Gli otto medici dell’ospedale di Ravenna indagati per falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio, perché secondo l’accusa avrebbero rilasciato falsi certificati per impedire il rimpatrio di cittadini extracomunitari, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere stamani, 12 marzo, davanti al giudice per le indagini preliminari del tribunale di Ravenna. Erano gli interrogatori di garanzia dopo la richiesta della procura di un anno di sospensione dal lavoro. Il giudice si è riservato la decisione.
Secondo quanto riporta il Tgr Rai i medici, otto su undici del reparto di Malattie infettive, sono passati da un ingresso secondario, evitando contatti con i cronisti. Gli avvocati degli indagati hanno voluto tener lontana la stampa, dopo aver contestato nei giorni scorsi alcune ricostruzioni dei fatti.
Come noto, i sanitari sono accusati di aver firmato certificati che attestavano la non idoneità all’ingresso nei centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), strutture di detenzione amministrativa per chi è destinatario di provvedimenti di espulsione. L’indagine prende in considerazione il periodo che va da settembre 2024 a gennaio 2026, in totale 64 extracomunitari: 20 sono stati ritenuti idonei, 10 si sono rifiutati di sottoparsi alla visite e la normativa prevede il ritorno in libertà e 34 sono stati giudicati non idonei, quasi tutti concentrati da settembre 2025 in poi. Le situazione degli otto indagati sono eterogenee: si va da chi ha firmato 11 certificati di non idoneità a chi ne ha firmato uno solo.
L’eventuale sospensione dei medici, come comprensibile, avrebbe ripercussioni sull’intero reparto dell’ospedale dove resterebbero in servizio solo tre colleghi. Nel tentativo di scongiurare questo scenario si è mossa anche l’Ausl Romagna che con una disposizione interna ha stabilito che siano solo i tre non indagati a occuparsi delle visite e dei certificati.



