I pregiudizi di Dio: il bisturi di Poldelmengo

PoldelmengoÈ questione di punti di vista e in realtà il bene e il male, in assoluto, non esistono. Luca Poldelmengo ha abituato i lettori a usare questa chiave di lettura della realtà. Non è una strada nuova, certo: basta pensare a Caino di José Saramago («La storia degli uomini – si legge all’inizio del romanzo – è la storia dei loro fraintendimenti con Dio, né lui capisce noi, né noi capiamo lui»), dove il colpevole diventa vittima di una maledizione che niente e nessuno può annullare. Lo scrittore e sceneggiatore romano, però, sa gestire questo assunto con misura e attenzione. Ecco quindi il nuovo romanzo, I pregiudizi di Dio, appunto (e/o, collezione Sabot/age) con al centro tre poliziotti, il commissario Andrea Valente; l’ispettore Marco Alfieri (già incontrato ne L’uomo nero del 2012); il commissario Francesca Ralli. Insieme devono scoprire l’assassino di una giovane donna, Margherita; prima di morire ha dovuto subire atroci violenze sessuali. L’indagine, in realtà, è iniziata dopo che il marito, Giulio Begucci, ne ha denunciato la scomparsa. Che poi lo stesso Begucci sia un erotomane che frequenta siti porno e ha amanti (virtuali e non) a pioggia, è un’altra, non piccola complicazione. A far cresce la tensione c’è la vicenda parallela di Alfieri, che deve completare la propria vendetta sull’assassinio della sorella. E ci sono i sospesi d’amore, mai risolti, fra Valente e Ralli. Per non dire degli attacchi improvvisi di epilessia di Valente, che hanno origine da una ferita subita in una sparatoria. Se poi si lascia “strisciare” nella storia l’immagine del serpente, così presente e importante nel romanzo precedente (Nel posto sbagliato, 2012), l’alchimia è completa. Poldelmengo porta il lettore nella periferia romana, fra polvere e squallore; racconto la stupidità aggressiva dei giornalisti televisivi; usa il bisturi per mettere a nudo, con precisione psicoanalitica, i sentimenti e le pulsioni dei personaggi. Con una scrittura che è cinematografica, e in modo esemplare nei dialoghi. E se riesce, ancora una volta, a riannodare tutti i fili, offrendo le soluzioni giuste (non scontate), si permette il lusso di inquietarli ancora e ancora. Con una pregio: non dà giudizi morali, ma dà ai lettori la possibilità di farlo. Fra i miasmi del male, brillano poi due piccole perle, i ragazzini legati ai due protagonisti maschili, il figlio del primo e il nipote del secondo, presentati con delicatezza e, si può dire, amore. Infine c’è l’omaggio alla letteratura di genere italiana e a suo prezioso autore, Giancarlo De Cataldo; il medico legale ha il cognome di uno fra i primi personaggi creati dal magistrato scrittore: l’avvocato Valentino Bruio, incontrato nel romanzo Nero come il cuore del 1989 (Interno Giallo); o che hanno visto nel film di Maurizio Ponzi, del 1993.

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