Perché una città come Ravenna non investe in un vero auditorium?

Navetta Pala Evidenza

Il Pala De André durante un concerto del Ravenna Festival

Il Ravenna Festival 2018 è giunto a conclusione. Come da ventinove anni a questa parte, ha portato alla ribalta nazionale e internazionale la vita musicale della città di Sant’Apollinare. L’importanza di questo festival è palesata non tanto (o non solo) dagli ospiti che tutti gli anni si esibiscono sui palchi della città, ma proprio dalla continuità che in questi anni ha permesso di creare un contesto nel quale la cultura musicale non è più sentita come un belletto superfluo, ma come un’esigenza intima imprescindibile, soprattutto se praticata lontano dai dischi e vissuta respirando le originali vibrazioni degli spettacoli dal vivo.

Al fine di godere appieno di questa emozione irripetibile che è l’esibizione pubblica, manca ancora un piccolo ma significante tassello nel panorama ravennate: una sede adeguata. Roma, Milano, Torino, Bologna, solo per citarne alcune, sono città che fanno della cultura musicale una bandiera proprio come Ravenna, e che dispongono di un auditorium con più di mille posti. Il motivo per cui anche la città romagnola dovrebbe valutare di avere una sede particolarmente adeguata per l’ascolto della musica è presto detto.

In questi anni è stato utilizzato il Pala de André, bellissima struttura pensata però più per lo sport che per la musica: purtroppo questo limite è davvero castrante per godere appieno degli interessanti spettacoli che sono sempre di scena al suo interno. Si ricorre sempre ad amplificazioni che mistificano il suono ora regalando forti inimmaginabili, ora azzerando completamente il volume. La contraffazione della sonorità originaria poi rende le sonorità simili a quelle che si trovano nelle registrazioni discografiche, quindi si perde molta parte della magia dell’esecuzione dal vivo. Va detto, infine, la delocalizzazione della percezione sonora è adatta a una sala cinematografica, non certo a un concerto di musica classica.
Vero è che il costo di queste opere architettoniche non è tra i più economici, ma, riprendendo il concetto espresso dal Maestro Riccardo Muti durante la celebrazione del 50° dal suo debutto alla guida del Maggio Musicale Fiorentino, l’Italia «ha bisogno di più orchestre, di aprire altri teatri».

Sarebbe bello se la città che ha accolto il Maestro (fresco vincitore del prestigiosissimo Praemium Imperiale), raccogliesse quindi il suo appello e si prodigasse al fine di dare una cornice adeguata alla musica classica, magari investendo di più in cultura e creando, perché no, anche un’orchestra stabile che possa riempire con sempre maggior frequenza questa nuova casa, non dimenticando, però, il tempio già esistente, lo storico (e acusticamente adeguato) Teatro Alighieri.

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