mercoledì
04 Febbraio 2026
Personaggi e Storie

Luca Bizzarri e il teatro «Un ritorno alle origini, cinema e tv mi avevano allontanato…»

Protagonista de Il medico dei maiali: «Mi piace perché è uno spettacolo pericoloso. Si ride, ma non così tanto»

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Dalla sit-com alla satira, passando per film, conduzione tv e doppiaggio. Luca Bizzarri non ha mai avuto un “piano B” al di fuori dello spettacolo. Diplomato alla scuola di recitazione del Teatro Stabile di Genova a metà degli anni ’90, oggi è attore, comico e podcaster. La sua carriera attraversa cinema e televisione: dalle prime edizioni di Ciro con i Cavalli Marci, alle scorribande su Mtv con Paolo Kessisoglu, con cui forma da oltre vent’anni una delle coppie più riconoscibili della comicità italiana. Impegnato ogni settimana nella “copertina” di DiMartedì e ogni giorno al microfono del podcast Non hanno un amico (Chora Media), Bizzarri torna in teatro. Venerdì 6 febbraio sarà al Masini di Faenza con Il medico dei maiali, vincitore del Premio Nuove Sensibilità 2.0 nel 2022. Nello spettacolo, la morte improvvisa del re d’Inghilterra mostra tutta la debolezza della monarchia, quando la corona finisce nelle mani del principe ereditario, un ragazzo sciocco e sprovveduto. Tra il potere e il nuovo re, un medico veterinario pronto a cogliere l’occasione. «Uno spettacolo pericoloso – secondo Bizzarri -. Proprio per questo mi piace tanto».

Il medico dei maiali si basa su testo e regia di Davide Sacco. Com’è lavorare da interprete per qualcuno abituato a scrivere i propri pezzi?
«A me piace essere sia il violinista che il “violino”, mettendomi a disposizione di un autore. Farsi trasportare dal regista è una delle parti più affascinanti del mestiere dell’attore, soprattutto quando non lo capisci fino in fondo, e sei obbligato a uscire dalla tua stanza per entrare in quella di qualcun altro».

Si tratta del primo spettacolo non prettamente comico in teatro?
«Diciamo che anche qui si ride, ma non così tanto. Anche nello spettacolo Le nostre donne, in partenza a marzo, a volte si riderà e a volte no. Per me è un po’ un ritorno alle origini, uno dei miei primi lavori, appena uscito dall’accademia, è stato American Psycho, la comicità è arrivata dopo».

Cosa rappresenta questo ritorno al teatro nella sua carriera?
«È come se si fosse chiusa una parentesi aperta un po’ troppi anni fa. A un certo punto del mio percorso ho incontrato il cinema, la televisione, e mi sono lasciato trasportare, quasi dimenticandomi da dove sono partito. Una volta tornato sul palco, mi sono ricordato di quanto fosse interessante occuparlo, da solo o con altri».

In una puntata del podcast ha raccontato come, su biglietti e locandine dello spettacolo, ci sia un’avvertenza per uno sparo in scena. Che idea si è fatto di un teatro in cui lo spettatore deve essere tutelato a questo livello?
«Ci penso spesso. Ho come l’impressione che i media e la classe dirigente ci abbiano trattato per anni come se fossimo un branco di deficienti, finché non lo siamo diventati davvero. Io continuo a sperare che il pubblico che esce di casa per andare a teatro non abbia bisogno di queste tutele. Almeno me lo auguro, perché il teatro deve restare, appunto, pericoloso. Ci pensa già la tv a essere rassicurante, il teatro deve farti venire dei dubbi, lasciarti delle domande, metterti a disagio se serve. E, fortunatamente, c’è ancora un pubblico che lo vuole. Anzi, forse più di prima».

La riscoperta dello spettacolo dal vivo si lega a questa voglia di continuare a farsi domande?
«In parte sì. Il Covid, poi, ha aiutato a rimettere in luce il valore dello stare insieme, del vivere qualcosa nello stesso spazio e nello stesso momento. Ultimamente i teatri sono invasi da persone che con lo spettacolo c’entrano poco: giornalisti, criminologi, divulgatori. Credo che sia un’invasione positiva: come attore forse dovrei sentirmi più legittimato di altri a stare su un palco, ma sono contento che arrivino gli “estranei”, perché portare gente a teatro è sempre positivo. Vai a vedere un criminologo e ti accorgi che alla fine sei in un bel posto, e magari ci torni».

