Si canta l’eterno dualismo amore-guerra nel “Serse” di Händel

Sipario sulla stagione lirica all’Alighieri con l’allestimento di Accademia Bizantina, in scena il 10 e 12 gennaio. Alla Biblioteca Classense il primo incontro, sabato 11, con i racconti musicali di Guido Barbieri

Serse 1

foto A. Anceschi

Ci fu un tempo in cui la storia era narrata oralmente, un tempo di miti e leggende, prima che «il padre della storia» scindesse il vero dal favoloso. Nelle sue Storie (Ἱστορίαι) Erodoto di Alicarnasso cercò di ricostruire, quasi con uno spirito enciclopedico ante litteram, il periodo in cui l’Impero Persiano sfidò la cultura ellenistica per il dominio del mondo. Nei nove libri che compongono questa opera fondamentale della storiografia moderna, il settimo in particolare, dedicato a Polinnia (Πολύμνια) la musa della danza e del canto sacro, descrive la spedizione persiana contro Atene e la Grecia tutta: la strenua e ferma resistenza che l’esercito con a capo il re Serse divenne ben presto leggenda tanto che ancora oggi sono noti gli atti di valore del re Leonida e dei suoi spartani alle Termopili. Il re persiano fu il grande sconfitto della spedizione e tornò in Asia Minore prima della fine delle ostilità, lasciando un esercito molto numeroso e male organizzato. Dalle pagine di Erodoto si evince che il sovrano fosse bello per quanto crudele, tuttavia proprio lo storico greco attribuisce a Serse una frase che ne tradisce un moto misericordioso, almeno verso le proprie truppe: «mi è venuto in mente di provare compassione considerando quanto è breve l’intera vita umana se, di costoro che sono pure tanto numerosi nessuno sopravviverà fino al centesimo anno». In effetti, è proprio questo tratto che emerge nel biblico libro di Esther nel quale il re persiano è chiamato Assuero e viene addirittura portato ad esempio di rettitudine nel Purgatorio dantesco (Canto XVII) insieme alla moglie ebrea e a Mardocheo, zio della giovane.

Tutto ciò fornisce il terreno ideale allo sconosciuto librettista del Serse musicato da Georg Friedrich Händel per cominciare l’opera con la più celebre quartina di quinari che la storia della musica ricordi: «Ombra mai fu/di vegetabile,/cara ed amabile,/soave più».
L’aria più nota del Serse, e di tutta la produzione händeliana, descrive l’intima sensibilità del re persiano che esprime sincero affetto verso un platano (sì, proprio un albero) a lui particolarmente caro. Nell’opera, tuttavia, questa sensibilità non è rivolta verso gli uomini, verso i quali si comporta come un despota schiavo delle sue bramosie, e solo nel finale egli si ravvedrà grazie all’ultima frase pronunciata («Amici, compatite i miei furori,/e godete felici i vostri amori»).

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Serse 2Tra queste colonne d’Ercole l’opera vive del dualismo amore-guerra, «elementi peculiari della drammaturgia barocca e terreno ideale per l’interazione emotiva tra i vari personaggi» come afferma Ottavio Dantone che condurrà l’Accademia Bizantina nell’esecuzione del titolo händeliano venerdì 10 (alle 20.30) e domenica 12 gennaio (alle 15.30) al teatro Alighieri di Ravenna. Proprio «i conflitti mescolati agli impulsi amorosi determinano un contesto che permette di esprimere una miriade di “affetti” e di caratteri» che determinano la trama del Serse e ne espandono il significato rendendo il particolare universale.

Tra le varie particolarità dell’opera di Händel, colpisce, oltre alla nutrita presenza di arie senza da capo, la vocalità dei personaggi. A ben guardare, come rimarca il direttore bizantino, i ruoli maschili di Serse e Arsamene possono essere cantati da mezzosoprani, mentre il registro di soprano acuto di Romilda e Atalanta giustifica la differenza tra i sessi. Un timbro femminile androgeno è l’ideale, invece, per il ruolo di Amastre, donna tradita che si traveste da guerriero.

A cimentarsi nelle parti vocali di questo allestimento – frutto della coproduzione fra i teatri di Ravenna, Reggio Emilia, Modena, Piacenza, per la regia di Gabriele Vacis – animano il palcoscenico Arianna Venditelli nei panni di Serse, mentre Arsamene è Marina De Liso; Romilda e Atalanta sono rispettivamente Monica Piccinini e Francesca Aspromonte; il contralto Delphine Galou interpreta invece la parte di Amastre. Il cast si completa con Luigi De Donato e Biagio Pizzuti rispettivamente nei panni di Ariodate ed Elviro.

Serse 3Analizzando le sonorità è, invece, il primo violino dell’orchestra ravennate, Alessandro Tampieri, che evidenzia il ruolo che hanno i flauti a becco, strumento non sempre utilizzato nelle opere barocche. Questi timbri, infatti sono perfetti «quando la descrizione musicale deve essere più pertinente alla scena e meno fine a sé stessa, uno dei procedimenti retorici barocchi è appunto l’utilizzo di strumenti inconsueti». Ci sono anche artifici peculiari come il far suonare i violini all’unisono, magari facendo riposare le viole.
È proprio Tampieri che, ricordando un favoloso aneddoto che descriveva i violisti deputati al cambio delle candele durante l’opera, sottolinea come «togliere le viole in alcune arie imprime all’azione teatrale molta energia e varia così l’andamento della narrazione. Sempre in quest’ottica, l’unione dei violini all’oboe semplifica e rende più importante il ruolo della melodia».

L’opera barocca è davvero un campo d’indagine che, a distanza di più di tre secoli affascina ancora. Forse ciò che ammalia è proprio il motivo che la rende oscura, la mancata continuità di esecuzione della quale si è nutrita l’opera romantica. Proprio per questo non esiste una verità assoluta, ma grandi e differenti possibilità che attraggono gli studiosi e conquistano anche gli ascoltatori più esigenti.

A proposito di retroscena, racconti e curiosità intorno alla storia della musica va segnalato il primo appuntamento con “Il canto delle sirene”, il ciclo di conversazioni (sempre a ingresso gratuito) curato da Guido Barbieri, in programma sabato 11 gennaio, alle 10.30 alla Biblioteca Classense. L’incontro inaugura un percorso dedicato all’enigma della voce nella storia della musica occidentale, a partire dalla riflessione su canto cristiano e canto trobadorico, tra Hildegard von Bingen e Bertrand de Ventadorn.

Va ricordato infine che la stagione d’opera dell’Alighieri di Ravenna prosegue a fine mese (31 gennaio e 2 febbraio) con la serata pucciniana Suor Angelica / Gianni Schicchi e con la Lucrezia Borgia di Donizetti (6 e 8 marzo).

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