Angelo Nicastro, 69 anni, direttore artistico della stagione d’opera e danza, oltre che del Ravenna Festival, ha annunciato recentemente che questo sarà il suo ultimo giro di valzer al Teatro Alighieri. Abbiamo raccolto la sua testimonianza di un’esperienza di ventotto anni di teatro tra visione, sacrifici e rinascite.
Partiamo dal principio: come è iniziato il suo percorso come direttore artistico e come è cambiato questo mondo negli anni?
«È stato un viaggio lungo e sorprendente. Era il 1998 quando Cristina Mazzavillani Muti e Mario Salvagiani mi chiamarono a occuparmi della stagione d’opera e danza, oltre che del Festival. Venivo da un’esperienza di musicista, soprattutto nell’ambito della musica antica e contemporanea. Il mondo dell’opera, per quanto affascinante, lo conoscevo da spettatore. Ero stato tra i fondatori di Accademia Bizantina nel 1983 e per quattordici anni ne ero stato il responsabile; la direzione di un teatro d’opera era per me una realtà nuova. Ho avuto la fortuna di avere a fianco una guida come Mario, così come con Cristina abbiamo condiviso tante produzioni d’opera. Ho appreso molto da loro e sarò loro sempre riconoscente».
Una riflessione sul suo incarico?
«Ho letto ultimamente tante inesattezze, si è parlato di pensionamento, di proroghe… Il mio è sempre stato un incarico annuale da libero professionista rinnovato per ben 28 anni. Poteva essere interrotto in qualsiasi momento. Un anno fa ho deciso di rallentare il mio impegno professionale per una mia scelta di vita e ho comunicato la mia intenzione di lasciare la direzione artistica della stagione invernale dando la mia disponibilità per un anno ancora come codirettore artistico del Ravenna Festival. Tutto qui».
Ci sono state alcune critiche sul doppio direttore al Festival…
«Vorrei ricordare che, data la natura interdisciplinare del festival, nel ’98 fummo chiamati in tre a seguirne le varie discipline: oltre a me e a Franco Masotti, per il teatro c’era Marco Martinelli. Lasciare l’Accademia Bizantina, che sentivo un po’ come una mia creatura, fu una scelta dolorosa, ma l’impegno come direttore artistico difficilmente si riesce a conciliare con una propria vita da artista. Marco scelse di continuare a fare il regista e siamo rimasti io e Masotti a condividere la direzione artistica. Credo che si dovrebbero riconoscere i risultati che la Fondazione Ravenna Manifestazioni (organizzatrice del Festival e della stagione d’Opera e Danza, ndr) ha conseguito in questi anni contribuendo alla fama di Ravenna a livello internazionale e come cittadini esserne fieri e gelosi custodi. Anche nella prossima Trilogia avremo un pubblico internazionale con tanti gruppi stranieri organizzati che raggiungeranno la nostra città e il nostro teatro».
Tornando all’Accademia Bizantina?
«Quando assunsi l’incarico di direttore artistico della stagione d’opera mi dimisi da presidente di Accademia Bizantina anche per non avere conflitti di interesse personale, se non quello musicale, rispetto alla mia nuova funzione. Nel ‘99 coinvolsi la Bizantina nel Giulio Sabino di Giuseppe Sarti: non avevano mai affrontato l’opera né Ottavio Dantone l’aveva mai diretta. Da lì nacque un percorso sul barocco con ensemble e cantanti italiani, che fino ad allora era appannaggio quasi esclusivo di gruppi stranieri, con cantanti dalle pronunce improbabili, senza adeguata comprensione del testo e capacità di valorizzare il significato anche musicale della parola italiana. L’Alighieri ha avuto un ruolo fondamentale nel cambiare questa tendenza. Abbiamo prodotto tantissimi titoli, fino al Giulio Cesare di Händel con la regia di Chiara Muti dell’anno scorso, che ha avuto grande successo non solo a Ravenna, ma anche in altri quattro teatri italiani».
Anche il panorama vocale è cambiato?
«Moltissimo, a partire dai controtenori che avevano problemi di intonazione, omogeneità di emissione, tecnica. Oggi abbiamo controtenori italiani di livello internazionale, molti dei quali sono nati artisticamente proprio al Teatro Alighieri. È stato un tratto distintivo del mio impegno: ampliare il repertorio restituendo dignità a secoli di musica italiana spesso dimenticata e ricercare e dare opportunità a giovani talenti».
Quindi una programmazione che va dal Seicento al Novecento.
«Esatto. L’opera italiana nasce con la Camerata de’ Bardi, si sviluppa con Monteverdi, e ha influenzato tutta Europa: da Händel a Mozart. Eppure, spesso, per quanto grandissimi, ci ricordiamo solo di Verdi e Puccini. In questi anni abbiamo proposto titoli significativi di autori del Novecento come Britten, Stravinskij, Kurt Weill, Gershwin, Nino Rota… E abbiamo lavorato in rete con altri teatri di tradizione, concertando titoli, evitando sovrapposizioni, ottimizzando risorse».
A proposito di risorse…
«Questo è un tasto assai dolente. Nonostante il prestigio e i riconoscimenti conseguiti dal Teatro Alighieri che è il terzo nella graduatoria nazionale dei teatri di tradizione, le risorse in generale sono sempre più scarse. Un tempo facevamo cinque titoli d’opera, oltre al balletto con orchestra. I costi aumentano, le risorse calano. È un grande limite per il presente e il futuro dell’opera».
C’è poca attenzione da parte dello Stato?
