Un disco italiano da ascoltare

Giovanni Succi

Giovanni Succi

Lui si chiama Giovanni Succi e finché non lo dirò nuovamente per qualcun altro posso tranquillamente affermare che si tratta del mio artista italiano preferito in ambito musicale. Chissenefrega, certo. Però lasciatemi almeno esprimere una certa soddisfazione nel vedere il suo nome uscire sempre più dalla nicchia (come la chiama lui). Non che si possa ancora parlare di successo, quello lo escluderei, piuttosto di una meritata celebrazione tra gli addetti ai lavori (e non solo), per un artista che ha appena compiuto 50 anni e ha iniziato a comporre musica nei primi anni novanta (con i Madrigali Magri).

Cantante, chitarrista e autore con i Bachi da Pietra (insieme al nostro Bruno Dorella), di cui aspettiamo un disco da ormai più di quattro anni, in versione solista Succi tira fuori tutta la sua anima letteraria, con omaggi per esempio a Giorgio Caproni e perfino a Dante («Cosa c’è di più improbabile di un rocker che ti racconta Dante e te lo rende vivo, al punto che devi ammettere: non ci posso credere, mi sono divertito e ho rivisto le mie opinioni sul più grande scrittore della storia. Ma pensa un po’, non era un coglione!», da una sua intervista, addirittura, a Panorama), senza contare il delizioso album di cover di Paolo Conte.

È uscito da poco il suo secondo album vero e proprio a suo nome, Carne cruda a colazione, e se non bastasse il titolo, basterebbero le note dello stesso Succi in cartella stampa a commento di ogni canzone per renderlo un altro piccolo gioiello. Per esempio, riferito ad “Arti”(che gioca sul doppio senso della parola): «Sostenersi sugli arti inferiori è naturale; sostenersi sulle arti (inferiori nella considerazione comune, al di là della retorica, diciamola tutta) non è altrettanto scontato. Eppure è una vita che ci provo. Mi sono indispensabili per andare dove voglio, non in senso economico purtroppo. Per andare verso un vago oltre o almeno per sporgersi altrove, come davanti a balaustre panoramiche. Ma di chi si sporge in realtà, si contemplano le natiche. Alla fine tutti i nostri slanci, le nostre aspirazioni, bene o male si sorreggono così. Traballanti, in preda ai crampi. Ci cammini, ci balli, ci inciampi…».
Canzoni notturne, ballate, blues, jazzzzzz (cit.), elettroniche, rock, cantate a metà tra spoken word e (ancora) Paolo Conte, tra citazioni e squarci melodici (basti pensare che l’album si chiude addirittura con i cori) e frammenti – dice sempre lo stesso Succi – «di Kraftwerk, Talking Heads, LCD Sound System, Tom Waits, Velvet Underground, Lupo De Lupis». Ascoltatelo.

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