“Il senso della vita di Emma”. Luci ed ombre del romanzo teatrale di Fausto Paravidino

Emma ParavidinoPer dare un’idea della complessità di questo nuovo spettacolo di Fausto Paravidino, conviene al recensore tentare di riordinarne la trama.

La storia inizia in pieni anni ’60, in una città italiana del Nord, una realtà di provincia come tante. Una doppia coppia: Antonietta (Eva Cambiale), ragazza seria e studiosa, è affascinata da Giorgio (Jacopo Maria Bicocchi), impacciato studente di lettere fissato con Pratolini, ma si innamorerà di Carlo (Fausto Paravidino), ragazzo meno raffinato, pragmatico, comunista convinto, che troverà la sua strada diventando tassidermista. Giorgio finirà invece per unirsi a Clara (Marianna Folli), storica amica di Antonietta, che non lo amerà mai veramente e che trasferirà sull’unico figlio Leone (Giuliano Comin), impacciato quanto il padre, il suo bisogno d’affetto, in una spirale progressiva di gelosia e perdita di lucidità.
Anche Antonietta e Carlo, la coppia protagonista, avrà dei figli. C’è Marco (Gianluca Bazzoli), ragazzo modello, incerto sulla propria sessualità e scandalosamente legato alla parrocchia del paese per i gusti della sua famiglia progressista; Giulia (Angelica Leo), la stronza ribelle, “integrata” in perenne conflitto con la sua famiglia “apocalittica”; ed Emma (Iris Fusetti), bambina la cui problematicità è iscritta già nella sua venuta al mondo. La sua gestazione coincide infatti con la fuga della madre a casa di Giorgio e Clara, dovuta all’ormai insopportabile senso di soffocamento per la perdita di tempo per se stessa; la nascita avverrà significativamente il giorno del rapimento di Aldo Moro – evento con cui si chiede il primo atto di questo spettacolo.
Al mutismo infantile di Emma, ironico controcanto all’indefesso chiacchiericcio della sua famiglia, seguirà una fase di aperta ribellione, contrassegnata da una serie di fughe. La prima a Londra, a metà degli anni ’90, con un gruppo di contestatrici animaliste, esperienza che culminerà con un’intrusione in una galleria d’arte contemporanea e con la distruzione del capolavoro dell’artista Ingrid (Veronica Lochmann). Quindi il lavoro per una multinazionale di mangimi artificiali, quasi sconfessando il suo attivismo precedente. Poi la scomparsa in Kosovo, dove fugge dopo il fallimento del matrimonio con Nello (Giacomo Dossi), omosessuale represso, e dopo aver rovinato la vita di Leone, perdutamente innamorato di lei. Infine il ritorno, in un’altra galleria d’arte, per distruggere un suo ritratto, realizzato da Ingrid, arrivando cronologicamente all’altezza dei nostri giorni.

È notevole l’abilità drammaturgica di Paravidino nel tenere assieme tante storie, tante psicologie e tanti eventi, nel limitato spazio di tre ore (che sembrano un’enormità, ma non per una storia che copre 40 anni di vita di una famiglia che vuole essere lo specchio di una certa parte del paese), riuscendo allo stesso tempo quasi sempre facile, fresco e ironico. Stupisce la sua lingua, che suona vera sulla scena senza cadere nel naturalismo più prosaico.

Il primo parallelo letterario che viene in mente, anche per una certa somiglianza della trama con la sua opera maestra, è quello con Philip Roth. Anche in Paravidino c’è lo stesso gusto per l’ironia, la stessa messa in ridicolo di certi tic linguistici e mentali, la stessa felicità narrativa di riuscire profondo scrivendo semplicemente, la medesima capacità di empatizzare con i suoi personaggi, senza mai cadere nel patetismo. Così come in Pastorale americana, anche qui c’è il tentativo di intrecciare la storia di una famiglia con quella della nazione; c’è un rapporto conflittuale fra padri e figli – che troverà la sua esplicitazione nel lamento generazionale di Emma al suo ritorno ai genitori: «avete mangiato i vostri padri e adesso mangiate anche noi» – c’è la scomparsa di una figlia che non sopporta più il suo milieu di provenienza.

