Da Punck a Zanni, bentornato

Forse non tutti sanno che l’Adriano Zanni che pubblica su uno dei blog di questo sito le sue foto post-tutto in bianco e nero è anche uno dei più ricercati e interessanti compositori di musica elettronica italiani, anche se sarebbe meglio dire field recordist o ancora meglio sound artist (nel senso che registra e rielabora con l’utilizzo di apparecchi digitali, analogici e computer rumori per farne qualcosa di molto vicino alla musica, per utilizzare parole più semplici). E non si creda che lo si dica per campanilismo: basti ricordare che quella che è considerata una sorta di bibbia della musica d’avanguardia – la rivista inglese The Wire – lo aveva inserito in uno dei suoi mitici “Tapper” (i cd-compilation in allegato e distribuiti in tutto il mondo) e oggi torna a occuparsi di lui con una recensione del suo nuovo lavoro. Seppur di scarsissima durata (due pezzi incredibilmente – visto che nel genere solitamente si tende ad allungare – da neanche quattro minuti) si tratta infatti di un piccolo evento, considerato il fatto che Zanni non pubblicava nulla (fatta eccezione per le sue foto, naturalmente) dall’ormai lontano 2008, quando a nome Punck diede alle stampe l’album Piallassa (Red Desert Chronicles), ottimo punto di arrivo di un percorso partito in maniera casalinga già negli anni novanta (il debutto vero e proprio è del 2002).

FallingapartLa sua nuova opera di cui sopra è un sette pollici pubblicato ancora una volta dalla Boring Machines di Andrea Ongarato – al cui decimo anniversario Zanni ha rotto il silenzio esibendosi pure dal vivo, a Milano lo scorso dicembre – si chiama Falling Apart ed è come prevedibile una chicca da non perdere per tutti coloro che sono affascinati da certe sonorità “minimal” a metà tra Autechre e Pan Sonic, con il primo pezzo (si chiamano “white side” e “black side”, tanto per restare in tema con la meravigliosa – sua – foto di copertina, rigorosamente in bianco e nero) che aggiunge una inaspettata melodia in stile Pan American. Uno stile, quello di Zanni, comunque sempre personale, oltre che «romantico e vagamente sinistro», per usare le parole dello stesso Ongarato, che nel secondo pezzo – dopo già il finale lynchiano del primo – sfocia nell’amore per il cinema con la lunga citazione dal sempre grande Ghost Dog di Jim Jarmusch.

Due brani che svolgono alla perfezione il proprio ruolo: quello di farci attendere con trepidazione l’album lungo, annunciato comunque già entro l’anno.

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