Tra i tanti palchi calcati in questi anni, anche quello forse più importante d’Italia: l’Ariston. C’è la voglia di tornarci?
«È stato un momento significativo, ma non lo rifarei. Almeno non in quel ruolo. I rischi superano i vantaggi: se vai a Sanremo e fai bene, il lunedì se lo sono dimenticati tutti. Se invece va male passa comunque, ma arriva una bella legnata. Con Paolo ho vissuto il meglio e il peggio. Il primo Sanremo andò benissimo. Nel secondo ho scritto un pezzo che oggi riconosco essere oggettivamente brutto, e venimmo linciati. Non se lo ricorda nessuno, ma essere al centro della bufera può essere davvero spiacevole, soprattutto se non si hanno le spalle abbastanza larghe».

Oltre al teatro, anche tanto cinema e televisione, soprattutto in veste comica. Com’è cambiato il modo della comicità dai tempi di Ciro a oggi?
«La prima cosa da dire è che oggi, sulla tv generalista, i programmi comici non esistono più, e nemmeno quelli di satira, a parte la copertina da Floris che porto avanti con Paolo e il lavoro di Crozza. È un peccato, soprattutto se penso alle reti Rai, dove la satira è nata e anche morta. La colpa è della politica, e non parlo solo di questo governo. I politici non sopportano più la satira perchè vogliono essere loro i “satiri”».

A consacrarla per almeno due generazioni di italiani davanti al piccolo schermo è stata senza dubbio Camera Café. Al di là del colore politico, c’è qualcosa di Luca Nervi in Luca Bizzarri?
«Molto poco, in realtà. A parte quella tendenza a rompere i maroni e a fare un po’ il bullo, approfittando delle debolezze altrui. Ma proprio il fatto che io e Luca Nervi fossimo così diversi rendeva il gioco più interessante. Camera Cafè è stata una palestra formidabile, da cui credo di essere uscito come un attore migliore: un ibrido tra teatro, cinema e tv, dove tutto si gioca su tempi, ritmo e recitazione esasperata davanti a una telecamera piazzata a meno di venti centimetri da te. Nella mia scuola di recitazione (il Cfa di Genova, ndr), faccio lavorare spesso gli studenti su quegli script».

Con il podcast Non hanno un amico ha costruito un appuntamento quotidiano seguitissimo, che si prende gioco appunto della classe politica e delle sue incoerenze. Quando ha iniziato, si aspettava un impegno e una rilevanza simili?
«Ho iniziato pensando di durare sì e no venti giorni. Invece poi mi sono accorto che quando ti obblighi a fare qualcosa ogni giorno la qualità inevitabilmente migliora: adesso mi lego alla sedia ogni mattina, e finché la puntata del giorno dopo non è pronta non mi muovo. Insomma, mi ci sono voluti 50 anni e un podcast per capire che se studi migliori».

Ha mai ricevuto pressioni dalla politica?
«Ogni tanto qualcuno si fa sentire, ma sono pochi. Ho capito che i politici si dividono tra quelli che cercano di diventare tuoi amici a ogni costo e quelli che ti fanno le pulci per questioni, a loro dire, deontologiche. Personalmente, cerco di evitarli entrambi, perché credo che satira e politica non si debbano incontrare mai, neanche quando si vogliono bene».

Lei invece ce l’ha un amico? Qualcuno che l’ha accompagnata nelle scelte, anche lavorative, che l’hanno portata fino a qui?
«Beh, c’è Paolo, che però più che un amico ormai è una moglie. Nell’ambiente lavorativo in realtà non ho molti amici. Con Francesco Montanari (sul palco con Bizzarri ne Il medico dei maiali, ndr) è nato un bellissimo rapporto di stima, sia sul palco che fuori, ma i miei veri amici non fanno il mio mestiere. Anzi, per lo più sono medici, sarà perché sono ipocondriaco…»

Tra le esperienze che ricorda con più affetto c’è il doppiaggio di Kuzco, ne Le follie dell’imperatore. Il film d’animazione non funzionò inizialmente, per diventare poi un cult generazionale. Cosa non è stato capito all’inizio?
«È una storia curiosa, il film fu un flop mondiale al botteghino ma, solo in Italia, ebbe un successo pazzesco in home video. Sicuramente non è un film per bambini, con personaggi particolari e ambientazioni complesse, ma credo resti un gioiellino. Forse siamo stati particolarmente azzeccati nel doppiaggio, anche grazie alla bravura di Anna Marchesini. Però ancora oggi mi dispiace andare nei Disney Store del mondo e non trovare mai qualche gadget a tema Le follie dell’imperatore».

Oltre alla carriera nello spettacolo, ha anche un ristorante, nonostante si definisca spesso poco incline ai rapporti sociali, perché questa scelta?
«Ho un ristorante, ma non lo gestisco direttamente. In passato però ho gestito davvero un locale e avevo una “spiaggia” a Riccione. Una follia totale, che penso nasca dal rapporto quasi morboso con mio fratello: abbiamo sempre sognato di avere un “nostro posto”, se non avessi inseguito questa idea oggi sarei più ricco, ma ci siamo divertiti così».

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