Largo al non-finito del pop

Salmo – FLOP (Machete Empire, Columbia, 2021)

Salmo FlopC’è tutta una storia parallela della musica legata ai bootleg, ai dischi fantasma, alle opere non-proprio-ufficiali ma che tutti conoscono e magari apprezzano, che stanno da un lato del mercato discografico e magari non hanno fatto guadagnare soldi a nessuno – Smile, il capolavoro non pubblicato dai Beach Boys, ad esempio. Dischi rimasti inediti tra un contratto discografico e l’altro, dischi registrati per metà prima che l’artista morisse, dischi-pastrocchio raffazzonati e pubblicati per tirar su due dollari per le droghe. Non se ne parla mai troppo perché è roba che è stata tolta dal catalogo o su cui l’idea classica di musica non s’accorda – se Jeff Buckley avesse finito quel disco, sarebbe stato uguale o diverso? E chi lo sa.
È parte del fascino.

Questa idea laterale di musica, in ogni caso, da qualche anno s’è presa il pop. I migliori dischi pop che escono, i più discussi e intensi, hanno sempre a che fare con questa idea tardo michelangiolesca di non-finito. Kanye West, ad esempio, che proprio quest’anno ha pubblicato un’opera poderosa (Donda, un disco che ha diviso tantissimi, lunghissimo, spesso pretestuoso, persino raffazzonato). Sono i dischi che preferisco: girano su un’idea difficile da ricostruire ma vagamente intuibile sullo sfondo della musica.

Delle popstar che abbiamo in Italia, il personaggio più vicino a questa idea di musica è Salmo. Da Hellvisback in avanti i suoi dischi sono tentativi falliti di scolpire un personaggio verosimile-ma-sfuggente che si rifletta nella sua esistenza e lo assolva dai peccati che un immaginario Omero del rap italiano lo costringe a continuare a commettere. A questo fallimento di ricostruzione del sé ha dedicato un intero disco, intitolato Flop e promosso come il peggior disco di Salmo.

Probabilmente lo è, e del resto Winston Churchill diceva che la democrazia era il peggior regime di governo ad eccezione di tutti gli altri.

Dentro a Flop c’è Salmo: un personaggio esagerato, complesso, autoassolutorio, sgradevole come un fratello minore, contraddittorio, onirico, studente fuoricorso di una old school che in certi momenti sembra in grado di mangiarsi a colazione e su cui in altri momenti si scaglia con in mano una latta di vernice; ultra tecnico un minuto prima, pedestre in maniera quasi offensiva un minuto dopo. Perfetto resoconto dell’artista umorale discusso e divisivo che l’ha fatto uscire.

Forse fa schifo, non so – ascoltandolo non viene esattamente voglia di uscire a bere birra con Salmo. Ma santiddio, non riesci a toglierlo dallo stereo.

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