Cosa rende classico un classico? La capacità di parlare a tante generazioni diverse. “Cime tempestose”, scritto nel 1847 da Emily Brontë è tornato nelle classifiche dei libri più letti dai giovani grazie al film, diretto da Emerald Fennell, nelle sale in queste settimane. Non mi dilungherò a parlare del film, ma di un libro che, a quasi cento anni dalla sua prima edizione, continua a parlare ai giovani di ogni epoca. E dire che nessuno gli avrebbe dato speranze di successo. Scritto da una ventottenne in un villaggio della contea inglese del West Yorkshire, insegnante licenziata perché “disordinata e distratta”, che scriveva romanzi in un’epoca in cui alle donne non era concesso pubblicare, tanto che adotterà lo pseudonimo maschile Ellis Bell.
Quando andavo al liceo “Cime tempestose” era il romanzo preferito di diverse mie compagne di classe, appassionate di lettura, ma al tempo stesso era stato il romanzo preferito anche di diverse insegnanti quando erano dietro quei banchi. Dentro infatti ci sono tutti gli elementi della giovinezza. C’è l’amore indomabile e passionale, c’è Heathcliff affascinante, ribelle e fuori dagli schemi (nel romanzo non è bello come Jacob Elordi, anzi è trasandato, sporco e mal visto dalla gente). E poi c’è l’inquietudine. L’incipit (tagliato nel film) è quasi da romanzo gotico. Un vecchio e burbero Heathcliff, in una casa infestata dallo spettro di un amore passato, e segnato dal dolore. Come è potuto quel giovane ricco di speranze e di sogni ridursi così? Si chiede il lettore. La colpa è dell’amore. Né lui né la protagonista, Catherine, hanno avuto il coraggio o la forza di seguire i propri sogni. E i sogni lasciati marcire nel petto diventano depressione, rabbia, e a volta follia. Cosa c’è di più universale? Non stupisce quindi se i giovani di oggi, come quelli di ieri continuano a ritrovare sé stessi in queste pagine, che hanno quasi cento anni ma rimangono le parole scritte e vissute da una ventenne di grande talento.
E forse il segreto sta proprio nella sua radicalità. “Cime tempestose” non consola, non offre modelli rassicuranti, non promette redenzioni facili. Racconta un amore che non salva ma divora, un sentimento che non eleva ma inchioda alla propria natura più oscura. Heathcliff e Catherine non sono eroi positivi: sono contraddittori, orgogliosi, incapaci di piegarsi. Eppure, proprio per questo, veri. In un tempo come il nostro, in cui tutto sembra dover essere spiegato, terapeutico, risolto, la forza del romanzo sta nella sua ambiguità. Non giudica, non assolve, non condanna: mostra. E lascia al lettore il compito di riconoscersi in quelle tempeste interiori. È questa onestà emotiva, ruvida e senza filtri, che continua a parlare ai ragazzi. I giovani lettori vi ritrovano la stessa tensione che attraversa l’adolescenza: il desiderio di fuggire e quello di appartenere, la voglia di amare senza misura e la paura di perdersi. Perché la giovinezza è anche eccesso, errore, desiderio assoluto. E Emily Brontë ha avuto il coraggio di scriverlo senza addomesticarlo.



