Bill Callahan – My Days of 58 (2026, Drag City)
My Days of 58 è uscito venerdì scorso. Era una settimana molto ricca dal punto di vista discografico; lasciando anche stare Sanremo, sono usciti nuovi dischi di gente tipo Gorillaz (non bello per me, ma in molti lo amano) e Deathcrash (un gruppo emo-slowcore britannico che sta tentando di fare il grande salto, disco carino ma non incredibile). Ma sapevo già che My Days Of 58 si sarebbe preso tutto il tempo a mia disposizione.
Nominalmente si tratta dell’ottavo disco di studio uscito a nome di Bill Callahan. Il quale è un cantautore originario del Maryland, sta per compiere 60 anni ed è attivo dai primi anni novanta. Si è fatto notare quasi subito sotto lo pseudonimo di Smog, che ha usato fino al 2007 pubblicando una dozzina di dischi, per poi passare al suo nome di battesimo. Dopo una fase interlocutoria, durata quattro o cinque dischi di Smog, è sempre stato una colonna portante della folk music all’interno del sistema indierock. Per capirci: suona la chitarra acustica e non alza mai la voce, ma è ascoltato anche e soprattutto da punkabbestia o ex-punkabbestia. Oggi lo si chiama indie-folk, ma quando Smog iniziò a suonare il concetto di indie-folk era ancora in via di definizione e se non ci fosse stato lui avrebbe suonato in maniera radicalmente diversa.
Dopo una prima fase di carriera in cui stava prendendo le misure alla sua musica, ogni disco a nome Smog o Bill Callahan (dal 2007) è valutabile come bellissimo o indimenticabile. Nient’altro che queste due cose, e con una regolarità che a volte ti fa sentire il bisogno di pensare che i dischi bellissimi (tipo Reality, l’ultimo disco di studio) siano un po’ una delusione. Ma di questo si sapeva che sarebbe stato un disco grosso fin dalle premesse: è descritto come l’album più autobiografico di Bill Callahan, riflette fin dal titolo sul suo presente, e quindi su questioni legate a lui, alla sua famiglia, al suo fare musica, al suo modo di stare al mondo. Ovviamente nel mio caso parliamo di un disco che è a tutti gli effetti un’occupazione militare: se ne sta appollaiato nel mio lettore in continuo repeat, ad ogni nuovo ascolto il cuore si spezza ad una traccia diversa, canticchio le canzoni depresse di Bill invece che i pezzi di Sanremo. È giusto così. Come diceva un amico che non c’è più, “un mondo senza Bill Callahan non andrebbe nemmeno immaginato.”
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