Vergini, latte e sangue: l’ancestrale ri-creativo di Silvia Bigi

Bigi Latte2017Un nudo esplicitamente erotico, un velo bianco in testa e la storia dell’ultima “vergine giurata” si uniscono nella via circolare che collega i Balcani delle sperdute montagne albanesi alla Romagna delle altrettanto sperdute campagne di terra e nebbia: la materia oscura di Silvia Bigi è in mostra alla forlivese Fondazione Dino Zoli fino al 14 aprile con L’albero del latte, e ci approda dopo indagini di anni su temi fortemente connessi alle radici culturali e al femminile, spaziando tra fotografia e video.

La ritroviamo ora in un bagno di “sudore, sangue e latte” dopo essersi imbattuta per caso nella foto di Stana Cerovic, scomparsa nel 2016, e ultima appartenente alla tradizione descritta nel Kanun (un antico codice che sancisce le usanze delle popolazioni rurali balcaniche) secondo cui una donna che non avesse fratelli maschi poteva sottrarsi a un matrimonio combinato ed essere considerata con lo stesso rilievo sociale riservato agli uomini, a patto di “trasformarsi” essa stessa in uomo e assumerne in toto i comportamenti e le sembianze. Rinunciando insomma, formalmente e intimamente, alla propria natura in una sorta di mutilazione identitaria. Bigi così si chiede, serrando il cerchio su un misterioso codice romagnolo riferito ai riti matrimoniali delle nostre zone, quale sia l’origine della disarmonia che costringe le donne a reclamare la stessa considerazione riservata agli uomini solo a patto di rinunciare a una fetta importante della propria femminilità. Perché questo accade anche nella nostra cultura, seppur in misura più mediata e meno patente rispetto all’usanza delle vergini promesse nei Balcani.

E l’Albero del latte che dà il titolo alla mostra altro non è che la definizione – sempre secondo il Kanun – della stirpe femminile ben contraddistinta da quella maschile, simboleggiata invece dall’Albero del sangue: così ne “Il sangue e il latte” i due “fluidi vitali” cercano una fusione di maschile e femminile dentro lo stesso bicchiere. Ne Il corredo della sposa si vede invece un evocativo baule (la dote è un’usanza incredibilmente ancora in auge in Italia fino al 1975, anno in cui venne abolita con la riforma del diritto di famiglia) contaminato da lucide anguille, animali simbolo della caparbietà riproduttiva in virtù dei loro viaggi di sola andata da e per la “nursery” del Mar dei Sargassi, dove arrivano per deporre e poi morire i genitori, e da cui ripartono i soli figli adagiandosi sulle correnti e sfidando l’aria e la terra che separano le acque da percorrere.

Un lavoro serissimo, che tocca temi capitali del nostro spaccato di storia, quello in mostra alla Fondazione Zoli, e che vede la ri-creazione del rito intesa anche come momento parodistico in Esercizi di preparazione ai doveri della prima notte contraddistinto (e qui torniamo a bomba) da una messinscena esplicita dell’immaginario pornografico maschile: citando la curatrice Francesca Lazzarini, secondo un «principio di sovraidentificazione spinto fino all’ironia».
Insomma, uomini e sostenitori più o meno consapevoli del patriarcato, avete un’altra occasione per riflettere.

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