L’hype dei Coma_Cose, oltre i giochi di parole

Coma Cose Hype AuraFenomeno nato dal basso, con il web e il passaparola che lo hanno gonfiato a dismisura solo dopo una manciata di singoli, e grazie probabilmente a un’immagine molto forte (le foto di lei con i capelli rasati e di lui con berretto-cappellino-cappuccio sono quasi da spot pubblicitario), i Coma_Cose hanno pubblicato il 15 marzo il loro album di debutto già come piccole star del panorama musicale italiano, anche se non è ben chiaro quale sia il panorama di riferimento.

E questo è il loro primo merito, quello di aumentare lo sfasamento di una scena già piuttosto liquida e con sempre meno steccati rimasti in piedi. Basta guardare (oltre alla copertina di un magazine per molti ancora “rock” come “Rumore”) le date del loro tour o i sold-out per esempio – tanto per restare in zona – in storici rock club come il Covo di Bologna o il Vox di Nonantola.

Ma chi sono e cosa fanno invece i Coma_Cose? La definizione più utilizzata è quella di duo “alt-rap” e sicuramente il mondo hip hop è la base di partenza per inquadrare la musica di Fausto Lama e Francesca Mesiano (in arte California), che però, per esempio, ha ritornelli cantati che sembra di essere o Sanremo, o dalle parti dell’itpop di Calcutta e compagnia. E poi ci sono le ormai inevitabili influenze trap.

Per un risultato finale che è decisamente pop, come al momento probabilmente non lo fa davvero nessuno in Italia. Non che questo significhi che sia il modo migliore. Però di certo va dato loro atto di avere il coraggio di osare divertendosi (le trovate onomatopeiche, i rumori che accompagnano la canzoni, come il gracchiare delle casse di uno stereo in sottofondo mentre California canta “e neanche ci eravamo accorti delle casse rotte che gracchiavano”, o le campane che suonano mentre Fausto rappa “Ma per fortuna io ho incontrato te/Che mi ricordi casa come le campane”, eccetera) senza paura di cadere nel ridicolo con quello che è diventato il loro marchio di fabbrica, i giochi di parole (a partire dal titolo del disco, Hype Aura, da leggere “hai paura?”). Qualche esempio: “Alice guarda i gatti perché i Kanye West” (leggi “cani” West), “Andare ai concetti/Capire i concerti”, “O dammi una lametta che mi taglio le vene-rdì”, “E ricomporre le tessere del puzzle-ini” (leggi Pasolini); “Ammazzo i vampiri come Dylan Dog/Ma con la penna sono Dylan Bob”, “E non mi fare la morale che alla quarta pinta/Faccio Bukowski-fo se bevo la quinta”.

Ok, capisco quello che state pensando. Aggiungeteci pure allora intanto che ci siete la cadenza trap di Fausto che accompagna il ritmo con un “eh”, oppure uno “ya”, oppure uno “yee” e avrete il quadro completo. La cosa incredibile è che alla fine il tutto funziona, grazie anche a testi molto più interessanti di quello che potrebbe sembrare dagli esempi qui sopra, a suoni e arrangiamenti contemporanei (ma anche omaggi all’hip hop anni novanta) e curatissimi e anche al formato album – evidentemente non ancora così fuori moda – con una scaletta che mette davanti i pezzi più diretti e poi prende pian piano una piega se non sperimentale, comunque, più articolata, fino al finale quasi psichedelico di “Squali” e “Intro”.

Insomma, se questa doveva essere roba per ragazzini, ecco, ce ne fosse. Se invece l’obiettivo era più “alto”, il risultato è comunque più che promettente.

 

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