Arriva in libreria il 27 gennaio (e non il 20 come inizialmente previsto, a causa dello sciopero nei magazzini della casa editrice) I fratelli meraviglia (Mondadori), nuovo romanzo del ravennate Matteo Cavezzali, scrittore, podcaster, direttore dello Scrittura Festival e della scuola di scrittura Invel e, da tanti anni ormai, anche collaboratore di questo settimanale. Prima ancora di leggere il libro, gli abbiamo chiesto di parlarcene un po’, anche per la genesi stessa di questo romanzo, che è a sua volta una storia romanzesca…
Matteo, per ora sappiamo solo che si tratta della vera storia di due fratelli. Cosa racconterai a chi verrà a sentirti durante le presentazioni, a cominciare da quella del 28 gennaio (ore 17.30) alla Classense?
«In realtà ancora non lo so bene, di solito ci si mette un po’ a capire davvero che libro si è scritto. Però posso sicuramente dirti che è la storia di due ragazzi di 16 e 18 anni che sono nati e vivono nell’epoca fascista, abitano in via Cattaneo a Ravenna, frequentano prima il Mordani e poi l’istituto tecnico che era allora in via Salara e a loro sembra tutto per così dire “normale”, almeno fino quando uno dei due scompare, e l’altro vuole capire cosa gli sia successo. Da quel momento, diventa una vera storia di avventura, ma tutti i fatti raccontati sono realmente accaduti».
Come ti sei imbattuto in questa storia e come l’hai documentata?
«Come per tutti i miei libri, ne ho sentito parlare e mi sono incuriosito. Ho fatto qualche ricerca e ho pensato che valesse la pena raccontarla, era una storia talmente incredibile che era impossibile inventarla. Ho cominciato a contattare i famigliari di questi due fratelli che oggi non ci sono più e a un certo punto, durante il trasloco della vedova di uno dei due, è stata ritrovata una cassetta che conteneva tutta la documentazione che ricostruiva la vicenda: diari, lettere, documenti, tutto ordinato per anno, come una capsula del tempo».
Quindi, sembra di capire, I fratelli Meraviglia è un po’ romanzo storico, di avventura e di formazione, ma è anche un romanzo politico? Parlare oggi di dittatura, in questo mondo in cui i confini tra democrazia e autoritarismo sembrano farsi spesso molto labili, che significato ha per te?
«Sì, certo, in particolare mi interessava vedere come fosse vivere in un ambiente tossico senza esserne consapevoli. A posteriori o da lontano è sempre molto facile giudicare, penso per esempio all’Iran di oggi, ma quando ci sei dentro diventa tutto molto più complicato. Anche oggi noi viviamo in un ambiente tossico e forse non ce ne rendiamo del tutto conto».
Ci hai messo cinque anni a scrivere questo libro. Cosa in particolare ti ha richiesto tanto tempo? E che libro dobbiamo aspettarci? Un romanzo “classico” o un ritorno allo stile più frammentato e meno lineare di Icarus e Nero d’Inferno dove anche tu stesso autore eri parte della narrazione?
«Ci ho messo molto tempo soprattutto perché ho studiato tanto, non solo la documentazione sulla storia che volevo raccontare, ma anche il periodo storico. Ho cercato di ricostruire la Ravenna dell’epoca con i vari dettagli, come le materie che imparavano a scuola, per esempio. Mi sono posto naturalmente la domanda di come trattare questo materiale, come raccontare una storia che si è svolta peraltro a pochi metri da casa mia e alla fine ho scelto il romanzo per così dire “classico”. Quando scrissi i primi libri, l’elemento di autofiction era un po’ una novità, oggi che è diventato così di moda non mi interessa più…».
A proposito di mode editoriali, oltreché scrittore, sei lettore, osservatore, podcaster, docente di scrittura, organizzatore di festival. Come sta la narrativa in Italia oggi? Da più parti si parla, tanto per cambiare, di grave crisi dell’editoria e di un calo costante di lettori…
«Non sono bravo a fare questo genere di valutazioni perché i dati si possono leggere in modi diversi. È vero che oggi rispetto a 4 o 5 anni fa si vendono meno libri, ma è anche vero che oggi leggono più giovani nella fascia under 25, quindi c’è un pubblico nuovo che potrebbe essere interessante e più stimolato. Inoltre, dobbiamo considerare sempre che anche il libro di un autore minore oggi vende molte più copie di quante ne vendesse Pasolini nell’età d’oro dell’editoria italiana, quando la lettura era davvero un’attività di nicchia e si pubblicavano anche meno libri, naturalmente. Come dicevo, non sono bravo a fare questo genere di valutazioni… Ma di certo non basta dire che oggi non si legge più come una volta».
In realtà uno dei mali denunciato da più parti è proprio quello per cui si pubblicano troppi libri. In un quadro come questo, cosa si racconta agli aspiranti scrittori in una scuola di scrittura come Invel (vedi in fondo all’articolo)?
«Ovviamente a una persona che inizia a scrivere perché spera di vendere milioni di copie posso solo consigliare di fare altro. Non credo si scriva per vendere, anche se ovviamente si è contenti quando questo accade. A “Invel” ci divertiamo molto, sono gruppi sempre molto eterogenei di persone che sognano di pubblicare, ma anche che hanno semplicemente voglia di esplorare i meccanismi narrativi e che scrivono per se stessi. Il fatto di essere così diversi, nell’ultimo gruppo andavamo da una ragazzina di 15 anni a un signore di quasi novanta, è motivo di scambio e arricchimento per tutti. E poi sono felice che già tre ex partecipanti abbiano esordito, mi piace l’idea che si possa creare una piccola scena ravennate».
Una previsione: quanto manca al momento in cui un lettore potrà ordinarsi un romanzo “su misura” inserendo qualche prompt in una piattaforma di IA? Cosa dobbiamo aspettarci per la scrittura?
«Mah, sinceramente penso che l’IA possa scrivere una mail o magari un documento per un ministero, ma che non possa assolutamente soppiantare la scrittura creativa perché non è in grado di inventare nulla di nuovo, di essere originale: è un algoritmo che ricicla e lavora su ciò che è già esistente. Un giorno, quando sarà davvero affidabile, potrà essere utile per la parte delle ricerche, questo sì, ma non credo davvero rappresenti una minaccia per la narrativa in sé che vive innanzitutto di idee. Bisogna essere fragili e capaci di sbagliare per scrivere, e una macchina non lo può essere».
Aperte le iscrizioni per la scuola “Invel”. A febbraio un incontro pubblico con Poretti
Sono aperte le iscrizioni a “Scrivere un romanzo” il nuovo corso della scuola di scrittura e narrazione Invèl, fondata dallo scrittore Matteo Cavezzali. Il corso prevede dieci lezioni da due ore i lunedì, dal 9 febbraio, per 10 settimane dalle ore 18 alle 20, alla Casa delle Marionette (vicolo Padenna 4A, Ravenna). Il costo totale del corso è di 280 euro. Info info@scritturafestival.com. Nell’ambito di Invel sono già stati numerosi gli incontri aperti a tutta la cittadinanza con autori di grande rilievo (a settembre scorso fu la volta di Elizabeth Strout), il prossimo appuntamento è per il 19 febbraio con Giacomo Poretti sulla scrittura comica. Tra gli ex allievi di Invel che hanno esordito in libreria ci sono Niccolò Bertaccini, Andrea Castronuovo e Fabio Ferrari.
Matteo Cavezzali
alla scuola di scrittura Invél, ospitata nella Casa delle Marionette,
in centro a Ravenna



