Ci sono occasioni imperdibili per i cinefili. La prossima irripetibile esperienza sarà la settimana prossima, quando uscirà in alcune sale per pochi giorni la versione restaurata di una delle massime esperienze cinematografiche: la visione sul grande schermo di Mulholland Drive del compianto David Lynch, film del 2001, con protagonista Naomi Watts. Come in molti film di Lynch, la narrazione esiste ma non ha uno sviluppo logico e lineare, e si estende per simboli, allegorie, accadimenti nei quali diventa improbabile seguire la logica della causa e dell’effetto. Siamo a Los Angeles, la capitale mondiale del cinema. Una donna su una lussuosa limousine, di notte, proprio lungo la celebre Mulholland Drive, strada sopra le colline di Hollywood piena di lussuose ville nascoste tra crinali e boschi. L’autista si ferma e sta per ucciderla, ma un’auto li tampona violentemente. La donna è l’unica sopravvissuta all’incidente, ma non ricorda nulla di sé. Ha con sé un’enorme e ignota quantità di denaro, e una chiave blu ancora più oscura. Incontrerà un’aspirante attrice canadese; un regista costretto a far recitare quest’ultima; un sicario maldestro; e un misterioso uomo, il Cowboy, che sembra l’unico a comprendere quello che sta accadendo…
Mulholland Drive è un film hollywoodiano, ma nel senso che rappresenta la geografia di Hollywood come luogo fisico e mentale, come una mappa immateriale delle pulsioni inconsce che emergono da quel territorio, come quelle finte carte geografiche così bene immaginate da scrittori come Ballard. Un plot che inizia come un noir classico imbevuto di passione erotica, e devia da subito verso una allucinazione permanente di ogni fatto e di ogni elemento visivo e auditivo. L’enigma del genere noir diventa enigma assoluto su cosa sia un film, la sua storia e i suoi elementi costitutivi immagine e suono. Tutti amano Mulholland Drive, pur se nessuno l’ha mai capito; e nemmeno io sfuggo alla regola. Ecco perché rivederlo è una necessità non della ragione, ma dell’estetica. Film di assoluta fascinazione, di totale abbandono estatico a una catena di eventi, immagini e suoni sconnessi e antilineari, l’occasione per ritornare, anzi retrocedere nell’universo lynchiano e continuarne l’esperienza. E l’esperienza del cinema inizia dal buio di una sala e prosegue lontana; tanto che concludo con una storia personale. Quest’estate siamo stati in viaggio in California; e tra i tanti luoghi attraversati, annoveriamo anche un’escursione in auto, a Los Angeles, lungo la Mulholland Drive: eco di emozioni di questo film che avevo visto anni prima.



