Come un giovane riminese riscopre Vucetich, Forrest Gump dell’Art Nouveau

Mario Mirko VucetichErano gli anni in cui i corrimani stavano già diventando steli e i lampadari corolle. La Secessione aveva portato una nuova sorgente sacra per dissetare l’Europa e il Titanic doveva ancora accadere: nella Belle Époque di fine Ottocento nasceva a Bologna da padre dalmata, e madre italiana Mario Mirko Vucetich.

In mostra fino al 15 luglio per due progetti “gemelli”, uno romagnolo e uno veneto (al Museo di Arte Povera di Sogliano e al Museo Vucetich al Castello di Marostica) “Il disegno di Mirko Vucetich. Quando la grafite traccia l’anima”, curato dall’ambizioso Andrea Speziali, Vucetich attraversa l’Italia e le discipline artistiche con un tempismo e un talento nel reinventare se stesso che ricorda le migliori sequenze del Forrest Gump di Zemeckis: nel 1919 è architetto a Gorizia e, nella prima fase del Secondo Futurismo (avviato ma non avviatissimo) ne firma il relativo Manifesto Giuliano. Passano dieci anni e, dopo una considerevole incetta di incarichi, premi e trasferimenti tra il Veneto, Bologna e Roma, con la grande crisi del ’29 mentre l’economia mondiale crollava, lo troviamo ancora in prima fila a sbocconcellare la Grande Mela occupato nella regia e nell’allestimento teatrale.
Tempo due anni torna in Italia e dopo aver assaggiato il grato sapore della scena, non lo vorrà più abbandonare fino alla morte, sperimentandosi ancora come drammaturgo, sceneggiatore, regista, attore, poeta e traduttore.

Eppure a lungo ce lo siamo dimenticato. Dimenticato! Non è bastato il Buddha lasciato a Brooklyn, non è bastato nemmeno il generoso corpus composto da disegni di città un po’ alla Sant’Elia, di forme uniche un po’ alla Boccioni, di manifesti, teste, e corpi, e Cristi, e film, e anche un cane seduto su una sedia di spalle. Non è servita nemmeno un’opera vistosetta come la grande Partita a Scacchi a personaggi viventi allestita a Marostica di cui è stato il deus ex machina fino alla morte, con bozzetti e studi preparatori che rappresentano una delle chicche del progetto espositivo, trattandosi di inediti.

Insomma, il nome che sta supplendo all’oblio è il giovane riminese Andrea Speziali, tra l’altro autore e promotore anche di diversi progetti – da mostre a siti web – che si prefiggono di mappare i luoghi e i protagonisti dell’Art Nouveau, con particolare riferimento all’Italia, folgorato sulla via di Damasco appena diciassettenne dalla dimora Antolini, un’opera architettonica realizzata dal Vucetich a Riccione, che in quell’incontro fatale concepì l’idea di indagare a fondo l’autore e il contesto storico a cui apparteneva riconoscendone le influenze e la portata di avanguardia, di «innovazione scanzonata che ha ridefinito lo stile stesso e anche in altri movimenti a distanza degli anni offrendo originali interpretazioni fuori dalla scolasticità» e che lo vedono presente a Biennali veneziane e Quadriennali romane, spaziando dal già citato Futurismo, fino a toccare il classicismo ricercato di Novecento, l’astrattismo e il razionalismo.

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