Planet Funk – Blooom (2026 Wisemama)
Ian Svenonius ha scritto che tra le varie forme di espressione artistica, la rock band è quella il per cui valore complessivo (culturale e monetario) del progetto d’insieme è meno dipendente dal valore degli artefatti che produce; in sostanza, si può essere fan di una certa band senza amare davvero i suoi dischi. E direi che questo vale più di tutto per il pop vero e proprio, quello che viene consumato da tante persone, e in un modo un po’ casuale e per questa ragione finisce in contesti strani, che a volte gli permettono di entrare nel lessico di una generazione. E quindi magari io non sono un fan di Madonna, ma ho avuto diversi momenti della vita in cui ero felice e spensierato e magari Material Girl suonava in sottofondo, e di questo devo tener conto. Ma se Material Girl sia una canzone bella o brutta non ve lo può dire nessuno con certezza, perché per giudicare una canzone pop si usano criteri che variano da caso a caso (l’ultimo disco di Rosalia, ad esempio, è amato da alcuni e odiato da altri per la sua complessità).
Poi sono i corsi e i ricorsi della storia, che rendono tutto più complicato e affascinante: nei primi anni ’90 odiai i dischi degli 883, perché erano facili e synthpop e sfigati, e poi ho scoperto che i loro pezzi valevano molto di più di quelli di altri artisti uguali a loro, e trent’anni dopo penso che Max Pezzali sia uno dei più illuminati autori di musica della nostra storia. La storia del pop funziona anche così, per meccanismi di sottovalutazione e sopravvalutazione e soprattutto esagerazione, che si inseguono ciclicamente alla ricerca di un bilanciamento impossibile. I Planet Funk sono un onesto gruppo dance, made in Napoli, relegato da sempre alla Festivalbar culture dei primissimi anni duemila, il cui primo disco mostrava scrittura pretese e guest starring più nobili di quelli dei loro colleghi di scena. E quindi hanno sempre contato su uno zoccolo duro di appassionati snob, che li seguono dall’inizio e continuano a farlo nel 2026, anno di uscita di Blooom, il primo album di inediti da 15 anni a questa parte. Un album un po’ fiacco, se chiedete a me, se non nel suo celebrare un certo anacronismo musicale indie-electro anni duemila che lo rende in qualche modo epico e orgoglioso. Ma nei corsi e ricorsi della storia del pop non è detto che non siano destinati ad aumentare il loro culto. E quindi, come dire, orecchie aperte.



