Ipnotico Giampaolo Simi con il ritorno di Corbo (ma non è un sequel)

ComeunafamigliaIpnotico. L’ultimo romanzo di Giampaolo Simi, Come una famiglia, ancora una volta per la sempre ottima Sellerio, ha un procedere che cattura il lettore senza quasi che questi se ne renda conto e lo porta con sé in un viaggio che si fa sempre più profondo, cupo e spaventoso ma da cui, da soli, diventa impossibile uscire prima di aver chiuso l’ultima pagina.

Quell’inizio divertente, a tratti esilarante, di sicuro rassicurante, da commedia di grana fina, tutto sommato innocua, è a dir poco ingannevole. Ritroviamo Dario Corbo alle prese con l’ex moglie, il figlio diciottenne promessa del calcio, la magnifica Versilia, il suo nuovo lavoro. Già, perché l’ex nerista d’assalto è ora diventato capo ufficio stampa della fondazione Thomas Beckfort e lavora per Nora, ossia la protagonista del precedente (magnifico) romanzo di Simi che però non è necessario aver letto per apprezzare appieno questo (ma certo, una volta letto questo sarà forse più difficile apprezzare appieno il precedente). In effetti non è un semplice sequel o almeno non così come siamo abituati a pensare la serialità nei gialli.

Certo, siamo di nuovo dentro la testa di Dario Corbo e lo seguiamo in quello che è di fatto un lavoro d’indagine, ma quasi senza accorgercene. Narratore onniscente, Corbo ci strega con quel “tu” che rivolge fin dal primo rigo al figlio Luca per raccontargli a posteriori una vicenda conclusa, in più di un passaggio si ferma a farci (o meglio fargli) notare il bivio, il punto di svolta, il granello nell’ingranaggio di cui lui solo però conosce l’esito. In breve tempo, il lettore si trova dentro un gorgo che diventa un’ossessione. E si trova a mettere insieme i pezzi di una terribile verità da ricostruire in una situazione di emergenza, spaventosa ma non così lontana dal possibile, dove, e qui sta l’altra grandezza di Simi, per tutto il tempo ci muoviamo attorno alla linea che separa il giusto dallo sbagliato, ciò che si deve da ciò che si può fare, l’idea di limite, insomma.

Come un Jo Nesbo più asciutto, elegante e credibile, misurato e quindi convincente, ci troviamo più volte a dover ridisegnare il finale, ricostruire lo scenario, aggiustare il tiro e rivedere situazioni, trama, personaggi. E ci troviamo, noi con Dario Corbo, non immuni da colpe e responsabilità. Qui non ci sono temibili per quanto improbabili serial killer maniacali affetti da qualche strano morbo, ma c’è l’opportunismo, la meschinità, la violenza quotidiana che si annida in tanti ambienti, compreso quello del calcio. C’è un pezzo dell’Italia, e non solo dell’Italia, profondamente maschilista e violenta. Ci sono anche corruzione, fragilità giovanili, vite interrotte, ambizioni, razzismo. A dare un po’ di speranza soprattutto due personaggi che ritroviamo come li avevamo lasciati, due donne forti e volitive, che fuori dalle righe dell’ipocrisia e dell’apparenza lasciano intravedere spiragli di autentica umanità.

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