Young Signorino, perché le iene adesso sono dappertutto

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Young Signorino, dal vivo il 2 giugno a Villa Villacolle, sulle colline cesenati

Poi qualcuno ha guardato una protesta di piazza e ha detto “cazzo, guarda in quanti sono, chissà quanta sete hanno, porta giù una lattina di Sprite a testa”. L’idea di repressione implementata negli anni ottanta aveva pagato bene: la gente comprava la lacca e faceva a gara con gli amici a chi aveva l’orologio più figo, ma a un certo punto era diventato abbastanza chiaro che qualcuno non la beveva più. E lì, più o meno è iniziata. L’idea era geniale: allestiamo un palcoscenico per le forze antisistema all’interno del sistema, alla peggio tiriamo su due soldi con lo stand gastronomico. È stato un processo lungo e graduale, ci ha messo un po’ a partire, ma adesso funziona a meraviglia. Nel 2018, per dire, puoi mettere in evidenza su Facebook un post di condanna a Facebook. Anzi: se vuoi che qualcuno ti legga, devi farlo. È un meccanismo delicato, ha a che fare con certe scale di valori, non si può passare alla cassa immediatamente, bisogna oliare tutto l’ingranaggio. Esempio: quasi nessuno ama essere censurato, ma quasi tutti amano auto-censurarsi. Oggi l’adulto occidentale medio non mette mai in discussione i capisaldi del sistema, un po’ per scarsa lungimiranza ma più che altro per disinteresse. Alcuni sono straconvinti di essere al di sopra del sistema, di essere riusciti a piegarlo ai propri scopi, ma di solito imbrogliano se stessi o lo fanno per la figa. Ma del resto come si fa a non vivere dentro il sistema? Uno può anche comprare una fattoria a Culonia (BZ), allevare le caprette, bere il latte appena munto e se butta male tosarle e cuocerle (nella prima stesura c’era un riferimento zoofilo ma poi ha prevalso l’autocensura). Voglio dire, non è forse anche questa una resa al sistema? Molto più sensata l’alternativa più frequentata: uscire di melone. Prendete ad esempio Christopher Wylie, il tizio che ha progettato Cambridge Analytica: ha passato un’infanzia e un’adolescenza come minimo complicate. Bullismo subìto, dislessia, DDA, roba simile. A sedici anni era stato buttato fuori da scuola, a diciassette lavorava per un ministro canadese. C’è questa specie di legame a doppio filo tra disagio psichico e capacità di operare all’esterno dei flussi del reale, credo sia una cosa che viene da certi brutti film di fantascienza e che a un certo punto ha travallato nel mondo vero. Da qualche anno a questa parte mi trovo spesso a pensare che l’unica musica ancora interessante sia realizzata da gente matta, ritardati e generici drop-out. Se non sei in grado di vivere nel mondo che hai attorno, magari è perché vedi il codice sorgente.

Qualche settimana fa ho visto per la prima volta Numero Zero, il documentario sul rap italiano negli anni novanta. Non mi è piaciuto. O meglio, è carino e tutto, ma all’atto pratico si risolve in un elenco di dischi che già conoscevo e nel racconto romanzato di una storia che sembra ricicciata dagli articoli di un redattore mediobasso di Aelle. Certo, ci sono due accenni alle posse e a certi CSA mitici dei primi ‘90, ma il mondo in cui quelle realtà nascevano resta molto sullo sfondo. Così tocca dare certe cose un po’ per scontate e prendere per buono il racconto di base: i pionieri della scena erano quasi tutti dei transfughi del punk delusi dalla routine e in cerca di un nuovo livello di scontro, contro cosa non è ben dato saperlo. I miei primi contatti col rap, nella Cesena dell’epoca, non s’avvicinano a questo racconto manco per il cazzo. Dalle mie parti s’era iniziato a parlare di rap in relazione a qualcos’altro: Jovanotti, Willy il principe di Bel Air, “Tocca Qui” degli Articolo 31, Dj Flash e simili corbellerie. Magari in mezzo c’erano anche le varie “Stop al panico”, ma era poco più che un caso. Compravi vestiti al negozio per rapper (la parola streetwear arrivò anni dopo) e uscivi conciato come Vanilla Ice. L’hardcore, la consapevolezza, l’impegno politico, lo skill e tutta quella roba sono arrivati dopo, ad uso e consumo di una nicchia di illuminati, quando di essere rapper all’adolescente cesenate medio non fregava più nulla. Oltre a questo, la Cesena degli anni ’90 non ha mai prodotto espressioni di disagio e degrado suburbano degni di questo nome – non sono mai entrato in una crackhouse in provincia di Forlì, insomma. E così nella mia testa il lato pagliaccesco del rap si è mangiato le implicazioni sociali. Del resto l’assioma hip hop is something you live ha implicazioni piuttosto pesanti una volta che lo si carica di connotazioni religiose, e magari lo si mette in mano a persone meno equilibrate della media. Un po’ come il metal, del resto, il che ci porta ai matti del paese vestiti oversize.

