuro».
I Calibro sono anche tra i gruppi sicuramente più esportabili (ed esportati) della scena italiana e tu stesso hai svariate collaborazioni in giro per il mondo. Come riesce a uscire dai confini, da musicista italiano?
«Provo grande imbarazzo in generale di fronte a una domanda su “come si fa a fare qualcosa”, piu che altro perchè se rispondessi con una certa sicumera potrebbe sembrare che esistano ricette o metodi. Purtroppo, per mia esperienza personale, non ce ne sono e tutto è un groviglio di casi, coincidenze, eventi fortuiti e anche (perchè no?) casi sfortunati. Come italiano non ho percepito nessun tipo di declassamento dovuto alla mia provenienza. Anzi credo sia un po’ una fissazione quella che siamo una nazione involuta, arretrata e fanalino di coda di chissà quale macrosistema: è il caso di smetterla con certo disfattismo da manuale e meglio sarebbe restare nel filo del realismo socioeconomico, ovvero che siamo una nazione europea, dunque più ricca del Laos, più integrata culturalmente dell’Austria, più vicina all’epicentro delle cose della Nuova Zelanda. In questo quadro noi potremmo scoprire di non essere così alieni, che l’Europa è il necessario continente da cui partire e che ormai l’inglese lo parlano tutti i bambini da Reggio Calabria a Bolzano. E quindi le differenze tra l’Italia e il resto del mondo sono troppo poche per essere sensibili. Tolto che la gente del cavolo è parte di una sola bandiera internazionale».
Come si riesce a mettere in piedi così tante collaborazioni e progetti diversi? Si rischia di perdere la propria strada? Cosa credi di portare di tuo nelle collaborazioni con altri musicisti?
«Rispondo in breve: è tutto semplice se si fanno le cose con l’unico interesse di farle. Qualsiasi impalcatura mentale, qualsiasi desiderio di perfezione o di mantenimento di un se stesso idealizzato è fonte di rallentamento. C’è a chi piace andare in discesa col freno e chi va in folle. Lascio ad altri la scelta; io personalmente vado e basta».
Tra le tante collaborazioni voglio chiederti di più sull’ultimo album e tour con Pj Harvey, secondo me uno dei progetti più emozionanti, ambiziosi e riusciti degli ultimi anni in ambito rock al mondo… Hai qualche aneddoto sulla nascita del disco e il successivo tour a cui hai preso parte?
«L’aneddoto degli aneddoti è che non ci sono aneddoti: e questo stupisce più di ogni altra cosa perchè so che una persona esterna potrebbe immaginarsi chissà quale delirio rock’n’roll nel dietro le quinte di un tour del genere. Polly è la persona più tranquilla, metodica e pacata del mondo e tutto il tour è stato un susseguirsi di giornate preorganizzate, viaggi lunghi ed estenuanti e tempistiche precise come un orologio svizzero. Anzi inglese».
Nella tua carriera con L’Orchestrina di Molto Agevole hai pure omaggiato il liscio romagnolo. È davvero il nostro jazz?
«Il liscio è la musica della “simpatia”, nel senso scientifico del termine ovvero nel mettere in vibrazione le cose. Non è un caso che il maestro dei maestri del liscio, Secondo Casadei, era un violinista, e il violino mette in simpatia le corde. Poi è diventato quasi un identità romagnola l’essere simpatici e mica è poco! L’Orchestrina di Molto Agevole è stata l’occasione di approfondimento di molto del repertorio tradizionale, che è quello più bello, niente a che vedere con la versione pecoreccia del post Raoul. Per me, il liscio, andrebbe insegnato nelle scuole come massimo esempio di musica popolare peninsulare».
Sei da poco stato ospite del programma di Manuel Agnelli sulla Rai, raro esempio di un servizio pubblico che si occupa davvero di musica. Ti è piaciuto “Ossigeno”? È vero che in passato ti è stato chiesto di partecipare nello staff di X Factor?
«Mi è piaciuto “Ossigeno”, sì. È anche vero che mi chiesero anni fa di fare il producer a quel talent. Ma non è proprio cosa per me. Potrei patire le pene dell’inferno».

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