L’Accademia di Belle Arti di Ravenna è diventata statale. Di chi è il merito?

Riceviamo e pubblichiamo questo intervento che traccia, a partire dalla fondazione nel 1829, le vicissitudini della scuola fino alla statizzazione: «Il rinascente istituto deve durare e crescere. Con l’impegno di tutte e di tutti»

Polo Delle Arti Alta Formazione

Il Polo aelle Arti (Accademia Belle Arti e Istituto Musicale) in piazza Kennedy a Revenna

«It sounds like stories from the land of spirits
| If any man obtain that which he merits | Or any merit that which he obtains».
[«Sembra una storia del regno degli spiriti | quando un uomo ottiene ciò che merita,
| oppure merita ciò che ottiene».]
Samuel Taylor Coleridge, The Good, Great Man, [Il buon, grande uomo] 1802

In queste settimane si è assistito a una gara fra chi si intestava il merito della statizzazione dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna. Un risultato comunque positivo, visto che probabilmente, non molto tempo fa, si sarebbe vista un’analoga gara, ma a chi si attribuiva il merito della sua chiusura.

Nella sua quasi bicentenaria storia – l’“Accademia elementare di Belle Arti” fu fondata il 26 novembre 1829 per volontà, non è irrilevante ricordarlo, della Legazione provinciale e del Comune di Ravenna e con la «protezione» del cardinal Vincenzo Macchi, Legato pontificio – unica Istituzione, assieme all’Istituto musicale Giuseppe Verdi, con cui di recente è stato sancito un accordo di stretta collaborazione che ha portato alla creazione del “Polo delle Arti”, che può vantare il merito di essere autoctona, ha vissuto, nel corso del tempo, momenti di gloria e momenti di crisi. Nata, come si legge nella Prefazione e Discorso […] per la solenne apertura…, pubblicati dalla Tipografia Roveri e Collina nel 1929, «per il miglioramento dei mestieri», essa venne riconosciuta come «uno dei principali oggetti di utilità alla Provincia, e di decoro alla Città».

Il merito dell’idea di fondare un’Accademia va dato tutto all’allora poco più che ventenne prelato maceratese (ma senza ordini sacri) Lavinio Spada de’ Medici, vicelegato dell’odiato cardinal Agostino Rivarola ma da lui ben lontano in spirito. Come si legge nella voce del Dizionario Biografico degli Italiani, a firma di Gabriella Santoncini, egli «si contraddistinse per la liberalità del comportamento pubblico rispetto ai rigori oltranzisti e repressivi del cardinale». Fu anche colui che cercò, senza successo, i resti mortali di Dante.
Tornando al giorno della solenne inaugurazione, un vero parterre de roi vi assistette: il Cardinal Legato della Provincia Vincenzo Macchi, l’Arcivescovo e Principe della Città mons. Chiarissimo Falconieri Mellini, mons. Ignazio Cadolini, vescovo di Cervia, i membri della Magistratura comunale, il Consiglio Accademico, la Deputazione della Pinacoteca, le Autorità civili e militari, la Deputazione e, last but not least, i Professori del Collegio. In luogo più appartato presenziavano anche i Signori Convittori del Collegio, «molta frequenza di scelte persone» e alcune «colte Dame». L’entrata del Legato fu accolta da «musicali istrumenti» che «con armoniosa sinfonia diedero alla solennità lietissimo incominciamento»; dunque, anche allora, come oggi, uno stretto legame tra arti visive e musica. A seguire, «una breve ed acconcia Prefazione» – come devono essere le prefazioni – del conte Alessandro Cappi, patriota ed erudito ravennate nonché segretario dell’Accademia (di cui divenne Direttore nel 1855, dopo la morte di Ignazio Sarti, poliedrico artista bolognese, scultore, architetto e incisore), e un «sublime e squisito Discorso» tenuto da mons. Pellegrino Farini, letterato e storico di Russi. Dopo l’inaugura- zione, l’Accademia rimase aperta per quattro giorni «a quanti piacque di vedere gli oggetti di Belle Arti in Essa raccolti». E, come dubitarlo, «Universale fu il concorso, e universale l’applaudimento sì dei cittadini, che dei forestieri, che ne partivano ammirati».
Di là dalla veste retorica del libello, appare tutto il rilievo dato da Ravenna all’evento della nascita di questa Istituzione cittadina. Nella sua Prefazione, Cappi aveva evidenziato come, per gli Antichi, «le arti am[i]no la pace», ma anche come quest’ultima abbia «bisogno delle arti», lanciando due ammonimenti: «Infelice quella terra, a cui le arti mancano!» e «La pace e le arti, oh bella e santa compagnia!» e concludendo: «certo a ciascun di noi questo giorno dev’essere memorabile, dev’esser giorno di somma allegrezza, uno de’ più bei giorni di nostra vita».

