domenica
22 Febbraio 2026
Indagine su certificati anti-rimpatrio

Il medico della rete contro i Cpr: «Mi aspetto una perquisizione anche a casa mia»

Nicola Cocco, intervistato da Massimo Gramellini su La7, parla dell'inchiesta sul reparto di Malattie infettive di Ravenna: «È una scelta poliltica»

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Il medico infettivologo Nicolo Cocco, membro della Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm) e coordinatore della rete “Mai più lager – No ai Cpr”, ha dichiarato pubblicamente di aspettarsi una perquisizione domiciliare disposta dalla procura della Repubblica di Ravenna. Cocco ipotizza di essere nel mirino dei magistrati nell’ambito dell’inchiesta che ha indagato finora 8 medici su 11 del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna con l’accusa di falso ideologico per presunti certificati medici che hanno impedito il rimpatrio di migranti irregolari perché ritenuti inidonei al trattenimento nei centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr).

Cocco ha espresso le proprie previsioni ieri sera, 21 febbraio, quando è stato ospite della trasmissione “In altre parole” su La7, il talk settimanale condotto da Massimo Gramellini.

Il medico è convinto che l’indagine sia mossa da una volontà politica: «Si attaccano i medici per colpire i migranti. La denuncia va a toccare l’autonomia di medici che hanno rilasciato i certificati in scienza e coscienza perché hanno ritenuto che ci fossero persone in condizioni non idonee all’ingresso nei Cpr che da sempre denunciamo come luoghi patogeni con enormi criticità per la salute».

Cocco ha parlato di un clima diffuso, non limitato all’ambiente di Ravenna, di intimidazioni nei confronti dei medici da parte delle autorità di pubblica sicurezza con forze di polizia che farebbero pressioni su medici o dirigenti sanitari affinché l’emissione del certificato sia fatta con rapidità: «Trattano i medici da burocrati, ma non sono questo».

Gramellini ha chiesto una fotografia dell’ambiente nei Cpr che il medico ha potuto vedere come consulente di persone autorizzante all’ingresso: «Dentro ci sono persone che si ritrovano in detenzione perché non hanno un permesso di soggiorno e non per reati. Sono persone spaventate e terrorizzate dal rimpatrio che rappresenta la fine di un progetto di vita e il ritorno all’inferno da cui sono partiti. L’autolesionismo è diffuso perché diventa l’unico linguaggio per farsi sentire: ci sono stati casi di migranti che si spaccavano le braccia su muri e sui lavabi per esser portati in ospedale e avere inidoneità al rimpatrio».

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