Il senso della vita di Emma diventa così una domanda lanciata al pubblico, un’interrogativo esistenziale fondato sullo scontro generazionale. Da una parte, la “generazione della contestazione”, che ha avuto e potuto quasi tutto, riuscendo comunque ad abbruttirsi, a irrancidire nell’utopia, a consumarsi in lavori reputati inutili per mancanza di estro o volontà, una generazione che si credeva libera ma non realizzava di essere prigioniera di una serie di tradizioni e ideologie dogmatiche; dall’altra la cosiddetta “generazione X”, che diventa adulta a festa finita, insicura, debole, intrappolata in una cronica (e forse auto-imposta) condizione di minorità, fra commiserazione di sé e auto-indulgenza.

Il lavoro è ambizioso e davvero la denominazione “romanzo teatrale” è azzeccata per il grande lavoro drammaturgico di Paravidino, regista e attore funzionale alla trama, come tutti gli altri interpreti sul palco. La recitazione è tenuta coscienziosamente naturale, tratto aiutato dal frequente utilizzo della confessione aperta al pubblico: i personaggi parlano spesso alla platea, alternando brevi monologhi narrativi ed esplicativi a dialoghi più serrati e comici.
Il ritmo dello spettacolo tiene molto bene fino a metà del secondo atto, tra cambi di regìa sorprendenti e frequenti giochi scenografici – ed è degno di nota il cambio di passo fra prima e seconda parte: l’una più tradizionale e dialogata, l’altra più complessa, composta di quadri narrativi più veloci, fatta di anticipazioni e di flashback.

Insomma, si marcia bene fino all’entrata a sorpresa di Emma, che compare sulla scena negli ultimi 20 minuti. Il gioco drammaturgico, che funzionava perfettamente ruotando attorno alla sua assenza, in un girotondo di aneddoti e supposizioni, ricostruzioni ed accuse, s’inceppa proprio quando il personaggio misterioso entra per sciogliere la storia, abbattendo i castelli di carte, rompendo i nodi, confessandosi apertamente.

Al solve non corrisponde il coagula: rompendo il mistero della sua esistenza, svelandoci il suo “senso”, il testo si disgrega in uno spiegone di 20 minuti che atterrisce la platea, che dopo 3 ore di spettacolo fatica a seguire i ragionamenti di Emma. Sembra quasi che Paravidino si sia fatto prendere la mano dalla sua bravura, che abbia fatto scorrere senza pensarci troppo la sua penna, senza rendersi conto di stare minando l’equilibrio della grande cattedrale appena costruita.

Un vero peccato, perché questo finale non rende merito a uno spettacolo ben scritto, ben allestito, ben recitato; capace di scene esilaranti (le riflessioni iniziali sull’arte; la “pecora espiatoria”; i racconti di Zia Berta; la magistrale presentazione del personaggio di Nello; la prima visita di Emma dalla logopedista) come di quadri profondi e riflessivi (la nascita di Emma; lo scontro fra Carlo e Giorgio sulla rabbia; la “notte della neve”).

 

Il senso della vita di Emma

di Fausto Paravidino
regia Fausto Paravidino
scene Laura Benzi
costumi Sandra Cardini
luci Lorenzo Carlucci
musiche Enrico Melozzi
maschere Stefano Ciammitti
con Fausto Paravidino, Iris Fusetti, Eva Cambiale, Jacopo Maria Bicocchi, Angelica Leo
e con (in ordine alfabetico) Gianluca Bazzoli, Giuliano Comin, Giacomo Dossi, Marianna Folli, Veronika Lochmann, Emilia Piz, Sara Rosa Losilla, Maria Giulia Scarcella

Teatro Stabile di Bolzano – CSC Centro Servizi Culturali
S. Chiara Trento – Coordinamento Teatrale Trentino

Visto al Bonci di Cesena il 2 febbraio 2018

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