Architettura di Frontiera

Report dalla Biennale militante diretta dall’architetto cileno Alejandro Aravena

«In un viaggio attraverso l’America del Sud – ha raccontato Alejandro Aravena alla presentazione della 15 Biennale di Architettura di Venezia– Bruce Chatwin incontrò una signora anziana che attraversava il deserto portando una scala di alluminio in spalla. Era l’archeologa tedesca Maria Reiche che studiava le linee Nazca. Viste in piedi sul terreno, le pietre non avevano alcun senso; sembravano nient’altro che pietrisco. Ma dall’alto della scala, le stesse pietre formavano un uccello, un giaguaro, un albero o un fiore».

Un ritratto del curatore della Biennale Alejandro Aravena

L’immagine della fragile signora in abito a fiori che scruta l’orizzonte del deserto in cima a una scala è il fil rouge dell’intera Biennale di Architettura di quest’anno, Reporting From The Front, che, nelle intenzioni del direttore, l’architetto cileno Alejandro Aravena Premio Pritzker 2016, deve offrire un punto di vista diverso sul mondo, come quello che Maria Reiche riusciva a vedere dalla sua scala leggera, perché, dice Aravena, «l’architettura si occupa di dare forma ai luoghi in cui viviamo. La forma di questi luoghi, però, non è definita soltanto dalla tendenza estetica del momento o dal talento di un particolare architetto. Essi sono la conseguenza di regole, interessi, economie e politiche, o forse anche della mancanza di coordinamento, dell’indifferenza e della semplice casualità. Le forme che assumono possono migliorare o rovinare la vita delle persone. La difficoltà delle condizioni (insufficienza di mezzi, vincoli molto restrittivi, necessità di ogni tipo) è una costante minaccia a un risultato di qualità. Le forze in gioco non intervengono necessariamente a favore: l’avidità e la frenesia del capitale, o l’ottusità e il conservatorismo del sistema burocratico, tendono a produrre luoghi banali, mediocri, noiosi. Ancora molte battaglie devono essere dunque vinte per migliorare la qualità dell’ambiente costruito e, di conseguenza, quella della vita delle persone…Inoltre, il concetto di qualità della vita si estende dai bisogni fisici primari alle dimensioni più astratte della condizione umana. Ne consegue che migliorare la qualità dell’ambiente edificato è una sfida che va combattuta su molti fronti, dal garantire standard di vita pratici e concreti all’interpretare e realizzare desideri umani, dal rispettare il singolo individuo al prendersi cura del bene comune, dall’accogliere lo svolgimento delle attività quotidiane al favorire l’espansione delle frontiere della civilizzazione». Si sceglie consapevolmente un punto di vista diverso, a volo d’uccello, l’unico che può consentire di rispondere alle domande nuove che ci pone la vita, globale e locale al tempo stesso.

Si tratta di una Biennale quindi che, pur contenendo installazioni e progetti molto emozionanti e suggestivi, non punta allo spettacolo, al lusso, al compiacimento estetizzante ma espone un’architettura vista come medium fondamentale per rispondere alle urgenze della nostra contemporaneità, sociali e ambientali soprattutto. È il diario di viaggio di chi si trova in prima linea, sul fronte appunto,  architetti ma non solo, alla ricerca di soluzioni a temi sociali complessi quali la segregazione, le disuguaglianze, le periferie, l’accesso a strutture igienico-sanitarie, i disastri naturali, la carenza di abitazioni, la migrazione, la criminalità, il traffico, lo spreco, l’inquinamento e la partecipazione delle comunità. Un problem solving che prende le fila da un pensiero meticcio, deliberatamente vicino allo sguardo dell’America del Sud, al suo essere ancora terra di frontiera, di sperimentazioni ideologiche e comunitarie. Non è casuale d’altra parte che la lingua parlata dai trionfatori dell’edizione di quest’anno sia iberoamericana: cileno è il direttore, spagnolo è il padiglione Leone d’oro della XV Biennale curato da Inaqui Carnicero e Carlos Quintans; brasiliano è Paulo Mendes da Rocha, Leone d’oro alla carriera «per la sua attenzione alla collettività»; paraguaiano è il Leone d’oro per il miglior partecipante, vinto dal Gabinete de Arquitectura, studio associato di Solano Benítez, Gloria Cabral e Solanito Benítez.
Il cambiamento di prospettiva di questa Biennale militante si avverte già dal concept che accoglie i visitatori all’ingresso dell’Arsenale: un’installazione composta da un numero incalcolabile di montanti d’acciaio che scendono dal soffitto abbracciati da pareti di cartongesso, materiali di scarto recuperati dalla precedente Biennale d’Arte.
Si prosegue con l’installazione Lightscapes- Local Identity- Exploring a Forgotten Resource, concept e design di Anja Thierfelder e Mattias Schuler, realizzazione di Transsolar e parole del poeta Wilfried Korfmacher: un’azione sperimentale sull’importanza della luce ambientale e atmosferica, premessa del light design, progettato da Atelier Jean Nouvel per il Louvre Abu Dhabi. Ci sono poi i padiglioni con installazioni affascinanti, alle volte deliberatamente pauperisti nella scelta dei materiali, ma preziosi nella narrazione e nello svelamento di nuove ipotesi di percorsi progettuali: la grande barca migrante  del Padiglione turco, costruita con i materiali portati dalle onde nel porto di Istanbul; il lavoro sulla percezione spaziale dei malati di Alzeheimer, Losing myself, del Padiglione irlandese;  la No Man’s Land dedicata al tema dell’identità migrante della Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia; la raffinata installazione di ladrillos (mattoni) di  Gabinete de Arquitectura del Paraguay, che racconta come questo gruppo di architetti realizzi progetti bellissimi utilizzando materiali poveri e mandopera locale, spesso non qualificata: aspetti considerati come stimolo per cambiare punto di vista e rinnovarsi, non come limite.

