«Museo di Classe, i tempi si sono allungati ma il progetto è complesso»

L’assessora alla Cultura Elsa Signorino spiega come mai si aprirà nel 2018, molto più tardi rispetto a quanto inizialmente preventivato

Elsa SignorinoIn occasione di un forum in redazione con l’assessora alla Cultura Elsa Signorino, ex presidente di Ravennantica, ha rappresentato anche l’occasione per fare il punto su uno dei progetti fondamentali di questo mandato: l’apertura del Museo di Classe,  annunciata nella primavera del 2018.

Ci conferma la data di apertura, ci saranno altri ritardi?
«Confermo entro il 2018».

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Citando il libro del progettista originario, Marcello Vittorini, abbiamo anche noi più volte sottolineato i ritardi di una riqualificazione, quella dell’ex zuccherificio, attesa da 14 anni…
«Non è così. L’ho già detto altre volte ma lo ripeto. Il progetto del Parco archeologico di Classe parte all’inizio degli anni Duemila e con la nascita della fondazione Ravennantica cessa di essere incentrato solo sul museo per diventare un vero e proprio progetto di Parco. Nel corso degli anni Ravennantica ha restituito alla fruizione pubblica testimonianze del patrimonio altrimenti non disponibili – dalla Domus dei Tappeti di pietra a San Nicolò, dalla Cripta Rasponi al recentemente inaugurato Antico Porto – senza dimenticare l’attività di scavo, di studi, di restauro. In tutto questo si inserisce il progetto di Museo archeologico, con il primo finanziamento dello Stato (risalente al 1996 e che prevedeva 15 miliardi delle vecchie lire, ndr) che riguardava solo ed esclusivamente la realizzazione dei laboratori di restauro e dei depositi, ossia solo il recupero di una porzione dell’ex zuccherificio. Fu un cantiere, gestito inizialmente dalla Soprintendenza, complesso e sfortunato (con più ditte che si sono alternate negli appalti e che avrebbe dovuto essere completato originariamente nel 2004, ndr) come a volte accade, si è protratto oltre il tempo dovuto e a un certo punto abbiamo costruito un protocollo d’intesa grazie al quale il Comune ha preso in mano la direzione dei lavori portando a compimento la prima sezione del museo nel 2008, che è rappresentata appunto dai laboratori di restauro e dai depositi. Fu a quel punto che partì la ricerca dei finanziamenti necessari per realizzare una vasta area espositiva, finanziamenti rinvenuti grazie alla fondazione della Cassa di Risparmio in primis e grazie a una ricerca fatta di volta in volta, non semplice, di fondi europei, statali, comunali e regionali».

Resta il fatto che fino a poco tempo fa sul sito di Ravennantica si pubblicizzava ancora l’inaugurazione del Museo nel 2011…
«Ricordiamoci che non stiamo parlando solo di un museo, ma di un’intera area da recuperare. Una sistemazione di vastissima portata, per cui abbiamo sperimentato modalità inedite, mettendo insieme Comune, una Fondazione promossa dal Comune, Università, Fondazione Cassa, il Ministero, un comitato scientifico presieduto da Andrea Carandini, uno dei massimi archeologi italiani, attuale presidente nazionale del Fai. L’elaborazione di un progetto scientifico di questo tipo richiede un tempo molto impegnativo, così come molto tempo è stato necessario per ottenere dal Ministero le autorizzazioni al deposito dei reperti, che si sono concluse da poco».

Lei dice quindi che non ci sono stati ritardi, ma semplici tempi tecnici?
«Dico che abbiamo concepito un progetto di grande ambizione che questo progetto purtroppo non è partito fin dall’inizio con tutte le risorse necessarie, dico che si tratta di un progetto  strutturalmente complesso e che i tempi di costruzione sono stati più lunghi di quello che avremmo desiderato».

I 22 milioni di euro di investimento complessivo rappresentano una cifra superiore alle aspettative?
«Sono cifre importanti, ma un museo costa molto, basti pensare che il nuovo Museo della Città di Bologna è costato 44 milioni. La progettazione dell’area espositiva è stata costruita nel tempo e progettare in un modo piuttosto che in un altro incide sui costi, certo».

Nel nuovo museo ci sarà spazio anche per l’Accademia di Belle Arti, come dice qualcuno?
«Non so chi lo dica, ma allo stato attuale il progetto prevede la sede della fondazione, il parco antistante al Museo, i laboratori, i depositi, una vasta area espositiva e il laboratorio aperto di sperimentazione tecnologica. Tutti gli spazi recuperati hanno già una destinazione precisa».

Come si chiamerà definitivamente il museo e cosa ci sarà dentro l’area espositiva?
«Dal punto di vista scientifico il nome è Museo della Città e del Territorio, come voluto da Carandini. Si tratta di un museo che racconta la storia della città attraverso reperti ma con modalità che appartengono al contemporaneo, attraverso l’uso delle moderne tecnologie. L’idea che c’è dietro è quella dei musei europei, con al centro non la collezione o il reperto, ma il visitatore. Con possibilità di lettura diversificate».

Come si sosterrà dal punto di vista economico? Il sindaco ha già dichiarato che il Comune dovrà intervenire…
«La premessa che voglio fare è che noi non possiamo mai considerare un’istituzione culturale alla stregua di una azienda economica, sarebbe un errore clamoroso. Un’istituzione culturale ha come prima finalità l’arricchimento dell’identità di una comunità, del suo patrimonio culturale, deve garantire l’accesso più ampio possibile dei cittadini alla cultura. Non esiste istituzione culturale in grado di coprire i suoi costi con entrate da biglietteria e bookshop. La cultura non si paga da sé ma però può influire su un territorio, sul turismo, con collaborazioni con l’università, come sempre è stato con Ravennantica. A garantire la sostenibilità sono quindi anche e soprattutto le contribuzioni pubbliche o delle fondazioni bancarie che sono e restano fondamentali. Quando queste si riducono, e nel contempo si deve ampliare l’attività, si creano sofferenze di bilancio, è inevitabile. Ciò non toglie che un progetto culturale debba anche essere sostenibile: a suo tempo la Fondazione Ravennantica ha commissionato uno studio di sostenibilità (sui giornali locali nel tempo sono uscite cifre che sono passate da 100mila a 70-80mila visitatori stimati all’anno, ndr) che ora però credo dovrà essere ricalibrato sulla situazione dell’oggi. Nel corso del 2018, nel contesto dell’inaugurazione, verranno presentati alla città anche i dati sui vincoli di sostenibilità, nonché le ricadute economiche sul territorio. Una formula utile che potrà essere utilizzata anche per le altre istituzioni museali».

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