Venerdì 30 gennaio (ore 21.30) il Bronson di Madonna dell’Albero ospita il concerto del progetto electro-metal OvO, ossia Stefania Pedretti (voce e chitarra) e Bruno Dorella (batteria, sample e synth), che presentano Gemma, il loro undicesimo album in studio, uscito nell’ottobre scorso e che ha celebrato venticinque anni di attività del duo. Con loro – attualmente Pedretti vive a Ravenna, dove anche Dorella ha abitato per circa un decennio, mentre ora vive a Bruxelles – abbiamo parlato del nuovo disco e del quarto di secolo di OvO.

Forse anche per via dei vostri svariati progetti paralleli (Dorella è in Bachi da Pietra, Ronin, Sigillum S e Tiresia, Pedretti ha il progetto solista Alos, ndr), Ovo è una band in continua trasformazione, ma soprattutto un progetto puro, si potrebbe dire quasi spirituale, che nel tempo è diventato un piccolo mito, di nicchia, ma comunque mito. Si possono individuare gli snodi fondamentali della vostra carriera?
Bruno Dorella: «È proprio vera questa cosa che siamo delle piccole leggende. Ce lo dicono ogni sera dal pubblico, ce lo dicono gli organizzatori e le altre band. È strano da dentro, perché io, anche a 50 anni, mi sento sempre un giovane emergente. In generale è giusto parlare di trasformazione ma anche di evoluzione. All’inizio i nostri dischi erano un tentativo di rappresentare quello che era il nostro live, quindi ci siamo creati questa fama di gruppo difficile da ascoltare su disco, che ancora un po’ ci segue. In qualche modo perché comunque non siamo un gruppo pop né tantomeno troppo orecchiabile (e questo non credo che cambierà mai). A un certo punto però, tra il 2010 e il 2011, con l’album Cor Cordium, abbiamo proprio deciso di lavorare in maniera diversa sui dischi, cercando di far sì che anche il disco, per quanto rimanga comunque un’esperienza d’ascolto un po’ di sfida, si proponga come oggetto d’arte a sé. Le nostre fasi artistiche dunque sono abbastanza chiare: la prima, dal 2000 al 2002 circa, in cui eravamo un gruppo totalmente di improvvisazione radicale e avevamo lo stesso approccio improvvisativo sia dal vivo che in studio. Poi gradualmente c’è stata una fase, dal 2002 al 2010, in cui ci siamo resi conto che andava fissato un canovaccio sui dischi, anche se ancora l’album rimaneva figlio di quello che si faceva dal vivo. Dal 2011 abbiamo deciso di lavorare invece partendo dal disco e poi rappresentare il disco nei live. Con l’album Abisso, del 2013, abbiamo quindi iniziato a inserire anche l’elettronica nei dischi, e nel 2020 siamo passati all’etichetta Artoffact Records, accentuando questa tendenza. Con Gemma invece abbiamo veramente voluto passare il confine e inserire l’elettronica in maniera molto più evidente, anche influenzati come dicevi da quello che facciamo al di fuori di OvO, per quanto mi riguarda, ad esempio, colonne sonore per teatro e danza, mentre per Stefania tutto l’aspetto ritualistico del suo progetto Alos. Inoltre, entrambi siamo sempre di più nel mondo del djing, in cui si balla, ci stiamo davvero divertendo molto in questa scena e anche quello è arrivato in Gemma. Ora il nostro obbiettivo è la doom dance».
A mio avviso Gemma è un mezzo capolavoro, ma direi che sia una sensazione diffusa, viste le recensioni clamorose ovunque e addirittura un’intervista di quattro pagine su The Wire, la rivista più autorevole del mondo. Una volta finito il disco vi siete resi conto di averlo fatto così bene?
Stefania Pedretti: «No, e nemmeno ora. L’umiltà è il nostro eterno pregio e difetto; per me è un pregio ma a volte ci manca davvero la presa di coscienza del nostro valore. Certo, ci siamo sicuramente resi conto di aver fatto un disco che ci piaceva moltissimo, lo volevamo diverso ma che mantenesse gli ingredienti OvO, questa volta con qualche elemento in più, sia a livello di strumentazione che di presa di coscienza maggiore da parte nostra. Ciò si è concretizzato in uno step di maturità per la band. Rispetto poi al disco precedente, Ignoto, che trattava di tematiche molto toste e negative, qui invece volevamo passare a qualcosa di legato alla speranza – non per niente si chiama Gemma –, alla visione di un futuro possibile. Negli ultimi cinque, sei anni l’umanità ha subìto ferite profonde e ore siamo in un momento in cui la gente vede solo negativo, succedono cose sempre più disastrose e si ha sempre meno speranza, il nostro intento era invece dire “no, se ognuno di noi cerca di agire positivamente ci può essere speranza”. E infatti il disco incita molto alla rivalsa, alla rivoluzione. Quando The Wire ci ha scritto dicendoci che volevano fare un’intervista di quattro pagine, mandandoci anche un loro fotografo ero incredula. Già avere una recensione su The Wire è difficilissimo, un’intervista è tanta roba, a livello di carriera è una bella spunta, più di così è difficile. Noi comunque siamo molto orgogliosi di essere “semplici” per certi aspetti, siamo così come individui, sarebbe una forzatura essere diversi».