Accademia Ravenna MosaicoPer essere dunque all’altezza di quel 26 novembre 1829, si sarebbe dovuto organizzare qualcosa, non dico di analogo, perché sarebbe impossibile – tempora mutantur, et nos mutamur in illis –, il 1° gennaio 2023, nel momento “fatale” – per alcuni impossibile, per altri un sogno, per pochi una speranza – in cui l’Accademia ravennate è diventata statale. Siccome però il 1° gennaio tutti sono stati giustamente a festeggiare il nuovo anno, sarebbe bello prevedere a breve una giornata alternativa, in cui la città celebri questo storico evento. Potrebbe coincidere con l’inaugurazione dell’anno accademico.

Perché si è voluto ritornare a quel lontano 26 novembre 1829? Perché ciò che dura, superando tutte le vicissitudini del tempo, va tutelato e conservato. Di più: va coltivato e continuamente sostenuto perché possa crescere. Non si vive mai di sola gloria. Non basta avere i mosaici più famosi al mondo, occorre dar seguito ed essere all’altezza di quel passato.
L’Accademia, negli anni Ottanta, ha avuto fino a 600 iscritti. Allora si trovava nei locali della Loggetta Lombardesca, e, si sa, anche il luogo conta. La prima sede in via Baccarini, progettata da Ignazio Sarti, venne vergognosamente decurtata di più della metà dall’allargamento di piazza del Littorio (ora dei Caduti). Oggi il suo moncone è stato recuperato come sede della sezione Holden della Biblioteca Classense, nell’ottica di una formazione culturale dei giovanissimi, com’era stato l’intento della neonata Accademia. Raggiunto l’apice, il citato massimo numero di studenti, provenienti da tutta Europa e anche dal mondo, il Giappone in primis – e, in quest’apice, come non ricordare la collaborazione di Dario Fo in quegli anni con i giovani studenti dell’Accademia e la sua netta presa di posizione pubblica contro il trasloco dalla Loggetta all’ex Albe Steiner? –, la “caduta”, con lo spostamento sempre più in periferia (da via Baccarini, a via di Roma, a via delle Industrie…), la riduzione al solo corso di Mosaico dai tre iniziali (Pittura, Scultura, Decorazione) e tante altre vicissitudini che può raccontare solo chi le ha vissute dall’interno dell’Istituzione.

Open Day Accademia Belle Arti 2022

Open day 2022 all’Accademia ravennate, al centro la nuova direttrice Paola Babini

Ciononostante, l’Accademia è riuscita a risollevarsi, tanto da riuscire a diventare, dal 1° gennaio, statale e a eleggere la nuova Direttrice, Paola Babini (e se c’è una persona cui va detto grazie per questo successo, lei non è di certo l’ultima). Ma il merito sappiamo anche a chi altri vada attribuito: a coloro che hanno continuato a lavorare, professori e studenti, credendo, anche nei momenti più bui, che sarebbe stato un delitto disperdere un patrimonio bisecolare. E, inoltre, va riconosciuto l’impegno profuso da Chiara Francesconi, come Presidente della Commissione Consigliare Cultura, Alta Formazione Artistica e Mosaico del Comune di Raven- na, nonché dalle ultime due amministrazioni, in particolare l’attuale che, per comunicato stampa di Fabio Sbaraglia, Assessore con deleghe alla Cultura, Scuola, Università, Afam, Mosaico, Politiche giovanili – scripta manent – ha di recente confermato l’impegno a traghettare l’Accademia fino a un porto sicuro, cioè una completa autonomia amministrativa. E per chi volesse informarsi sulla lunga e ricca storia dell’Accademia, può consultare con profitto il volume di Sabina Ghinassi, Accademia Belle Arti Ravenna. Centottant’anni (Longo, 2010, a cura di Maria Rita Bentini).

Ma intestarsi i meriti è esercizio che lascia il tempo che trova. Ora l’Accademia – ritornata finalmente, con alcune aule, in centro città nella nuova sede in piazza Kennedy nell’ex abitazione dei conti Della Torre, edificio del già ricordato “Polo delle Arti” in condivisione col Verdi – patrimonio dello stato ma anche dell’intera città, non deve essere abbandonata da quest’ultima con il fatto che ora “ci pensa lo Stato”.

Adesso è il momento forse più difficile, come sono critici tutti i periodi di cambiamento e di svolta. Insieme al Verdi, e con l’appoggio di tutta la città, Campus universitario di Ravenna compreso, si ponga fine a dietrologie, vecchi rancori, posizioni di parte. Come affermò Pellegrino Farini nel suo Discorso, la volontà del Vice Legato di creare un’Accademia non sarebbe potuta «ridursi ad effetto, se i Magistrati della Città, ed alcuni Ravignani, nobilissimi di animo, come di condizione, non fossero stati […] pronti a condiscendere agl’inviti del Prelato, o generosi a proferire» i dipinti necessari a costituire una Galleria dell’Accademia. E Farini si auspicava che «Come dunque questa Accademia è stata felice nel suo incominciamento, tale duri, e tale cresca».

Proprio quello che deve fare la neonata Accademia statale di Belle Arti di Ravenna: durare e crescere. Con l’aiuto di tutte e di tutti.

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