Se mettete tutto insieme ottenete il cosiddetto LOLrap. È un fenomeno che in Italia parte più o meno dal successo della seconda ondata hip hop, dal botto di Fibra in poi; l’estetica del successo ostentato esibita dalla nuova scuola, unita a una musica non più così fissata con la competenza formale del dj/produttore, ha colmato il gap tra DIY e star system, perlopiù riempiendolo di scappati di casa più o meno attendibili. Da Spitty Cash si è passati a Trucebaldazzi, e poi ai vari LilAngel$/BelloFigoGU fino a quella specie di gangsta-boyband che è la Dark Polo Gang. Da qualche parte nel processo hanno iniziato a fioccare i soldi.
Young Signorino arriva a questo punto. Di lui non si sa praticamente nulla fino all’inizio del 2018: i video prima di allora sono carne da cannone per gli ultrafanatici di tutta la roba che sfonda il confine tra trash e disagio mentale – beat pedestri da giovane produttore trap mischiati a filastrocche rap senza alcun senso compiuto. Poi esce un video intitolato “Mmh Ha Ha Ha”, e due giorni dopo è nato un caso.

Qualche critico DOC lo condivide come a dire “qui dentro c’è più cognizione di causa di quanto sembri”: il testo ha qualcosa di certi esperimenti con la voce tardi anni settanta, la musica sembra puntare a certi pezzi interlocutori del Richard D. James Album. Su Soundwall, un posto che ama molto le mezze misure, esce un articolo intitolato “l’Aphex Twin della trap italiana”, (ovviamente) un bait a cui (ovviamente) abbocchiamo tutti (Soundwall è la gioconda coi baffi dello scrivere di musica su internet in Italia nel 2018). Da qui in poi Young Signorino diventa materia accademica, il suo video sfonda abbondantemente i dieci milioni di hit e s’inizia a parlarne in contesti di alta barberia. Il profilo artistico di YS non è molto diverso da quello di tanti rapper di nuova generazione ossessionati da benzodiazepine e narcolessia, roba che oggi va piuttosto forte (cose come Lil Xan o il defunto Lil Peep, per dire). Il suo profilo commerciale sembra essere legato a qualcuno che lo manovra e a un certo punto ci concederà di fare capolino dall’ombra. Al momento ci sono molti indizi che sembrano indicare un caso di circonvenzione d’incapace, e quindi Young Signorino è stato intervistato da Chiambretti a Matrix (un video in cui fa la figura di un Demone Scimmia coi tatuaggi sul viso). Che il giro sia grosso è evidente dal fatto che il suo ultimo video è prodotto musicalmente da Fish.

La particolarità di YS è che è rivolto ad un pubblico adulto, costruito ad arte per scatenare una reazione (positiva, negativa, raramente neutra) in persone con un bagaglio musicale piuttosto ampio. Non ho idea se le cose che sappiamo di Young Signorino siano vere o no: per la maggior parte si tratta di roba dichiarata da lui, e lui non è affidabile. È stato, o non è stato, rinchiuso in un istituto psichiatrico per un certo periodo di tempo; è andato, o non andato, in coma per overdose di psicofarmaci; è, o non è, figlio biologico di Satana. Altre cose carpite qui e là: si chiama Paolo Caputo, viene dal cesenate e probabilmente dal canto suo non sta facendo finta. Poco importa, in fondo. Il meccanismo alla base è minato comunque: c’è un’ostentazione di disagio a cui la musica è funzionale, c’è la volontà esplicita di fare una cosa talmente brutta da fare il giro, l’idea che si possa fare un sacco di soldi mettendo in cassaforte le monetine che ti tirano durante i live (e Young Signorino per le sue puntate dal vivo sembra preferire contesti snob, come il purtroppo defunto Radar Festival o la serata con Bugo al Monk a cui non s’è presentato last minute). Ha qualcosa di intimamente cesenate, almeno per quel che riguarda la visione hip hop e il mio modo di reagire ad essa: si mischia con l’unto, prospera in una dimensione di ridicolo, non ha nessuna intenzione di pagare il biglietto d’ingresso e cerca di farla franca abbassando il livello. Posso anche rispettarlo, ma voglio prima essere sicuro che non ci vada di mezzo un ragazzino.

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