La notizia della settimana è stata l’occasione nella quale il Teatro Rossini di Lugo è stato brevemente riaperto a un manipolo di curiosi e autorità per far circolare quel profumo di speranza della riapertura. A quanto pare, vista la fausta circostanza, il ritorno in funzione del tempio lughese appare davvero prossimo, c’è chi si augura già in questo autunno. Che sia una buona notizia per la città è evidente (e chi dice il contrario è almeno miope). Che sia una buona notizia per il Paese è rincuorante. In effetti, ad oggi la cultura (restringiamo il campo a quella musicale solo perché da queste colonne di ciò si parla) è assai febbricitante in Italia.
Lasciamo perdere le polemiche del caso Venezi (le cui ultime uscite, da novella Maria Antonietta, risultano inquietanti) che, ormai, si ripropongono sulle pagine dei quotidiani peggio di un reflusso gastroesofageo, il punto è tutto il resto. Si può dire che abbiamo le orchestre regionali, gli enti lirico-sinfonici, e poi? Abbiamo alienato in poco più di un secolo orchestre, bande, tradizioni radicate nel tessuto sociale e tutto ciò è accaduto per un motivo in particolare. No, non è il solito o tempora, o mores, non imputiamo al cambio di gusti e fruizione della musica la colpa (perché di colpa si tratta) di questo annichilimento musicale. Tutto ciò che fa, o non fa, girare la musica è il denaro: chiudere tre orchestre RAI su quattro non era per migliorarne la qualità, ma per risparmiare.
L’unico motivo per il quale la cultura non viene incentivata è che non produce ed è vero! Non direttamente, i frutti della cultura hanno la coda lunga, non si possono quantificare tirando righe e facendo somme. La cultura permette a chi ne fruisce di sviluppare più connessioni, se non neurali, almeno argomentative; aumenta la capacità di pensare e di pensare bene, rendendo l’acculturazione un fattore determinante della performance lavorativa.
Ma la direzione è opposta fin dalla scuola, con l’idea di indirizzare gli studenti verso scuole professionali o tecniche, obbligare a periodi di alternanza scuola-lavoro dicendo che la scuola deve formare per il lavoro. Questa è la menzogna più potente del nostro tempo. In ogni lavoro si impara sul campo, con periodi più o meno lunghi di apprendistato. La scuola serve per trasmettere il sapere ai discenti, a donar loro i mezzi per aumentare la capacità di pensiero. Ecco perché la riapertura di un teatro è fondamentale, perché è il segnale che non tutto è perduto e che c’è ancora qualcuno che mette al centro l’essere umano invece che il profitto.