«Purtroppo. Tutto parte dalla scuola dove la musica è una cenerentola. Anche chi ha una formazione universitaria spesso non ha la minima conoscenza musicale. Bisognerebbe partire dalla scuola, capire quanto la cultura musicale incida sulla qualità della vita. Abbiamo incontrato in Calabria, in zone ad alto rischio criminalità, esperienze musicali che hanno tolto i ragazzi dalla strada e cambiato la convivenza civile. La musica educa, unisce, dà prospettive».
Nonostante tutto però ci sono tanti giovani musicisti.
«E sono molto più preparati di 20 anni fa, ma non trovano sbocchi. Le orchestre si sono ridotte, molte città non ne hanno una. E pensare che i conservatori, nati nel cinquecento come orfanotrofi, attraverso la musica davano educazione e prospettiva di lavoro. Oggi manca una distinzione chiara tra formazione di base e percorso professionale. Il primo livello dovrebbe avvenire per tutti nelle scuole di ogni ordine e grado».
In tutti questi anni chissà quanti aneddoti può raccontare…
«Pier Luigi Pizzi, che abbiamo in questi giorni in teatro per l’Orlando e l’Alcina di Haendel, ha intitolato il suo ultimo libro Non si può mai stare tranquilli ed è proprio così. E a proposito di Orlando mi viene in mente quando lo allestimmo la prima volta nel 2004 con la regia di Robert Carsen. C’era una piscina che occupava tutto il palcoscenico. Al collaudo eravamo tutti felici di questa grande piscina piena d’acqua di grande effetto. All’indomani mattina ci fu però un altro effetto sorpresa: il sottopalco era completamente allagato: la piscina perdeva. Innumerevoli poi sono le storie d’amore che sono sbocciate in teatro fra artisti e molti matrimoni sono avvenuti in questi anni complice il Teatro Alighieri!».
E come si affrontano gli imprevisti in teatro?
«Con spirito di squadra. Viviamo il teatro come una grande famiglia, cercando di creare sempre un clima di lavoro sereno. Oggi i giovani artisti sono molto più disponibili, meno narcisisti, privilegiano l’aspetto artistico. Il divismo forse catalizza ancora l’attenzione di un certo pubblico dando vita a fazioni di fan e rivalità fra artisti, ma oggi per me è di gran lunga preferibile un pubblico consapevole, coinvolto per ciò che ascolta, non tanto attratto da chi canta».
Parliamo infine di danza. Come si è evoluta la programmazione?
«Abbiamo cercato di mantenere un legame con il balletto classico, ma non è facile trovare compagnie di qualità a costi sostenibili. Il balletto classico si può proporre se di livello elevato, come si trova solo nei grandi teatri. Quest’anno collaboriamo con il Teatro di Tbilisi, in Georgia (vedi intervista a questo link), che ha una tradizione importante legata strettamente al grande balletto russo. Con Lo Schiaccianoci quest’anno inauguriamo la stagione a dicembre, in pieno clima natalizio, come evocato dal balletto».
E sul fronte della danza contemporanea?
«Abbiamo avuto la fortuna di lavorare per anni con Micha van Hoecke, che ha influenzato profondamente la nostra sensibilità. Grazie a lui abbiamo coinvolto le energie giovani della città delle scuole di danza. Alle compagnie ospiti della stagione abbiamo sempre chiesto la disponibilità a tenere masterclass durante il loro soggiorno con étoile e maître du ballet. Credo che anche grazie a queste opportunità molti ragazzi abbiano scelto la via del professionismo andando a studiare in importanti scuole di danza in Italia e all’estero. È stato un percorso di crescita».
Avete avuto anche un ruolo come educatori, giusto?
«Abbiamo proposto una rassegna per le scuole e aperto ai giovani le prove dell’opera e della danza. In alcuni anni abbiamo portato fino a 10mila ragazzi a teatro, grazie alla collaborazione con gli insegnanti, tutti sempre preparati, attenti e coinvolti. È stato credo un contributo importante alla crescita della città. Le famiglie stesse sono state coinvolte per accompagnare i figli: molti genitori non erano mai stati all’Alighieri. Il teatro deve tornare a essere uno spazio di convivenza, frequentato dalle famiglie».
C’è poi sempre stata attenzione verso gli artisti locali.
«Dal coro Libere Note al Ludus Vocalis, al Conservatorio, alle compagnie teatrali, all’Accademia di Belle Arti, alle scuole di danza, abbiamo sempre cercato il coinvolgimento delle realtà locali. Ora stiamo preparando Il piccolo spazzacamino di Britten, scritto proprio per ragazzi. Lo faremo con il coro della scuola Guido Novello e il Ludus Vocalis, l’Accademia del Musical, il Conservatorio, che vedrà i suoi allievi coinvolti anche nelle funzioni di maestri collaboratori e direttori di scena e la Drammatico Vegetale: lo porteremo anche al Teatro Galli di Rimini».
Quali sono le prospettive per l’opera e la danza?
«Ritengo che oggi la sfida sia tornare a scrivere e programmare nuove opere e nuova musica. Il periodo delle avanguardie e della musica ermetica solo per addetti ai lavori ha fatto il suo tempo: bisogna ricucire la frattura tra musica contemporanea e pubblico, scommettere sui nuovi compositori. I confini fra generi si stanno abbattendo, gli steccati e le rigidità ideologiche non reggono più. Ma occorre ritrovare a una musica contemporanea accessibile che non sia solo quella commerciale e di intrattenimento».
Nella foto "Macbeth" con la regia di Cristina Mazzavillani andato in scena all'Alighieri nel 2016



