I Thegiornalisti di Tommaso Paradiso, tra Venditti e i Coldplay

Tommaso ParadisoQuello che mi ha colpito di più del nuovo Thegiornalisti è come quasi tutte le riviste ne parlino più o meno allo stesso modo. Con recensioni che generalmente terminano con un 5.8, o qualcosa del genere, perché non si può dare la sufficienza piena ai Thegiornalisti che poi ti sputtani ma neppure fare la parte di quello che li stronca solo perché gli sta sul culo la sovraesposizione di Tommaso Paradiso.

Ecco, Paradiso è al centro del nuovo disco, naturalmente, scrivendo i testi e cantandoli, ma nelle recensioni questo diventa una grossa rivelazione: i Thegiornalisti sono Tommaso Paradiso, ebbene sì. Un Tommaso, scrivono, ormai alla fine dei vent’anni (che in realtà ne ha 35 ed è pure laureato in filosofia, alla faccia di voi ‘gnoranti che lo criticate, sembra quasi che qualche recensore voglia fare intendere), il romanticone di cui si sono innamorate le ragazzine che volevano fare le alternative con le amiche, e che ora è ancora più nostalgico, più sentimentale, ci parla della casa al mare, delle differenze tra Milano e Roma, della fine dell’estate, dell’Italia del 2006 naturalmente (“Questa nostra stupida canzone d’amore” resta uno dei pezzi più riusciti del lotto, ahimè insieme anche a quello del “vocale di dieci minuti”).

E poi leggo che è cambiata la produzione, che c’è l’elettronica, c’è questa voglia di essere moderni, per le radio, per i giovani. E quel titolo del disco, Love, è furbetto certo ma anche “un dito medio alla scena indie”, e i Thegiornalisti sono essi stessi furbi, cavalcano l’onda del loro successo con canzoni leggere che tutti noi canticchiamo ma che alla fine no, non resteranno.

E Tommaso Paradiso, sempre lui, pesca a piene mani da riferimenti musicali probabilmente della sua infanzia che sono il primo Vasco Rossi, il primo Venditti, Carboni, ma anche – tutti in coro – dal brit-pop inglese. E alla fine, forse proprio per questo, come per magia si trasformano in una sorta di Coldplay italiani, per il loro modo di portare l’indie nel commerciale, usare i ritmi sintetici (e magari l’inascoltabile “Milano Roma” potrebbe pure diventare la nuova “A sky full of stars”…), riempire i palazzetti, eccetera eccetera.

Arrivato a questo punto, lo ammetto, il mio intento era quello di formulare una mia personale teoria diversa da tutte le altre qui sopra ma con mio sommo sgomento, al sesto ascolto mi rendo conto che penso le stesse banalità che sono state scritte nelle svariate recensioni lette in rete e realizzo pure che, complici probabilmente anche i figli, finirò per riascoltare questo disco bruttino diverse volte, con quel misto di senso di colpa e superiorità con cui finivamo comunque per ascoltare i pezzi di Vasco, Venditti, Carboni.
Perché alla fine sì, insomma, la vita è una ruota che gira. Come potrebbe cantare Paradiso…

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