Cinque dischi per fare yoga – di Cristian Fanti

di Cristian Fanti *

Cristian Fanti

Da qualche anno mi sono avvicinato alla pratica dello Yoga, disciplina antica e complessa, nonché sacra e salutare. Anche Allen Ginsberg praticava Yoga. Devo ammettere che ultimamente le cose con il gruppo non vanno proprio a gonfie vele, per un motivo o per l’altro non riusciamo più a trovarci e suonare. Quindi, a fronte di cause interne che non ritengo d’interesse pubblico, sfociate poi in problemi che hanno portato al formale scioglimento della band, per non rischiare di commettere qualche stupido omicidio, ho deciso di intensificare la mia pratica yogica, forse alla ricerca di quell’equilibrio psicofisico che, probabilmente, mancava da tempo. Ad ogni modo non credo interessi al lettore medio approfondire tanto la questione, ma mi è stato chiesto di consigliare qualche disco e ho deciso di elencare alcuni dei titoli che ascolto più volentieri durante la mia pratica a casa, quando sono solo con me stesso. Mi presento: mi chiamo Cristian Fanti, ho 34 anni, dal 2004 il Collettivo Ginsberg è una mia creatura.
Ravi Shankar – “Chant of India” Prodotto da George Harrison, pubblicato nel 1997, basterebbe solo questo per descrivere il valore dell’opera in questione. Si tratta di una raccolta di antichi canti vedici e mantra della tradizione indiana (abbastanza vasta come tradizione, chiaramente, qui, ve ne è un assaggio) arrangiati, diciamo così, per “orchestra” nel senso che vi sono una moltitudine di strumenti presenti nel disco: oltre all’immancabile sitar di Shankar troviamo, ad esempio, tamboura, vichitra veena, il “flauto” shahnai, sarod, sarangi, santoor, e poi tabla, mridangam, pakhawaj eccetera, oltre a magnifici cori e voci soliste. Bellissimi gli arrangiamenti. Davvero consigliato come primissimo approccio alla musica indiana!
Nick Cave and The Bad Seeds – “Skeleton Tree” Magnetico. Pacifico. Intenso. È un cerchio, un mandala perfetto e immacolato. Il mantra della pietà e della compassione. La prima pratica con questo disco è stata davvero una bella esperienza.
Ali Farka Toure with Ry Cooder – “Talking Timbuktu” Africa. Mali. La pelle ha il colore dell’ebano. M’interessa molto la musica tradizionale, quella definibile world music tanto per intenderci. E in quest’ottica è interessante paragonare un Ravi Shankar a un Ali Farka Toure. Cambia tutto: gli strumenti, il clima, la geografia. Ma la musica è la stessa, il sentimento originale dietro e dentro essa è lo stesso. E allora ti accorgi che può essere un raga anche una musica del Mali e viceversa! E poi le voci, interagiscono sotto schemi standard a tutte le latitudini, e tanta altra roba, insomma è difficile da spiegare a parole non essendo un antropologo musicale, per cui suggerisco direttamente l’ascolto, “Talking Timbuctu” e “Chat Of India” possono già essere due buoni casi di studio.
Shye Ben Tzur, Jonny Greenwood and the Rajasthan Express – “Junun”
Beh, che dire, spacca! Mi mette una carica mondiale, altro che yoga, tra Junun e Julus (giusto per citare due brani) ci sarebbe da correre e scalare le montagne, non a caso quando li ho visti live al Club To Club a Torino nel 2016, mi sono cacciato una sbornia atomica e ho saltato come un grillo per tutto il concerto! Se si ascolta questo disco nella pratica, è consigliabile programmare una sequenza di asana agile e dinamica, ogni tentativo di relax e meditazione, per me, è sempre stato fallimentare.
Camille – “Le fil” Il Filo conduttore di tutto il disco è un coro di voci che forma un SI a 240hz. È la base su cui si poggia questo incredibile disco, ogni brano è in tonalità e sotto, in ogni traccia, vi è questo loop di voci. Geniale. Tante ambientazioni, quindici brani, alcuni dei siparietti di un minuto. Le voci la fanno da padrona, la sua voce è magnifica, poliedrica. Questo disco in realtà non è che lo ascolti davvero tanto durante la pratica, ma l’ho scelto appunto per questa caratteristica, il SI a 240hz: è come la voce di una ciotola tibetana che canta la sua preghiera, il suo OM, la vibrazione originale, da cui tutto è nato.

* Il cantante, polistrumentista e compositore Cristian Fanti, cesenate di 34 anni, ha fondato la band Collettivo Ginsberg nel 2004 insieme all’amico chitarrista Andrea Rocchi, passando dagli esordi in lingua inglese, all’ultimo periodo in italiano e dialetto romagnolo. L’ultimo loro album è dell’anno scorso, “Tropico”, recensito anche su queste pagine sul numero di novembre 2016.

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