Sempre accompagnati dall’altro sguardo di Aravena seguono, tra gli altri, Against the tide, del padiglione cileno, che espone i progetti dedicati all’ambiente rurale di un gruppo di giovani laureandi dell’Università di Talca; Unfinished della Spagna, su concept di Carlos Quintans e Iñaki Carnicero, che racconta lo stato della Spagna dopo la bolla immobiliare e mostra i due volti del “non finito”: quello drammatico e indignante della speculazione, dell’abbandono e dell’incuria, e quello produttivo e seducente che da sempre caratterizza l’avanguardia e la sperimentazione. E poi c’è il ritorno alle radici olistiche taoiste del Padiglione cinese, la terapia collettiva con lettini freudiani di In Therapy: Nordic Countries Face to Face dei Paesi Nordici, il bagno comunitario nella grande piscina Pool, nel Padiglione australiano. Infine il Padiglione italiano, affidato alla curatela di TAMassociati ( Massimo Lepore, Raul Pantaleo e Simone Sfriso) che in Taking Care, Progettare per il bene comune / Designing for the common good mettono in scena  un’azione collettiva – quella dell’ “avere cura” – che vuole essere una prova tangibile di come l’architettura possa contribuire a diffondere e rendere efficaci i principi di cultura, socialità, partecipazione, salute, integrazione, legalità in qualsiasi luogo e a qualsiasi scala. La loro riflessione si articola in una parte teorica iniziale (“Pensare il bene comune”), una doppia sezione – nel mezzo – di buone pratiche architettoniche e sociali (venti progetti già realizzati) che danno forma visibile all’idea di Bene Comune (“Incontrare il bene comune”) e, per concludere, si apre in un esplicito invito all’azione a favore delle comunità nelle zone di degrado e marginalità (“Agire il bene comune’”).
Una voce a parte è quella dedicata ai Progetti speciali: Reporting from Marghera and other Waterfronts, curato da Stefano Recalcati; A World of Fragile Parts, in collaborazione con il Victoria and Albert Museum, curato da Brendan Cormier, Report from Cities: Conflicts of an Urban Age,  in accordo con la London School of Economics Cities, in previsione della conferenza mondiale delle Nazioni Unite Habitat III, curatela di Ricky Burdett.

Progetto speciale, Report from the Cities: Conflicts of an Urban Age, a cura di Ricky Burdett, Professor of Urban Studies, LSE e Direttore LSE Cities e Urban Age (foto Andrea Avezzù, La Biennale di Venezia)

Reporting from Marghera and other Waterfronts presenta, attraverso le case history delle trasformazioni delle aree portuali di Baltimora, Barcellona, Boston, Dublino, Genova, Amburgo, Londra, Marsiglia, Oslo, Rotterdam, Santander e Sidney, i possibili processi di rigenerazione e valorizzazione già sperimentati con successo per aree critiche. Si tratta di un excursus che dimostra come sia possibile ottenere risultati virtuosi attraverso una strategia in grado di unire Visione, Processi amministrativi, Coinvolgimento, Procedure ambientali, Qualità ar­chi­tettonica ed elementi di Innovazione.
Presentato dalla Biennale di Venezia e dal Victoria and Albert Museum (V&A), A World of Fragile Parts affronta invece il tema delle minacce che incombono sulla salvaguardia dei siti del patrimonio globale dell’umanità, indagando in che modo la produzione di copie può aiutare nella preservazione dei manufatti culturali, mentre  Conflicts of an Urban Age affonda l’analisi sulle modalità dell’urbanistica contemporanea nelle megalopoli contemporanee, attraverso esempi di pianificazione dall’Alto, spesso negativa, e dal Basso (quest’ultime esperienza della Fondazione Alfred Herrhausen Gesellschaft – urbanXchanger), proponendo soluzioni e ipotesi di pianificazione urbana sostenibile e adatta alle esigenze della società attuale.