giovedì
05 Febbraio 2026
L'INTERVISTA

«Porto in scena l’anima di Creonte e le contraddizioni degli esseri umani»

Francesca Mazza è la protagonista dell’Antigone di Latini, su testo di Anouilh. «Certi ruoli sono talmente potenti da bruciare il genere»

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Sabato 7 (ore 20.30) e domenica 8 febbraio (ore 15.30) la Stagione dei Teatri di Ravenna ospita all’Alighieri Antigone, nuovo spettacolo di Roberto Latini basato sulla trasposizione della tragedia di Sofocle del francese Jean Anouilh. Protagonista, insieme allo stesso Latini, è Francesca Mazza, non però nel ruolo di Antigone – che il regista romano ha tenuto per sé – bensì in quello di Creonte. Proprio con Francesca Mazza (tre premi Ubu in carriera come miglior attrice), che il pubblico ravennate conoscerà anche per la fruttuosa collaborazione con la compagnia Fanny & Alexander, abbiamo parlato di questo inusuale scambio di parti e di tanto altro.

Francesca, come hai preparato il ruolo maschile di Creonte?
«Devo dire che la proposta di Roberto Latini mi ha un po’ sorpresa, anche se con lui non ci si può sorprendere più di tanto, e inizialmente mi sono un po’ preoccupata. Non avevo mai letto il testo di Anouilh ma me ne sono innamorata immediatamente, è bellissimo e molto contemporaneo, scritto con una lingua familiare e vicina a noi, quindi la preoccupazione del ruolo maschile è passata un po’ in secondo piano. Quando poi abbiamo iniziato a lavorarci, Roberto mi ha rassicurato subito, perché non mi ha chiesto una mimesi tout court. Il costume è certamente maschile e indosso una maschera, ma la voce è la mia, e per un attore è molto importante esprimersi attraverso la propria voce. Ciò è stato fondamentale per trovare un mio percorso, una mia sincerità e adesione in scena. Del resto anche lui usa la sua voce nel ruolo di Antigone. In buona sostanza si è trattato di un processo avvenuto abbastanza naturalmente».

I personaggi di Anouilh sono comunque diversi da quelli di Sofocle.
«Molto diversi, sì. Prima di tutto non c’è più una separazione manichea rispetto alla vittima, al carnefice, a dove stanno la ragione e il torto, e forse è questa la cosa più straordinaria del testo, che restituisce le contraddizioni degli esseri umani con sensibilità e naturalezza. Pur trattando temi importanti come la legge, il senso del dovere o la ribellione, lo fa avvicinandosi molto a noi. In un passaggio Antigone dice a Creonte che lui non può essere un ribelle perché è troppo sensibile. Ecco, la sensibilità femminile di Creonte e la forza della ribellione maschile che c’è in Antigone si sono sposate molto armonicamente col nostro stare in scena. In più, proprio qualche tempo prima di questo lavoro, avevo letto il bellissimo libro di Laura Mariani L’Ottocento delle attrici, dove c’è anche una riflessione di Sarah Bernhardt sulla sua decisione di interpretare Amleto. Lei diceva che ci sono certi ruoli e certe anime talmente potenti da bruciare il sesso, da essere più forti del riconoscimento in quell’appartenenza di genere, ed è con questo viatico che sono andata verso questo Creonte. Mi sono detta che l’importante di questo Creonte era portare in scena la sua anima, la sua contraddizione, il suo voler essere indeciso, il voler salvare Antigone fino alla fine, l’essere sconfitto, tutte cose che conosciamo e che non hanno genere».

Hai iniziato la tua carriera con Leo de Berardinis, poi hai inanellato collaborazioni con tantissimi artisti della scena di ricerca, dai Fanny & Alexander a Fabrizio Arcuri, da Andrea Adriatico fino a Leonardo Lidi e VicoQuatorMazzini, col quale hai vinto il tuo ultimo Ubu per La ferocia. Hai davvero fatto, e continui a fare, esperienze di ogni tipo.
«Sì, ogni tanto mi stupisco anch’io. È strano passare dal Cechov di Lidi a La ferocia, sono tutti mondi diversi, però mi piace moltissimo. Ma per affrontare tutti questi passaggi occorrono tanto lavoro e tanta apertura, è una sorta di artigianato. Questa, nel mio curriculum, è una cosa che rivendico.
Ho lavorato con tantissime persone diverse, e ormai sempre più frequentemente con persone molto più giovani di me, e ogni volta è una scoperta, una possibilità di apertura. È proprio questo che continuo a trovare appassionante del mio lavoro, scoprire e restare in ascolto, incontrare altri mondi teatrali e non rimanere fissa sul mio. Quindi si lavora, ci si sposta, si cambia. E comunque sono stata fortunata, perché ho sempre fatto incontri bellissimi».

Proprio De Berardinis diceva provocatoriamente che «i teatri vanno chiusi» e che «c’è bisogno di un teatro che formi un pubblico nuovo, con artisti che si rivolgano alla collettività». Il teatro ha ancora una funzione etica?
«Sì, penso di sì. Leo era un brontolone, gli piaceva questa figura di provocatore, andare contro. Nel periodo in cui sono stata vicino a lui vedevo che andava in crisi quando aveva troppo consenso, aveva bisogno del “nemico”. Io penso che, per come sono le cose nel presente, il semplice fatto di incontrarsi tra esseri umani, con qualcuno che sta sul palco e qualcuno in platea, cercando di trovare un dialogo, un ascolto, beh, già questo dimostra che il teatro sia un qualcosa di necessario. Il fatto che dopo la pandemia la gente sia tornata ad affollare i teatri, a differenza di quello che succede al cinema – che purtroppo ha trovato la dimensione delle piattaforme televisive, con la gente che si chiude in casa –, è importante. Il teatro dà la possibilità di un incontro vero e che ci siano tante persone che lo frequentano è fondamentale; poi, certo, ci sono tanti tipi di teatro. Confesso che proprio in questi giorni guardavo il programma del Duse di Bologna – che ho amato tanto, il primo teatro che ho frequentato quando mi son trasferita lì – e mi son resa conto di quanto siano cambiate le cose, e non in meglio. Mi ha colpito molto che facciano spettacoli praticamente tutti i giorni ma che la massima tenitura siano due giorni, quando un tempo al Duse si stava una settimana, gli abbonamenti avevano sette turni. Ora ci va il Riccardo III di Antonio Latella e fa solo due repliche, incredibile. Dunque le cose cambiano, ma si cerca di rimanere vigili e dare il proprio contributo affinché ciò che per noi vale possa ancora vivere. E vorrei citare un’altra frase di de Berardinis che amo tantissimo: “C’è una storia che è fuori da me, ma finché ci sarà un poeta in platea io non mi sentirò fuori dalla storia”. Da tanto tempo ci rivolgiamo a un piccolo numero di persone, ma la cultura è così».

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