Il nuovo equilibrio dei Comaneci

Volpe Intera 300dpi CMYKC’era attesa per questo nuovo disco dei Comaneci, piccolo progetto portato avanti da ormai 15 anni dalla cantante e cantautrice ravennate Francesca Amati che già dopo poco tempo era riuscito a ritagliarsi un discreto spazio nella scena cosiddetta alternativa italiana. Partito all’insegna di una sorta di “folk-pop da cameretta” caratterizzato da voce suadente e atmosfere malinconiche e confortanti, con il passare degli anni (e in particolare con la nuova dimensione in duo, completato a partire dal 2009 dal cesenaticense Glauco Salvo) il tutto si è fatto più cupo e meno lineare, alla ricerca di una formula molto personale di folk se non sperimentale – come l’hanno definito in molti – sicuramente meno rassicurante. Formula che raggiunge il suo massimo equilibrio con questo Rob a Bank, quarto album lungo uscito (a sei anni dal precedente) il 18 maggio per la veneta Tannen Records (con tanto di suggestivo artwork a cura di Mara Cerri, che va ad aggiungersi alla lista di illustratori con cui i Comaneci hanno collaborato in passato, tra cui anche Ericailcane).

La differenza la fa probabilmente la presenza in pianta stabile di un batterista/percussionista, l’imolese Simone Cavina (Junkfood, Ottone Pesante, Yuppie Flu…), che dà più compiutezza a quelli che in passato potevano anche sembrare a volte più che altro bozzetti, per quanto riusciti, di Amati e Salvo. Siamo sempre dalle parti di un blues-folk a tinte scure, venato da fremiti di elettronica “povera” che ne rappresentano spesso un valore aggiunto, con riferimenti l’America di Califone o Michael Gira (delizioso il banjo che fa capolino qua e là) ma anche suoni più contemporanei come quelli delle scene di Bristol o Berlino, nei momenti più astratti, senza disdegnarne altri più immediati e canzoni dal sapore perfino bucolico (la parte finale di “Plainsong”), fino ad arrivare a una sorta di violenza repressa in uno degli apici dell’album, “Cocoon”.

La voce probabilmente non è mai stata così centrata, a volte quasi difficile da riconoscere (in un pezzo etereo e sospeso come “The Lake”, per esempio), in quello che è in definitiva un ottimo punto di (ri)partenza verso obiettivi in futuro ancora più ambiziosi, considerando le potenzialità.

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