Il Mar e la mirabolante vicenda dell’opera d’arte che “deve essere distrutta”

Dal deposito del museo ravennate esce in esposizione un dipinto del 1988 di Sol LeWitt, e una polemica contradditoria. Ecco la ricostruzione dei fatti, con finale più che mai aperto

Sol Le Witt Opera Mar

Il pannelo dipinto da Sol LeWitt (foto di Marco Parollo)

Dal magazzino del Museo d’arte di Ravenna (Mar) escono un’opera di 34 anni fa e un polverone di polemiche. Wall Drawing #570 è una creazione dell’americano Sol LeWitt, una pittura realizzata su sette pannelli lignei per una dimensione complessiva di dodici metri per tre, intonacati e colorati da inchiostri e miscele, proprio come negli affreschi quattrocenteschi. La realizzazione risale al 1988 per la mostra collet- tiva “Viaggio in Italia” che si svolse a Ravenna. Da allora è rimasta nei depositi dell’istituzione museale. Fino al 5 aprile scorso quando la direzione del Mar dà l’annuncio: torna in esposizione, fruibile al pubblico.

«Si tratta di un recupero storico di valore su cui sono impegnata da diverso tempo – dichiara la conservatrice Giorgia Salerno –. Insieme al progetto complessivo di riallestimento delle collezioni permanenti, mira a ridefinire l’identità, anche internazionale, del museo, attraverso il suo stesso patrimonio, determinante per comprendere il contesto culturale della città».

Il ritorno in mostra solleva una domanda spontanea: chi ha guidato il Mar dal 1988 in poi, perché ha tenuto un’opera di questa caratura in cantina? Claudio Spadoni, critico d’arte affermato e direttore del museo per tredici anni (ma non ancora nel 1988), non ci sta a fare la figura di quello che ha tenuto un tesoro sotto alla polvere e scrive una lettera ai quotidiani locali: «Per tassative disposizioni dell’artista il lavoro avrebbe dovuto essere distrutto. Quel lavoro non è da intendere come opera ma come intervento temporaneo: riproporne ora le spoglie, significa non aver capito la scelta concettuale e non rispettare le sue direttive».

Il direttore in carica Maurizio Tarantino replica: «Abbiamo informato e ricevuto l’assenso della Fondazione LeWitt – è il virgolettato riportato dal quotidiano locale “Il Resto del Carlino” il 7 aprile – con la quale verranno concordate le future modalità di fruizione dell’opera. Il dovere di un’istituzione è valorizzare le opere d’arte e noi abbiamo scelto di rendere il lavoro fruibile al pubblico».
Sul “Corriere Romagna”, Tarantino cita contatti anche con la figlia dell’artista. La volontà di LeWitt di distruggere l’opera e i contatti con gli eredi sono tutti dettagli di cui non era stata fatta menzione alcuna prima della reazione di Spadoni.

Sol Le Witt Ritratto

Un ritratto di Sol LeWitt all’opera

Poi interviene anche l’opposizione politica in consiglio comunale. La lista civica Pigna non si accontenta e fa un accesso agli atti. Viene fuori il carteggio delle comunicazioni fra museo e eredi dell’americano morto nel 2007 a New York. E la lettura alimenta qualche dubbio, quantomeno di possibili incomprensioni. Anzi, misunderstanding. L’ok dalla figlia per l’esposizione è arrivato via email ma solamente alla vigilia del nuovo allestimento, quando cioè tutto era già stato fatto. Con la richiesta annessa di distruggere l’opera alla fine dell’esposizione. Le parole originali sono: «It’s fine that you expose», che non lasciano dubbi sul consenso. Poi però Sofia LeWitt scrive anche «should be destroyed», al termine dell’esposizione.
Qui sta il fulcro: l’allestimento del Mar è permanente, quindi non è esclusa la volontà di distruggerlo alla fine, ma la fine non è prevista.

A questo punto della vicenda, il 27 aprile dal Mar ci tengono a ricordare che l’opera «appartiene al patrimonio del museo come risulta da sua inventariazione del 1994. Contestualmente a tale inventariazione, o risalenti ad anni successivi, non risultano al momento all’istituzione note a margine o allegati atti formali circa l’ipotesi di eventuale distruzione/imbiancatura dell’opera o sua non esposizione. La titolarità dell’opera è di esclusiva competenza del museo che è giuridicamente l’unico soggetto abilitato a disporne nell’ambito dei criteri di conservazione e fruizione e pertanto si è ritenuto di coinvolgere gli eredi LeWitt al fine di condividerne il progetto di valorizzazio- ne e non per richiederne autorizzazione all’esposizione, così come avviene per tutte le opere in possesso dei musei».

Sembra in contraddizione con le dichiarazioni iniziali. E alla luce di tutto, ci si chiede perché al momento della nuova esposizione non siano state dette da subito le cose aggiunte in seguito. Bastavano poche parole: riteniamo che l’opera sia del Mar e a noi spetti il diritto di esporla.

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