In effetti, rispetto a dischi dai nomi come Cicatrici, Abisso o Miasma, fin dal titolo in Gemma c’è un atteggiamento diverso.
SP: «Per noi Gemma è come se fosse l’inizio di un nuovo percorso. Io volevo fare un disco che c’entrasse con la semina; pianti un seme, speri che arrivi qualcosa e non sai bene la pianta come sarà, che frutti darà. Questo nuovo percorso, filosoficamente, è così. Inoltre la gemma ha un doppio significato, erboristico ma anche riferito alla pietra, al gioiello, e infatti tutti i titoli dell’album richiamano gli elementi (cobalto, iridio, stagno, ecc.), sia preziosi che no, e anche quello fa parte sia dell’umano che dell’umanità: tutto ruota perché ci sono questi elementi, all’interno della Terra, del nostro corpo, dell’etere. Il disco voleva dare un senso di compiutezza universale, a tondo, non solo come umani ma come umani all’interno di un universo, sia tangibile che intangibile, volevamo ricordare il rispetto per la natura».
La dimensione live, con ben oltre 1.000 concerti, ha caratterizzato in maniera massiccia l’attività di OvO, dimostrando che ormai il vostro è un gruppo che può andare ovunque, e l’ha fatto. È il genere che suonate o è totalmente una questione legata a voi?
BD: «Siamo noi come gruppo. Il nostro modo di stare in tour, quasi anacronistico, con tante date consecutive, in furgone con gli amplificatori e la batteria, ormai non lo fa più nessuno, i gruppi fanno la data spot, arrivano in aereo. Anche nelle ultime date di poco fa in Europa, col freddo, ogni sera una situazione diversa, Stefania e io ci guardavamo in faccia e ci dicevamo sempre che siamo proprio fatti per questo, questa roba ci piace. Ovviamente ci piace la serata che va bene ma anche affrontare la serata difficile, e non tutti sono tutti tagliati per questa cosa. Essere sempre in giro a suonare può sembrare una figata – e per me lo è – ma in realtà non funziona per tutti, non è una passeggiata. Quindi, ok, bella la data spot in un festival in cui arrivi e suoni, ma il gusto vero per noi è andare in furgone e fare il tour. Finché si potrà – ed è sempre più difficile, perché ci sono meno posti, la cultura è cambiata, si suona solo nei weekend – continueremo a farlo. Poi ci adegueremo. Suonare dal vivo è ancora il motivo perché facciamo musica».
Nei vostri dischi ci sono spesso collaborazioni importanti, da Rollerball a KK Null, fino a Lord Spikeheart e Paige A. Flash in Gemma. Come nascono questi sodalizi?
SP: «Per questa risposta voglio scomodare il termine “magia”, perché è un po’ così che arrivano le nostre collaborazioni. Nel senso, certamente sono volute, ma allo stesso tempo capitano, non arrivano per caso però i contesti e gli incastri naturali, tipo puzzle, sono determinanti. C’è il desiderio di avere dei featuring perché sappiamo che danno a certi pezzi un accento, una sfumatura o un colore in più, sia nell’aggressività che nel romanticismo, che magari a noi in quel momento mancano per vari motivi. Spesso sono artisti che conosciamo personalmente ma che se anche ancora non conosciamo stimiamo molto. Ad esempio, Lord Spikeheart: il suo gruppo precedente, Duma, ci ha davvero colpito, così come tutta quella scena africana da cui proviene, gente che fa cose incredibili e grandemente creative con pochissimi mezzi. Lord Spikeheart, ovvero Martin Kaja, fa quello che gli viene dritto dall’anima, e si sente, i suoi concerti sono energia pura, così come quelli degli OvO, siamo molto affini. Anche Paige A. Flash è un’amica storica, conosciuta nel nostro primo tour americano nel 2001, ai tempi usava la voce, era un’urlatrice professionista, girava gli Usa con questo gruppo noise storico, il legame si è sempre mantenuto, fino ad ora che vive in Europa ed è la violoncellista e performer della coreografa-regista Florentina Holzinger».
In apertura della serata al Bronson suoneranno le Fucksia, transfemministe e queer, che sono la combinazione perfetta tra attitudine punk, ambientazioni rave, sonorità dance e rap.



