Minacce su Instagram e pestaggi in branco per mesi: 15 minorenni denunciati

Le vittime erano sempre le stesse quattro e chi capitava con loro. Indagine partita dalla denuncia dei genitori

BullismoSi sentivano potenti, volevano rispetto, pretendevano che gli altri non frequentassero i posti dove stavano loro: dalle minacce su Instagram e Whatsapp alle aggressioni in strada in centro con pestaggi in branco, in un caso anche con un coltello in pugno. Bullismo spietato. I bersagli principali erano sempre gli stessi quattro ragazzi ma anche chi di volta in volta si trovava con loro. Quindici minorenni della provincia di Ravenna sono stati indagati dalla polizia: hanno età comprese tra 14 e 17 anni, sono di varie nazionalità e frequentano diversi istituti scolastici. Uno di loro è attualmente ristretto in una comunità dopo un recente arresto per spaccio. Sono accusati a vario titolo di concorso in lesioni aggravate, violenza privata e minacce.

Nell’avviso di fine indagini che stanno ricevendo in questi giorni dalla procura per i minori di Bologna ai bulli vengono attribuiti diversi episodi circostanziati, almeno cinque quelli più gravi, avvenuti nel 2018 tra gennaio e l’inizio dell’estate.

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A condurre l’inchiesta è stata la divisione Anticrimine della questura di Ravenna, messa in moto dalla denuncia presentata un anno fa dai genitori di due delle quattro vittime principali che erano state dimesse poche ore prima dal pronto soccorso con dieci giorni di prognosi per le conseguenze di un pestaggio. La visione dei filmati registrati dalle telecamere di videosorveglianza della zona è stata il primo passo dell’indagine. Quel giorno i quattro via chat vennero invitati a un incontro in centro per chiarire una questione. Sul posto si trovarono accerchiati. C’era chi stava solo fermo a guardare e c’era chi menava. Due delle vittime riuscirono a sgusciare, le altre due sono rimaste sotto calci e pugni.

Da quel momento è cominciato il lavoro degli investigatori, chiamati a dare un nome a quegli aggressori che per le stesse vittime spesso erano noti solamente con un soprannome o con il nickname usato sui social. I poliziotti hanno battuto le piazze virtuali del web e le strade reali della città. L’informativa fornita agli inquirenti ricostruisce un clima fatto di prevaricazioni e abusi spesso originati da futili questioni ma sfociati in atti di violenza e minacce. Le vittime si trovavano gli aguzzini ad attenderli all’uscita di scuola, veniva prese di mira sui social, nei momenti di svago a spasso in centro.

La dirigente della divisione Anticrimine, Fiorenza Grazia Maffei, riassume la delicatezza del lavoro svolto: «Il primo ostacolo da superare è stato conquistare la fiducia delle vittime, far capire loro che dovevano raccontarci le cose, che potevamo aiutarli e che parlare con noi era la cosa giusta da fare. In questo sono stati molto bravi i genitori che sono venuti a fare denuncia, imboccando sin dal principio la strada giusta. Tacere in questi casi è devastante, i ragazzi non vanno lasciati soli». Un lavoro gratificante ma anche difficile: «Le indagini ci hanno messo di fronte a situazioni inquietanti. Ci siamo accorti che questo era un vero e proprio branco, composto magari da più frange divise che poi si riunivano e si disperdevano. Però queste indagini ci fanno sentire utili ancora un po’ di più del solito perché aiutiamo situazioni di disagio». Una parziale consolazione è già arrivata: «La quasi totalità degli indagati, dopo gli interrogatori, ha cambiato condotta e ha smesso con questi atteggiamenti».

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